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	  <title>NADIR MAGAZINE</title>
	  <link>http://www.nadir.it/</link>
	  <description>Fotografia sul web dal 1997</description>
<dc:subject>Arts Fotografia</dc:subject>
	  <language>it</language>
<dc:rights>Copyright 2009</dc:rights>
	  <managingEditor>nadir@nadir.it (Nadir Magazine)</managingEditor>
      <lastBuildDate>Sat, 21 Jan 2012 17:18:01 GMT</lastBuildDate>
      <pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:18:01 GMT</pubDate>
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<title>VISITA AI SITI DEI CACCIATORI DI BALENE</title>
<description>La visita ai siti dei cacciatori di balene, ci riporta lontano nel tempo, al mito immortale di Moby Dick, a storie di coraggio, allo sfruttamento industriale della Natura, ad una solitudine profonda e totale. Nell’Artico e nell’Antartico non è facile arrivare a visitare queste località remote, che hanno radicalmente convertito la grande strage dei cetacei in sfruttamento industriale organizzato, per mezzo del quale, trasformando il grasso in olio, s’illuminavano le grandi città del mondo.</description>
<content:encoded>La visita ai siti dei cacciatori di balene, ci riporta lontano nel tempo, al mito immortale di Moby Dick, a storie di coraggio, allo sfruttamento industriale della Natura, ad una solitudine profonda e totale. Nell’Artico e nell’Antartico non è facile arrivare a visitare queste località remote, che hanno radicalmente convertito la grande strage dei cetacei in sfruttamento industriale organizzato, per mezzo del quale, trasformando il grasso in olio, s’illuminavano le grandi città del mondo.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/GHISETTI_BALENE/balene.htm</link>
<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:16:54 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: &quot;CAMPIONI&quot; DI EMILIO VENDRAMIN</title>
<description>Molto spesso il problema di chi non fa della fotografia una professione è “cosa fotografare”, soprattutto quando sul campo nel corso degli anni si è arricchita la propria esperienza e si desidera fare qualcosa di più che una semplice “bella fotografia”. E’ uscito in questi giorni il libro fotografico CAMPIONI - un volume di 168 pagine formato 22?22 - che contiene le immagini realizzate dal fotografo anconetano Emilio Vendramin in quasi due anni di lavoro. Il volume è stato prodotto direttamente dalla LEGA DEL FILO D’ORO, onlus a cui può essere richiesto. L’autore, a proposito di questo suo lavoro dice: ”La missione della Lega del Filo D’Oro è un’azione continua di diagnosi, cura e miglioramento della qualità - con la messa a a punto di trattamenti e percorsi individuali - della vita di persone (adulti e bambini) sordocieche e con altre problematiche della sfera psicosensoriale. Nel settembre del 2009 la dott.sa Patrizia Ceccarani (direttore riabilitativo) mi ha chiesto se ero disposto a realizzare un libro fotografico che parlasse della Associazione ma più di tutto dei suoi “ospiti” lasciandomi libero di scegliere la “chiave di realizzazione”.</description>
<content:encoded>Molto spesso il problema di chi non fa della fotografia una professione è “cosa fotografare”, soprattutto quando sul campo nel corso degli anni si è arricchita la propria esperienza e si desidera fare qualcosa di più che una semplice “bella fotografia”. E’ uscito in questi giorni il libro fotografico CAMPIONI - un volume di 168 pagine formato 22?22 - che contiene le immagini realizzate dal fotografo anconetano Emilio Vendramin in quasi due anni di lavoro. Il volume è stato prodotto direttamente dalla LEGA DEL FILO D’ORO, onlus a cui può essere richiesto. L’autore, a proposito di questo suo lavoro dice: ”La missione della Lega del Filo D’Oro è un’azione continua di diagnosi, cura e miglioramento della qualità - con la messa a a punto di trattamenti e percorsi individuali - della vita di persone (adulti e bambini) sordocieche e con altre problematiche della sfera psicosensoriale. Nel settembre del 2009 la dott.sa Patrizia Ceccarani (direttore riabilitativo) mi ha chiesto se ero disposto a realizzare un libro fotografico che parlasse della Associazione ma più di tutto dei suoi “ospiti” lasciandomi libero di scegliere la “chiave di realizzazione”.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/VENDRAMIN_CAMPIONI/campioni.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:32:54 GMT</pubDate>
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<title>NATALE 2011 - OFFERTE SPECIALI DALLA QUINLAN  Alcuni dei migliori titoli ora in libreria, da non far mancare sotto l&apos;albero</title>
<description>SEMBIANZE. LA FOTOGRAFIA FRA REALTÀ E APPARENZA di Italo Zannier, Quinlan 2011 NINO MIGLIORI IL PASSATO È UN MOSAICO DA INCONTRARE. RITORNO AGLI ANNI CINQUANTA L&apos;Editrice Quinlan presenta &quot;Nino Migliori. Il passato è un mosaico da incontrare. Ritorno agli anni Cinquanta&quot;. Tra il 1950 e il 1959 il fotografo bolognese Nino Migliori esplora l’Italia attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica interessato alla realtà sociale finalmente accessibile e registrabile, dopo le censure del Ventennio.</description>
<content:encoded>SEMBIANZE. LA FOTOGRAFIA FRA REALTÀ E APPARENZA di Italo Zannier, Quinlan 2011
NINO MIGLIORI IL PASSATO È UN MOSAICO DA INCONTRARE. RITORNO AGLI ANNI CINQUANTA  L&apos;Editrice Quinlan presenta &quot;Nino Migliori. Il passato è un mosaico da incontrare. Ritorno agli anni Cinquanta&quot;.  Tra il 1950 e il 1959 il fotografo bolognese Nino Migliori esplora l’Italia attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica interessato alla realtà sociale finalmente accessibile e registrabile, dopo le censure del Ventennio.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/QUINLAN_NATALE2011/OfferteNataleQuinlan.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:31:44 GMT</pubDate>
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<title>GREEN WHITE RED  Il catalogo della mostra tenutasi a Reggio Emilia nel 2011</title>
<description>Il volume, catalogo della mostra di Reggio Emilia (2011), documenta un articolato percorso all’interno della storia della fotografia europea e americana, dalla fine delle avanguardie degli anni Trenta ai giorni nostri, presentando novanta opere della collezione del Frac Aquitaine, in mostra alla Collezione Maramotti, in occasione di Fotografia Europea. Ispirandosi ai tre colori della bandiera italiana – verde, bianco e rosso – il volume, come la mostra, si articola in tre capitoli in cui i colori sono impiegati evocativamente. Il Verde (“A part of nature”) si confronta col tema della natura e il paesaggio; il Bianco (“Times of innocence or silente”) evoca un tempo sospeso in cui tutto può iniziare o ricominciare; il Rosso (“Between passion and conflicts”), colore della passione e della seduzione, ma anche della violenza, contempla affetti e tragedie che si risolvono in una dimensione universale.</description>
<content:encoded>Il volume, catalogo della mostra di Reggio Emilia (2011), documenta un articolato percorso all’interno della storia della fotografia europea e americana, dalla fine delle avanguardie degli anni Trenta ai giorni nostri, presentando novanta opere della collezione del Frac Aquitaine, in mostra alla Collezione Maramotti, in occasione di Fotografia Europea. Ispirandosi ai tre colori della bandiera italiana – verde, bianco e rosso – il volume, come la mostra, si articola in tre capitoli in cui i colori sono impiegati evocativamente. Il Verde (“A part of nature”) si confronta col tema della natura e il paesaggio; il Bianco (“Times of innocence or silente”) evoca un tempo sospeso in cui tutto può iniziare o ricominciare; il Rosso (“Between passion and conflicts”), colore della passione e della seduzione, ma anche della violenza, contempla affetti e tragedie che si risolvono in una dimensione universale.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/GREENWHITERED/greenwhitered.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:30:57 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: VALVASONE. ARTE E ARMONIE DELL&apos;ANTICO BORGO FRIULANO</title>
<description>Adagiato sulla riva destra del fiume Tagliamento, nella media pianura friulana, Valvasone è un paese piccolo che conserva ancora intatto l&apos;aspetto dell&apos;antico borgo medievale. Il suo centro storico ruota, in particolare, attorno a due poli: il Duomo, dove si può ammirare l&apos;unico esemplare esistente di organo veneziano del &apos;500, e il castello, un&apos;autentica &quot;macchina del tempo&quot; che consente all&apos;ammirato visitatore di attraversare i secoli e respirare il senso della storia. Il paese è ricco di memorie storiche e iniziative culturali e sociali. Le origini di Valvasone sono antichissime: leggende ritrovamenti archeologici documentano la presenza di insediamenti di epoca romana e il passaggio, in quest’area, di importanti strade. Il Notaio Antonio Nicoletti vissuto nel 1700, nei suoi scritti, tratti da antiche pergamene, assicura l’origine romana di questo centro e la successiva fortificazione ad opera longobarda.</description>
<content:encoded>Adagiato sulla riva destra del fiume Tagliamento, nella media pianura friulana, Valvasone è un paese piccolo che conserva ancora intatto l&apos;aspetto dell&apos;antico borgo medievale. Il suo centro storico ruota, in particolare, attorno a due poli: il Duomo, dove si può ammirare l&apos;unico esemplare esistente di organo veneziano del &apos;500, e il castello,  un&apos;autentica &quot;macchina del tempo&quot; che consente all&apos;ammirato visitatore di attraversare i secoli e respirare il senso della storia. Il paese è ricco di memorie storiche e iniziative culturali e sociali. Le origini di Valvasone sono antichissime: leggende ritrovamenti archeologici documentano la presenza di insediamenti di epoca romana e il passaggio, in quest’area, di importanti strade. Il Notaio Antonio Nicoletti vissuto nel 1700, nei suoi scritti, tratti da antiche pergamene, assicura l’origine romana di questo centro e la successiva fortificazione ad opera longobarda. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/ZUCCON_VALVASONE/zuccon.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:29:53 GMT</pubDate>
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<title>TEST: OLYMPUS XZ-1</title>
<description>Coniugare qualità fotografica da un lato ed ingombro e peso contenuti dall’altro è da sempre il sogno di ogni fotografo. Ogni scelta comporta dei sacrifici e dei compromessi, e nel corso degli anni i vari produttori hanno proposto delle fotocamere più o meno indovinate nel loro bilanciamento tra i due aspetti. All’inizio di quest’anno Olympus ha presentato la XZ-1, una compatta che già sulla carta prometteva un gran bene; e dopo un rapido giro di prova che abbiamo avuto modo di effettuare poche settimane fa, non possiamo che confermare l’ottima impressione iniziale. Piccola ma non minuscola, la XZ-1 ha dimensioni comunque abbastanza contenute da poter stare in una tasca “comoda”; non tanto il taschino della camicia o dei jeans, per intenderci, ma si infila senza problemi nella tasca di un giaccone o nel classico borsello che si usa per le chiavi, gli occhiali ed il cellulare.</description>
<content:encoded>Coniugare qualità fotografica da un lato ed ingombro e peso contenuti dall’altro è da sempre il sogno di ogni fotografo. Ogni scelta comporta dei sacrifici e dei compromessi, e nel corso degli anni i vari produttori hanno proposto delle fotocamere più o meno indovinate nel loro bilanciamento tra i due aspetti. All’inizio di quest’anno Olympus ha presentato la XZ-1, una compatta che già sulla carta prometteva un gran bene; e dopo un rapido giro di prova che abbiamo avuto modo di effettuare poche settimane fa, non possiamo che confermare l’ottima impressione iniziale.  Piccola ma non minuscola, la XZ-1 ha dimensioni comunque abbastanza contenute da poter stare in una tasca “comoda”; non tanto il taschino della camicia o dei jeans, per intenderci, ma si infila senza problemi nella tasca di un giaccone o nel classico borsello che si usa per le chiavi, gli occhiali ed il cellulare.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/OLYMPUS_XZ1/xz-1.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:29:18 GMT</pubDate>
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<title>VIAGGI: Di Lucca, statue vive e pensieri-quadratino</title>
<description>Torno da due giorni nella “città dalle cento chiese”. Due giorni colmi, belli. ￼A chiamarmi è stato un festival che da anni mi allettava: il Lucca Photo Fest, che intrufola immagini in ogni chiesa e palazzo e che in quest’edizione ha per tema l’Oriente. Per due giorni mi son riempita di incanto, sdegno, curiosità, e miriadi dei miei soliti astratti furori. Ho distolto lo sguardo, sibilato pensieri feroci, ho sorriso e riso, anche, talvolta, e ad alta voce; mi sono emozionata a dismisura, in mille direzioni diverse, di foto in foto: dal reportage più brusco ed eclatante alla provocazione più strampalata, passando per immagini semplicemente belle da starci davanti a immaginare, con la faccia da tonta, in mezzo a piccole e decorative nostalgie che quasi quasi non sanguino più, o non ancora. Come bicchiere scosso, traboccavo. E mi è mancato il tempo per avere paura. Spargo qui sotto qualche minuzzolo del mio zonzeggiare, tra quelli che più mi son rimasti appiccicati.</description>
<content:encoded>Torno da due giorni nella “città dalle cento chiese”. Due giorni colmi, belli.
￼A chiamarmi è stato un festival che da anni mi allettava: il Lucca Photo Fest, che intrufola immagini in ogni chiesa e palazzo e che in quest’edizione ha per tema l’Oriente. Per due giorni mi son riempita di incanto, sdegno, curiosità, e miriadi dei miei soliti astratti furori. Ho distolto lo sguardo, sibilato pensieri feroci, ho sorriso e riso, anche, talvolta, e ad alta voce; mi sono emozionata a dismisura, in mille direzioni diverse, di foto in foto: dal reportage più brusco ed eclatante alla provocazione più strampalata, passando per immagini semplicemente belle da starci davanti a immaginare, con la faccia da tonta, in mezzo a piccole e decorative nostalgie che quasi quasi non sanguino più, o non ancora. Come bicchiere scosso, traboccavo.  E mi è mancato il tempo per avere paura. Spargo qui sotto qualche minuzzolo del mio zonzeggiare, tra quelli che più mi son rimasti appiccicati.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/recensioni/LUCCA/lucca.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:28:07 GMT</pubDate>
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<title>PORTFOLIO: DARIO FERRANDI  &quot;Respiro la montagna&quot;</title>
<description>La Montagna e l&apos;Uomo... no, non mi lancerò in discorsi già affrontati da penne più meritevoli della mia, avventurandomi in simbolismi ancestrali, sacralità e simili sentieri impervi. Sulla montagna e su questo uomo in particolare, tuttavia, qualcosa ho la presunzione di poter dire, per l&apos;affinità che io stesso sento verso quell&apos;ambiente – pur non essendo affatto un montanaro – e verso il modo in cui l&apos;autore lo rappresenta. Ci sono pochi limiti, nel mondo odierno, a quello che possiamo fare. A dove possiamo andare. Le montagne sono uno di questi. Le cerchiamo perché sono l&apos;unico luogo in cui vedere un ostacolo, un confine. É un limite necessario, che aiuta a definirci ed a ritrovare l&apos;orientamento della nostra umanità, la sua dimensione e il senso della sua fragilità. Ci dà una misura di noi stessi, e questa non è filosofia spicciola, come sa bene chiunque abbia fatto dell&apos;alpinismo, o anche solo dell&apos;escursionismo impegnativo.</description>
<content:encoded>La Montagna e l&apos;Uomo... no, non mi lancerò in discorsi già affrontati da penne più meritevoli della mia, avventurandomi in simbolismi ancestrali, sacralità e simili sentieri impervi. Sulla montagna e su questo uomo in particolare, tuttavia, qualcosa ho la presunzione di poter dire, per l&apos;affinità che io stesso sento verso quell&apos;ambiente – pur non essendo affatto un montanaro – e verso il modo in cui l&apos;autore lo rappresenta. Ci sono pochi limiti, nel mondo odierno, a quello che possiamo fare. A dove possiamo andare. Le montagne sono uno di questi. Le cerchiamo perché sono l&apos;unico luogo in cui vedere un ostacolo, un confine. É un limite necessario, che aiuta a definirci ed a ritrovare l&apos;orientamento della nostra umanità, la sua dimensione e il senso della sua fragilità. Ci dà una misura di noi stessi, e questa non è filosofia spicciola, come sa bene chiunque abbia fatto dell&apos;alpinismo, o anche solo dell&apos;escursionismo impegnativo. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/portfolio/FERRANDI/ferrandi.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:27:19 GMT</pubDate>
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<title>EICMA 2011  Il Salone del ciclo e Motociclo di Milano</title>
<description>Il mondo degli appassionati di motociclismo è infatti un mondo troppo variegato per essere racchiuso in pochi tipi (o stereotipi). Un mondo che parte dalla moto come oggetto ma che si espande in stili di vita, in modi di esprimersi, in abbigliamento e atteggiamenti, insomma in un immaginario che spazia da padri di famiglia a cavalieri solitari, da timidi gitanti della domenica a arditi frequentatori di piste, da scooteristi convinti a sofisticati studiosi di meccanica e potenze. Stili di vita e di passioni che non escludono il rito collettivo del salone, della “fiera” in cui, insieme, ostentando il proprio credo a due ruote, ci si immerge disinvoltamente tra ballerine e saltinbanchi, tra pagliacci ed acrobati, come in un circo di altri tempi. E le donne, la musica, le luci, le cromature, le tute e i campioni dello sport fanno parte di questo incredibile ed irripetibile momento di catarsi collettiva.</description>
<content:encoded>Il mondo degli appassionati di motociclismo è infatti un mondo troppo variegato per essere racchiuso in pochi tipi (o stereotipi). Un mondo che parte dalla moto come oggetto ma che si espande in stili di vita, in modi di esprimersi, in abbigliamento e atteggiamenti, insomma in un immaginario che spazia da padri di famiglia a cavalieri solitari, da timidi gitanti della domenica a arditi frequentatori di piste, da scooteristi convinti a sofisticati studiosi di meccanica e potenze. Stili di vita e di passioni che non escludono il rito collettivo del salone, della “fiera” in cui, insieme, ostentando il proprio credo a due ruote, ci si immerge disinvoltamente tra ballerine e saltinbanchi, tra pagliacci ed acrobati, come in un circo di altri tempi. E le donne, la musica, le luci, le cromature, le tute e i campioni dello sport fanno parte di questo incredibile ed irripetibile momento di catarsi collettiva.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/recensioni/EICMA2011/eicma2011.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:26:25 GMT</pubDate>
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<title>CIOFEGON: BASTA LA PAROLA</title>
<description>L’uso del temine ciofeca per indicare qualcosa di infima qualità ha origine nell’Italia meridionale, in particolare in Sicilia ed in Campania, ed è probabilmente derivato dal termine arabo šafèq, che indica una bevanda dal gusto pessimo o alterato, ed in generale tutto ciò che è di pessima qualità rispetto alle aspettative. Non sappiamo se e quanto grazie a Totò, oggi il termine è diffuso un po’ in tutta Italia e lo abbiamo sentito adoperare anche a Milano o in Veneto. Perché ne parliamo? Perché circa una quindicina di anni fa, quando avevamo il tempo di partecipare ai gruppi di discussione di Usenet ed in particolare a it.arti.fotografia, eravamo soliti chiamare col termine “Ciofagon” o “Ciofegon” gli obiettivi di scarsa qualità, facendo un gioco di parole (una “crasi”, si dovrebbe dire) tra “ciofeca” ed il classico suffisso –gon, di derivazione greca, spesso utilizzato per denominare obiettivi fotografici (Distagon, Angulon, Variogon…).</description>
<content:encoded>L’uso del temine ciofeca per indicare qualcosa di infima qualità ha origine nell’Italia meridionale, in particolare in Sicilia ed in Campania, ed è probabilmente derivato dal termine arabo šafèq, che indica una bevanda dal gusto pessimo o alterato, ed in generale tutto ciò che è di pessima qualità rispetto alle aspettative. Non sappiamo se e quanto grazie a Totò, oggi il termine è diffuso un po’ in tutta Italia e lo abbiamo sentito adoperare anche a Milano o in Veneto. Perché ne parliamo? Perché circa una quindicina di anni fa, quando avevamo il tempo di partecipare ai gruppi di discussione di Usenet ed in particolare a it.arti.fotografia, eravamo soliti chiamare col termine “Ciofagon” o “Ciofegon” gli obiettivi di scarsa qualità, facendo un gioco di parole (una “crasi”, si dovrebbe dire) tra “ciofeca” ed il classico suffisso –gon, di derivazione greca, spesso utilizzato per denominare obiettivi fotografici (Distagon, Angulon, Variogon…).</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/CIOFEGON/ciofegon.htm</link>
<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 10:25:50 GMT</pubDate>
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<title>SPECIALE MONTAGNA: LA FOTOGRAFIA IN MONTAGNA AI TEMPI DEL DIGITALE</title>
<description>Fotografia “in” montagna o fotografia “di” montagna? La differenza c’è, eccome. A pensarci bene, l’espressione “fotografia di montagna” evoca essenzialmente grandiosi panorami, territori (in apparenza) selvaggi, vette e ghiacciai ripresi nella loro immobile solennità da fotografi specializzati. L’espressione “fotografia in montagna”, invece, ci riporta a un’attività più complessa, più sfaccettata ed anche più difficile da affrontare. Chi fotografa “in” montagna, infatti, non è necessariamente specializzato nella ripresa del paesaggio alpino ma è – più spesso – un fotografo chiamato a gestire e risolvere diverse situazioni di ripresa e diversi generi fotografici che non si limitano alla ripresa dell’ambiente naturale ma spaziano dall’architettura alla fotografia di ambiente umano, dal ritratto alla fotografia naturalistica… Un “identikit” che si attaglia non soltanto al professionista che lavora per l’editoria e che si rivolge a una clientela specializzata rappresentata da testate giornalistiche, studi pubblicitari o agenzie di stock, ma anche al fotoamatore che – beato lui! – può permettersi di fotografare ciò che vuole dove vuole, anche (ma non esclusivamente) in ambiente alpino.</description>
<content:encoded>Fotografia “in” montagna o fotografia “di” montagna? La differenza c’è, eccome.  A pensarci bene, l’espressione “fotografia di montagna” evoca essenzialmente grandiosi panorami, territori (in apparenza) selvaggi, vette e ghiacciai ripresi nella loro immobile solennità da fotografi specializzati. L’espressione “fotografia in montagna”, invece, ci riporta a un’attività più complessa, più sfaccettata ed anche più difficile da affrontare. Chi fotografa “in” montagna, infatti, non è necessariamente specializzato nella ripresa del paesaggio alpino ma è – più spesso – un fotografo chiamato a gestire e risolvere diverse situazioni di ripresa e diversi generi fotografici che non si limitano alla ripresa dell’ambiente naturale ma spaziano dall’architettura alla fotografia di ambiente umano, dal ritratto alla fotografia naturalistica… Un “identikit” che si attaglia non soltanto al professionista che lavora per l’editoria e che si rivolge a una clientela specializzata rappresentata da testate giornalistiche, studi pubblicitari o agenzie di stock, ma anche al fotoamatore che – beato lui! – può permettersi di fotografare ciò che vuole dove vuole, anche (ma non esclusivamente) in ambiente alpino.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/tecnica/MONTAGNA-DIGITALE/fotografia-montagna.htm</link>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 09:26:47 GMT</pubDate>
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<title>SPECIALE MONTAGNA: MA CHI TE LO FA FARE?</title>
<description>Giugno 1992. Non ho ancora vent&apos;anni, ma sono già stanco delle vacanze tutte &quot;spiaggia &amp; discoteca&quot; di gran parte dei miei coetanei. Ho voglia di fare qualcosa di diverso, di utile. Anni prima, nel 1987, una ragazzina che mi piaceva mi aveva fermato, nei corridoi del liceo, chiedendomi: &quot;Ciao! Ti vuoi iscrivere alla figgicì?&quot; FIGC, penso io, Federazione Italiana Gioco Calcio. Il calcio mi interessava poco, ero di quelli che finiva sempre in porta, ma la ragazzina molto: divenne infatti la mia prima fidanzatina. Ma non si sta parlando di questo. Insomma, accetto di iscrivermi. Al momento del tesseramento, però, scopro che lei intendeva la FGCI, Federazione Giovani Comunisti Italiani. E vabbe&apos;, mi dico, che sarà mai. Mi iscrivo e, pur non essendo né diventando comunista, scopro un universo interessante fatto di gente che si interessa dei destini del mondo e discute per provare a cambiarlo. Qualche tempo dopo, nel novembre del 1988, mi ritrovo addirittura al congresso provinciale, in verità con l&apos;uditorio maschile concentrato al 50% sugli interventi dei delegati ed al 50% sulla partita Napoli-Milan in corso in quel momento (4-1 per il Napoli, per la cronaca. Era l&apos;era di Diego). Calcio e politica insieme, di nuovo. Ma non si sta parlando di questo. Il 1992, dunque. Non ero più nella FGCI ma tra le varie eredità di questa esperienza mi era rimasta la passione per Cuore, settimanale satirico che molti ancora ricorderanno. Proprio su Cuore leggo che, tramite un&apos;associazione accreditata presso l&apos;ONU, è possibile trascorrere un mese nella ex Jugoslavia in qualità di volontario, aiutando le popolazioni locali a fare fronte alle conseguenze della guerra in corso. Ne parlo con mio padre; &quot;è un&apos;idea bellissima&quot;, mi dice, &quot;hai tutta la mia approvazione&quot;. A mia madre non dico nulla, è troppo ansiosa; fino al mio ritorno penserà che io sia in un campeggio a Viareggio.</description>
<content:encoded>Giugno 1992. Non ho ancora vent&apos;anni, ma sono già stanco delle vacanze tutte &quot;spiaggia &amp; discoteca&quot; di gran parte dei miei coetanei. Ho voglia di fare qualcosa di diverso, di utile. Anni prima, nel 1987, una ragazzina che mi piaceva mi aveva fermato, nei corridoi del liceo, chiedendomi: &quot;Ciao! Ti vuoi iscrivere alla figgicì?&quot; FIGC, penso io, Federazione Italiana Gioco Calcio. Il calcio mi interessava poco, ero di quelli che finiva sempre in porta, ma la ragazzina molto: divenne infatti la mia prima fidanzatina. Ma non si sta parlando di questo. Insomma, accetto di iscrivermi. Al momento del tesseramento, però, scopro che lei intendeva la FGCI, Federazione Giovani Comunisti Italiani. E vabbe&apos;, mi dico, che sarà mai. Mi iscrivo e, pur non essendo né diventando comunista, scopro un universo interessante fatto di gente che si interessa dei destini del mondo e discute per provare a cambiarlo. Qualche tempo dopo, nel novembre del 1988, mi ritrovo addirittura al congresso provinciale, in verità con l&apos;uditorio maschile concentrato al 50% sugli interventi dei delegati ed al 50% sulla partita Napoli-Milan in corso in quel momento (4-1 per il Napoli, per la cronaca. Era l&apos;era di Diego). Calcio e politica insieme, di nuovo. Ma non si sta parlando di questo. Il 1992, dunque. Non ero più nella FGCI ma tra le varie eredità di questa esperienza mi era rimasta la passione per Cuore, settimanale satirico che molti ancora ricorderanno. Proprio su Cuore leggo che, tramite un&apos;associazione accreditata presso l&apos;ONU, è possibile trascorrere un mese nella ex Jugoslavia in qualità di volontario, aiutando le popolazioni locali a fare fronte alle conseguenze della guerra in corso. Ne parlo con mio padre; &quot;è un&apos;idea bellissima&quot;, mi dice, &quot;hai tutta la mia approvazione&quot;. A mia madre non dico nulla, è troppo ansiosa; fino al mio ritorno penserà che io sia in un campeggio a Viareggio. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/SPECIALE-MONTAGNA/montagna.htm</link>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 09:25:48 GMT</pubDate>
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<title>SPECIALE MONTAGNA: UN RACCONTO DI P. GHISETTI SU VITTORIO SELLA</title>
<description>Vittorio Sella, Erminio Botta, Enrico Brocherel e un portatore balti salgono lentamente verso un colle senza nome. Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, ha voluto ancora una volta con sé, come documentarista ufficiale della sua spedizione al K2, in Himalaya, Vittorio Sella e il suo fedele assistente, Erminio Botta. Nelle precedenti spedizioni al Ruwenzori in Africa, e al Monte St.Elia in Alaska, la documentazione fotografica di Sella ha propagandato in Italia e all’estero le imprese di quel coraggioso manipolo d’italiani, con immagini spettacolari e impeccabili, che hanno suscitato ammirazione in tutto il mondo. Già la mattina Sella aveva effettuato alcune riprese al gigantesco K2, la seconda montagna del globo, alta ben 8611 metri, con una piccola Kodak 9x12cm che portava sempre nel sacco. Sella e Botta, pur allenati da anni d’estenuanti ascensioni e lunghe traversate sul Monte Rosa e nell’Oberland Bernese, faticavano non poco a causa della quota elevata: cercavano di prendere fiato ogni mezz’ora, appoggiandosi alle lunghe piccozze, imponendosi un ritmo costante e graduale. Brocherel invece sembrava non si accorgesse nemmeno del dislivello, del vento e del freddo. Sella, dentro di sé, gli lanciò un’imprecazione: ma di che cosa erano fatte quelle benedette Guide di Courmayeur? Dopo anni di arrampicate sapeva perfettamente per esperienza diretta che era inutile entrare in competizione con quegli stambecchi valdostani!</description>
<content:encoded>Vittorio Sella, Erminio Botta, Enrico Brocherel e un portatore balti salgono lentamente verso un colle senza nome. Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, ha voluto ancora una volta con sé, come documentarista ufficiale della sua spedizione al K2, in Himalaya, Vittorio Sella e il suo fedele assistente, Erminio Botta. Nelle precedenti spedizioni al Ruwenzori in Africa, e al Monte St.Elia in Alaska, la documentazione fotografica di Sella ha propagandato in Italia e all’estero le imprese di quel coraggioso manipolo d’italiani, con immagini spettacolari e impeccabili, che hanno suscitato ammirazione in tutto il mondo.  Già la mattina Sella aveva effettuato alcune riprese al gigantesco K2, la seconda montagna del globo, alta ben 8611 metri, con una piccola Kodak 9x12cm che portava sempre nel sacco. Sella e Botta, pur allenati da anni d’estenuanti ascensioni e lunghe traversate sul Monte Rosa e nell’Oberland Bernese, faticavano non poco a causa della quota elevata: cercavano di prendere fiato ogni mezz’ora, appoggiandosi alle lunghe piccozze, imponendosi un ritmo costante e graduale. Brocherel invece sembrava non si accorgesse nemmeno del dislivello, del vento e del freddo. Sella, dentro di sé, gli lanciò un’imprecazione: ma di che cosa erano fatte quelle benedette Guide di Courmayeur? Dopo anni di arrampicate sapeva perfettamente per esperienza diretta che era inutile entrare in competizione con quegli stambecchi valdostani! </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/GHISETTI-SELLA/VittorioSella.htm</link>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 09:24:15 GMT</pubDate>
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<title>SPECIALE MONTAGNA: WILDERNESS, MAGIA E RISPETTO</title>
<description>Per un amante della natura (e se state leggendo quasi certamente lo siete) pensare che sia cosa buona e giusta frequentarla e proteggerla è scontato, un riflesso istintivo. Tanto che c&apos;è persino il rischio che si esaurisca in un rituale meccanico, una fruizione ricreativa, in cui perdere di vista i motivi profondi per cui la natura è importante in sé, e andrebbe vissuta più consapevolmente di quanto molti la vivano: un rifugio dal caos, un viaggio trendy, magari visto su una rivista patinata. La Natura è il fondamento stesso su cui si basa la vita, l&apos;architettura in cui tutto è inscritto, incluso il nostro quotidiano. Abituati a considerarci affrancati dai meccanismi che regolano il pianeta, incapsulati in ambienti artificiali che ci proteggono da eventi esterni, abbiamo maturato una presuntuosa e autoreferenziale sensazione di indipendenza. Eppure tutto discende dal pianeta, da una natura che ha leggi e ritmi propri, immutabili e non sovvertibili, ai quali non siamo più estranei di quanto non lo sia un lichene, anche se non più costretti a cacciare le nostre prede, a camminare per spostarci o a dormire all’addiaccio (ma non scordiamo che per milioni di persone ciò è ancora quotidianità).</description>
<content:encoded>Per un amante della natura (e se state leggendo quasi certamente lo siete) pensare che sia cosa buona e giusta frequentarla e proteggerla è scontato, un riflesso istintivo. Tanto che c&apos;è persino il rischio che si esaurisca in un rituale meccanico, una fruizione ricreativa, in cui perdere di vista i motivi profondi per cui la natura è importante in sé, e andrebbe vissuta più consapevolmente di quanto molti la vivano: un rifugio dal caos, un viaggio trendy, magari visto su una rivista patinata. La Natura è il fondamento stesso su cui si basa la vita, l&apos;architettura in cui tutto è inscritto, incluso il nostro quotidiano. Abituati a considerarci affrancati dai meccanismi che regolano il pianeta, incapsulati in ambienti artificiali che ci proteggono da eventi esterni, abbiamo maturato una presuntuosa e autoreferenziale sensazione di indipendenza. Eppure tutto discende dal pianeta, da una natura che ha leggi e ritmi propri, immutabili e non sovvertibili, ai quali non siamo più estranei di quanto non lo sia un lichene, anche se non più costretti a cacciare le nostre prede, a camminare per spostarci o a dormire all’addiaccio (ma non scordiamo che per milioni di persone ciò è ancora quotidianità).</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/tecnica/WILDERNESS/wilderness.htm</link>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 09:23:38 GMT</pubDate>
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<title>TEST: OTTICHE ZEISS SU CORPI SONY NEX</title>
<description>Dite la verità: chi non ha comprato la NEX con l&apos;idea di poterci utilizzare un&apos;infinità di ottime ottiche non più utilizzabili con la nuova reflex digitale? Ottimi obiettivi Nikkor, Leitz, Contax, Yashica ed a vite 42x1 giacevano tristemente inutilizzati nel cassetto, obiettivi spesso molto luminosi, di ottima qualità e molto costosi all&apos;epoca, perfettamente in grado di dare i punti ai moderni zoom che ci ritroviamo oggigiorno a corredo delle nostre digitali. Molti hanno recuperato le ottiche Leitz e Zeiss sulle Canon (specie le full frame), ma questa opportunità era interdetta a chi, come me, già disponeva di un corredo digitale di altra marca. Le Sony NEX, con il loro tiraggio cortissimo, non solo hanno permesso il recupero di queste ottiche, ma anche quello di (quasi) qualsiasi obiettivo esistente, persino quelli creati per la cinematografia.</description>
<content:encoded>Dite la verità: chi non ha comprato la NEX con l&apos;idea di poterci utilizzare un&apos;infinità di ottime ottiche non più utilizzabili con la nuova reflex digitale?
Ottimi obiettivi Nikkor, Leitz, Contax, Yashica ed a vite 42x1 giacevano tristemente inutilizzati nel cassetto, obiettivi spesso molto luminosi, di ottima qualità e molto costosi all&apos;epoca, perfettamente in grado di dare i punti ai moderni zoom che ci ritroviamo oggigiorno a corredo delle nostre digitali. Molti hanno recuperato le ottiche Leitz e Zeiss sulle Canon (specie le full frame), ma questa opportunità era interdetta a chi, come me, già disponeva di un corredo digitale di altra marca.
Le Sony NEX, con il loro tiraggio cortissimo, non solo hanno permesso il recupero di queste ottiche, ma anche quello di (quasi) qualsiasi obiettivo esistente, persino quelli creati per la cinematografia.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/FUJI_X100b/fujiX100.htm</link>
<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 17:47:17 GMT</pubDate>
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<title>IN GIRO CON LA FUJI X100</title>
<description>Quando lavoravo su pellicola portavo spesso con me una Minox GT, non soltanto in alta montagna (dove la leggerezza rappresenta un valore fondamentale), ma anche in vacanza o in giro per la città. La qualità dell’obiettivo era sufficiente a garantirmi risultati vendibili, mentre le ridottissime dimensioni dell’apparecchio mi consentivano di lasciarlo sempre in tasca, o in una piccola borsa, e in questo modo riuscivo a cogliere spunti interessanti anche quando le circostanze mi impedivano di portarmi appresso le reflex o – peggio – le medio formato. Il problema (condiviso tanto dai dilettanti quanto dai professionisti quando sono ufficialmente “fuori servizio”) è che durante un pomeriggio di shopping la dolce metà non accetta di buon grado di condividere tempo e attenzioni con un corredo reflex! Al contrario un apparecchio tascabile, se usato con la dovuta rapidità, non soltanto viene tollerato, ma può rappresentare un gioco divertente, una gara a chi dei due si accorge per primo di qualcosa di simpatico da immortalare. L’avvento del digitale ha messo in crisi anche questo aspetto, dal momento che fino a poco tempo fa le compatte (anche di livello elevato) erano caratterizzate da sensori di dimensioni troppo piccole per poter garantire una qualità sufficiente a soddisfare le aspettative del mercato professionale. I diversi tentativi e i molti soldi inutilmente spesi non hanno mai convinto i miei clienti istituzionali, giustamente critici soprattutto sulla quantità di rumore elettronico (anche a bassi valori ISO) strettamente dipendente dall’utilizzo di sensori minuscoli.</description>
<content:encoded>Quando lavoravo su pellicola portavo spesso con  me una Minox GT, non soltanto in alta montagna (dove la leggerezza rappresenta un valore fondamentale), ma anche in vacanza o in giro per la città. La qualità dell’obiettivo era sufficiente a garantirmi risultati vendibili, mentre le ridottissime dimensioni dell’apparecchio mi consentivano di lasciarlo sempre in tasca, o in una piccola borsa, e in questo modo riuscivo a cogliere spunti interessanti anche quando le circostanze mi impedivano di portarmi appresso le reflex o – peggio – le medio formato. Il problema (condiviso tanto dai dilettanti quanto dai professionisti quando sono ufficialmente “fuori servizio”) è che durante un pomeriggio di shopping la dolce metà non accetta di buon grado di condividere tempo e attenzioni con un corredo reflex! Al contrario un apparecchio tascabile, se usato con la dovuta rapidità, non soltanto viene tollerato, ma può rappresentare un gioco divertente, una gara a chi dei due si accorge per primo di qualcosa di simpatico da immortalare. L’avvento del digitale ha messo in crisi anche questo aspetto, dal momento che fino a poco tempo fa le compatte (anche di livello elevato) erano caratterizzate da sensori di dimensioni troppo piccole per poter garantire una qualità sufficiente a soddisfare le aspettative del mercato professionale.  I diversi tentativi e i molti soldi inutilmente spesi non hanno mai convinto i miei clienti istituzionali, giustamente critici soprattutto sulla quantità di rumore elettronico (anche a bassi valori ISO) strettamente dipendente dall’utilizzo di sensori minuscoli.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/FUJI_X100b/fujiX100.htm</link>
<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 17:46:32 GMT</pubDate>
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<title>L&apos;INCOMPIUTO - Quando il soggetto è l&apos;opera altrui</title>
<description>Assumere il vedere come soggetto, porta a rivolgersi con intenzione fotografica verso ogni cosa, talvolta anche le opere altrui. In questi casi diventa difficile stabilire quanto merito del prodotto finale sia da attribuire al fotografo e quanto, per diritto d&apos;autore, all&apos;artefice dell&apos;opera originaria. Essa, per quanto trattata alla stregua di &quot;materia grezza&quot;, da destrutturare e ristrutturare attraverso il filtro autoriale del fotografo, è comunque già un&apos;opera compiuta, con una sua precisa preesistente identità. Questo non riguarda solo gli oggetti d’arte, ogni cosa che venga fotografata, sia naturale, artificiale o umana, è un&apos; &quot;opera compiuta&quot;. Quanto merito spetta al fotografo e quanto al padreterno nella resa di un bel tramonto? Quanto spetta al fotografo e quanto alla modella - e alla di lei mamma - nella riuscita di un ritratto?.. La fotografia ha come caratteristica specifica il partire da un dato grezzo di realtà che, per quanto trasfigurato e plasmato dall’intervento dell’autore, reclama un proprio legittimo diritto di primogenitura.</description>
<content:encoded>Assumere il vedere come soggetto, porta a rivolgersi con intenzione fotografica verso ogni cosa, talvolta anche le opere altrui. In questi casi diventa difficile stabilire quanto merito del prodotto finale sia da attribuire al fotografo e quanto, per diritto d&apos;autore, all&apos;artefice dell&apos;opera originaria. Essa, per quanto trattata alla stregua di &quot;materia grezza&quot;, da destrutturare e ristrutturare attraverso il filtro autoriale del fotografo, è comunque già un&apos;opera compiuta, con una sua precisa preesistente identità. Questo non riguarda solo gli oggetti d’arte, ogni cosa che venga fotografata, sia naturale, artificiale o umana, è un&apos; &quot;opera compiuta&quot;. Quanto merito spetta al fotografo e quanto al padreterno nella resa di un bel tramonto? Quanto spetta al fotografo e quanto alla modella - e alla di lei mamma - nella riuscita di un ritratto?.. La fotografia ha come caratteristica specifica il partire da un dato grezzo di realtà che, per quanto trasfigurato e plasmato dall’intervento dell’autore, reclama un proprio legittimo diritto di primogenitura. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/INCOMPIUTO/incompiuto.htm</link>
<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 09:39:17 GMT</pubDate>
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<title>MOSTRE: I 32 ANNI DI VITA DELLE TORRI GEMELLE</title>
<description>ra le numerose celebrazioni che ricordano il decennale dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, una mostra fotografica, organizzata dalla Provincia di Roma e curata da Umberto Gentiloni, si distingue dalle altre. Intanto, l’autore delle foto è il grande fotografo Tony Vaccaro che molti ricorderanno per la mostra di due anni fa, “Scatti di Guerra”, alle Scuderie del Quirinale. L’89enne Vaccaro, prima fotografo di guerra e poi fotoreporter dei più prestigiosi magazines americani (LIFE, LOOK, FLAIR per citare i più importanti) per i quali fotografò i più famosi personaggi del recente secolo scorso, ha avuto un rapporto particolare con le Twin Towers: ha iniziato a fissarle nei suoi fotogrammi già dalla loro nascita e poi nel corso dei 32 anni della loro vita.</description>
<content:encoded>ra le numerose celebrazioni che ricordano il decennale dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, una mostra fotografica, organizzata dalla Provincia di Roma e curata da Umberto Gentiloni, si distingue dalle altre. Intanto, l’autore delle foto è il grande fotografo Tony Vaccaro che molti ricorderanno per la mostra di due anni fa, “Scatti di Guerra”, alle Scuderie del Quirinale. 

L’89enne Vaccaro, prima fotografo di guerra e poi fotoreporter dei più prestigiosi magazines americani (LIFE, LOOK, FLAIR per citare i più importanti) per i quali fotografò i più famosi personaggi del recente secolo scorso, ha avuto un rapporto particolare con le Twin Towers: ha iniziato a fissarle nei suoi fotogrammi già dalla loro nascita e poi nel corso dei 32 anni della loro vita. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/recensioni/VACCAROTWINTOWERS/twintowers.htm</link>
<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 09:38:01 GMT</pubDate>
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<title>TEST/STORIA: ZEISS OLYMPIA SONNAR 180/2.8</title>
<description>La storia del Sonnar da 18cm f/2,8 inizia nel 1936, quando la Carl Zeiss Jena presenta questo futuristico obiettivo dalla straordinaria luminosità: si pensi che il fratello maggiore, uscito nel 1932, possedeva la luminosità di f/6,3, ovvero ben due diaframmi e mezzo di differenza, un altro pianeta. Frutto della geniale progettazione ottica di Ludwig Bertele e composto da 5 lenti in tre gruppi, divenne ben presto noto come Olympia-Sonnar, in quanto presentato ufficialmente alla vetrina delle Olimpiadi di Berlino. Inizialmente offerto con innesto diretto per gli apparecchi a telemetro Contax, fu presto riconvertito all’uso con la cassetta reflex Flektoskop, a lati di visione invertiti. Il peso arrivava a 3 kg, cassetta reflex compresa; fu fabbricato, esclusivamente in finitura cromata, sino al 1945 in 1330 esemplari.</description>
<content:encoded>La storia del Sonnar da 18cm f/2,8 inizia nel 1936, quando la Carl Zeiss Jena presenta questo futuristico obiettivo dalla straordinaria luminosità: si pensi che il fratello maggiore, uscito nel 1932, possedeva la luminosità di f/6,3, ovvero ben due diaframmi e mezzo di differenza, un altro pianeta. Frutto della geniale progettazione ottica di Ludwig Bertele e composto da 5 lenti in tre gruppi, divenne ben presto noto come Olympia-Sonnar, in quanto presentato ufficialmente alla vetrina delle Olimpiadi di Berlino. Inizialmente offerto con innesto diretto per gli apparecchi a telemetro Contax, fu presto riconvertito all’uso con la cassetta reflex Flektoskop, a lati di visione invertiti. Il peso arrivava a 3 kg, cassetta reflex compresa; fu fabbricato, esclusivamente in finitura cromata, sino al 1945 in 1330 esemplari.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/ZEISS_SONNAR180/olympiasonnar.htm</link>
<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 09:37:06 GMT</pubDate>
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<item>
<title>LIBRI: LA FOTOGRAFIA - LE ORIGINI 1839-1890</title>
<description>Questa bella opera pubblicata dalla SKIRA è suddivisa in quattro volumi ed è il grande racconto della fotografia mondiale. L&apos;opera si contraddistingue per un taglio innovativo, che permette al lettore differenti percorsi di lettura all&apos;interno di una struttura chiaramente definita, ma anche per la grande cura per la stampa come la famosa casa editrice ci ha abituati da sempre.</description>
<content:encoded>Questa bella opera pubblicata dalla SKIRA è suddivisa in quattro volumi ed è il grande racconto della fotografia mondiale. L&apos;opera si contraddistingue per un taglio innovativo, che permette al lettore differenti percorsi di lettura all&apos;interno di una struttura chiaramente definita, ma anche per la grande cura per la stampa come la famosa casa editrice ci ha abituati da sempre.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/LAFOTOGRAFIASKIRA/lafotografia.htm</link>
<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 15:13:20 GMT</pubDate>
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<title>TEST: APPLE iPHONE4, QUASI UNA COMPATTA</title>
<description>La questione è annosa e resiste indomita al passare dei decenni e delle tecnologie: si dice spesso che la miglior fotocamera è quella che si ha con sé, e che quindi ci consente di scattare immagini nel maggior numero di occasioni possibili (altrimenti si andrebbe tutti in giro con i banchi ottici nel bagagliaio). Peso, praticità ed ingombro contano, e tutti sappiamo che molto spesso, nelle occasioni fotograficamente meno impegnative, capita di lasciare a casa la fidata reflex col suo sontuoso 24-70 F/2.8, desiderosi di avere qualcosa con cui uscire leggeri, una compatta da taschino insomma. Ed allora partono le ricerche verso la compatta ideale, che abbia quanta più qualità possibile, che ci consenta un minimo di controlli manuali sull’immagine; in altre parole che non sia solo una scatoletta lampeggiante con un paio di pulsantini da premere e null’altro. E ciascuno trova la soluzione che più gli par giusta, bilanciando prezzo, dimensioni, automatismi.</description>
<content:encoded>La questione è annosa e resiste indomita al passare dei decenni e delle tecnologie: si dice spesso che la miglior fotocamera è quella che si ha con sé, e che quindi ci consente di scattare immagini nel maggior numero di occasioni possibili (altrimenti si andrebbe tutti in giro con i banchi ottici nel bagagliaio). Peso, praticità ed ingombro contano, e tutti sappiamo che molto spesso, nelle occasioni fotograficamente meno impegnative, capita di lasciare a casa la fidata reflex col suo sontuoso 24-70 F/2.8, desiderosi di avere qualcosa con cui uscire leggeri, una compatta da taschino insomma. Ed allora partono le ricerche verso la compatta ideale, che abbia quanta più qualità possibile, che ci consenta un minimo di controlli manuali sull’immagine; in altre parole che non sia solo una scatoletta lampeggiante con un paio di pulsantini da premere e null’altro. E ciascuno trova la soluzione che più gli par giusta, bilanciando prezzo, dimensioni, automatismi.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/APPLE_iPHONE4/iphone4.htm</link>
<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 15:10:47 GMT</pubDate>
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<title>NOVITA&apos; DA SONY: A77, NEX-7 E NUOVE OTTICHE</title>
<description>Alla fine è arrivata. Quattro anni dopo la A700, un valido ingresso di Sony nel settore delle reflex “evolute” (“semi-pro”, “enthusiast”, “prosumer”… scegliete l’etichetta che preferite) rimasto però senza seguiti, arriva finalmente la A77, che come la sigla di due cifre fa intuire fa parte della gamma SLT (fotocamere con specchio fisso semitrasparente) come le precedenti A33/A35/A55. Niente più mirini ottici, dunque, ma un mirino elettronico, con ben 2.4 milioni di punti, grande da guardare e fedele nel trasmettere un’anteprima dell’immagine finale. I primi pareri raccolti in giro per il web parlano di un mirino di alta qualità, di gran lunga migliore dei mirini ottici in ambito APS-C visti finora, anche se ancora non al livello di un bel mirino ottico di una reflex full frame - nei confronti del quale però offre appunto le comodità del mirino elettronico, ovvero principalmente una anteprima fedele dello scatto finale. La A77 è costruita attorno ad un sensore CMOS da 24 megapixel; ci si prepari dunque a dotarla di obiettivi all’altezza, pena grosse delusioni. Non a caso insieme alla fotocamera è stato presentato un solido 16-50mm F/2.8. Il corpo della fotocamera è in lega di magnesio, a tenuta di polvere e schizzi; accetta schede SD e Memory Stick in un unico slot bivalente (niente più CF, dunque) ed usa la stessa batteria della A700. La velocità di scatto di 12 fotogrammi al secondo, la capacità di girare video in HD (1980x1080 a 50 fotogrammi progressivi, non interlacciati), un autofocus che promette assai bene (19 punti, con 11 sensori a croce) ed il monitor LCD da 3 pollici orientabile rendono la dotazione della A77 decisamente interessante. Ovviamente il corpo macchina è stabilizzato; la presenza del GPS costituisce inoltre un comodo plus. Insieme al corpo macchina è stata presentata anche l’impugnatura verticale (VG-C77AM). E sempre insieme alla A77 è stata presentata una macchina con lo stesso sensore ma con qualcosina in meno qua e là, più leggera e più economica: la A65.</description>
<content:encoded>Alla fine è arrivata. Quattro anni dopo la A700, un valido ingresso di Sony nel settore delle reflex “evolute” (“semi-pro”, “enthusiast”, “prosumer”… scegliete l’etichetta che preferite) rimasto però senza seguiti, arriva finalmente la A77, che come la sigla di due cifre fa intuire fa parte della gamma SLT (fotocamere con specchio fisso semitrasparente) come le precedenti A33/A35/A55.  Niente più mirini ottici, dunque, ma un mirino elettronico, con ben 2.4 milioni di punti, grande da guardare e fedele nel trasmettere un’anteprima dell’immagine finale. I primi pareri raccolti in giro per il web parlano di un mirino di alta qualità, di gran lunga migliore dei mirini ottici in ambito APS-C visti finora, anche se ancora non al livello di un bel mirino ottico di una reflex full frame - nei confronti del quale però offre appunto le comodità del mirino elettronico, ovvero principalmente una anteprima fedele dello scatto finale. La A77 è costruita attorno ad un sensore CMOS da 24 megapixel; ci si prepari dunque a dotarla di obiettivi all’altezza, pena grosse delusioni. Non a caso insieme alla fotocamera è stato presentato un solido 16-50mm F/2.8. Il corpo della fotocamera è in lega di magnesio, a tenuta di polvere e schizzi; accetta schede SD e Memory Stick in un unico slot bivalente (niente più CF, dunque) ed usa la stessa batteria della A700. La velocità di scatto di 12 fotogrammi al secondo, la capacità di girare video in HD (1980x1080 a 50 fotogrammi progressivi, non interlacciati), un autofocus che promette assai bene (19 punti, con 11 sensori a croce) ed il monitor LCD da 3 pollici orientabile rendono la dotazione della A77 decisamente interessante. Ovviamente il corpo macchina è stabilizzato; la presenza del GPS costituisce inoltre un comodo plus. Insieme al corpo macchina è stata presentata anche l’impugnatura verticale (VG-C77AM). E sempre insieme alla A77 è stata presentata una macchina con lo stesso sensore ma con qualcosina in meno qua e là, più leggera e più economica: la A65. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SONY_NEWS/sonynews.htm</link>
<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 15:56:08 GMT</pubDate>
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<title>ATTIMI DI ETERNITA&apos;</title>
<description>La fotografia si sostanzia in un atto, semplice e complesso insieme: guardare. Il fotografo rinuncia allo strapotere del desiderio e si tuffa intensamente nel dato. Egli attinge al reale utilizzando la fotocamera come apparato ausiliario della mente, il “terzo occhio”. Osserva tutto, le piccole cose, i dettagli più insignificanti, le forme banali di ogni giorno, forte di un’attrezzatura che gli permette di riplasmarle aggiungendo allo sguardo fotografico il minimo indispensabile di abilità artigianale. Il reportage è stato per ogni fotografo il mito originario, ma oggi per la gran parte di noi è solo l’espressione di un falso sé, un gioco a “facciamo che io sono...”, giacché quasi tutto ormai è stato testimoniato e il nostro desiderio di contribuire alla conoscenza del mondo e dei suoi riti risponde a spirito di emulazione più che a reale vocazione sociale.</description>
<content:encoded>La fotografia si sostanzia in un atto, semplice e complesso insieme: guardare. Il fotografo rinuncia allo strapotere del desiderio e si tuffa intensamente nel dato. Egli attinge al reale utilizzando la fotocamera come apparato ausiliario della mente, il “terzo occhio”. Osserva tutto, le piccole cose, i dettagli più insignificanti, le forme banali di ogni giorno, forte di un’attrezzatura che gli permette di riplasmarle aggiungendo allo sguardo fotografico il minimo indispensabile di abilità artigianale.   Il reportage è stato per ogni fotografo il mito originario, ma oggi per la gran parte di noi è solo l’espressione di un falso sé, un gioco a “facciamo che io sono...”, giacché quasi tutto ormai è stato testimoniato e il nostro desiderio di contribuire alla conoscenza del mondo e dei suoi riti risponde a spirito di emulazione più che a reale vocazione sociale. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/ATTIMI/attimi.htm</link>
<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 09:34:47 GMT</pubDate>
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<title>TEST FUJI x100</title>
<description>Fujifilm torna a dire la sua nel mondo delle macchine digitali APS-C e lo fa con un prodotto anacronistico nelle forme, ma con buone innovazioni. La Fuji x100 ha quasi il sapore di un ritorno al passato analogico, ma con un&apos;interpretazione del mirino che pone interessanti basi per futuri sviluppi. ￼ Vista di fronte la macchina è difficilmente distinguibile da una qualsiasi antenata a pellicola. La macchina ha l&apos;aspetto di una telemetro a ottica fissa anni &apos;70, con un&apos;abbondanza di ghiere incluso il controllo dei diaframmi sul barilotto dell&apos;ottica.</description>
<content:encoded>Fujifilm torna a dire la sua nel mondo delle macchine digitali APS-C e lo fa con un prodotto anacronistico nelle forme, ma con buone innovazioni. La Fuji x100 ha quasi il sapore di un ritorno al passato analogico, ma con un&apos;interpretazione del mirino che pone interessanti basi per futuri sviluppi.  ￼
Vista di fronte la macchina è difficilmente distinguibile da una qualsiasi antenata a pellicola.
La macchina ha l&apos;aspetto di una telemetro a ottica fissa anni &apos;70, con un&apos;abbondanza di ghiere incluso il controllo dei diaframmi sul barilotto dell&apos;ottica.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/FUJI_X100/fujiX100.htm</link>
<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 09:33:39 GMT</pubDate>
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<title>MACROFOTOGRAFIA: LA BIODIVERSITA&apos; DAVANTI ALLA PORTA DI CASA</title>
<description>Lo scorso 2010 è stato dichiarato dall’ONU Anno internazionale della biodiversità. Ne abbiamo sentito parlare tutti, e quante altre volte abbiamo pronunciato, ascoltato o letto questa parola, fino a farla divenire un termine abusato, quasi noioso. Ma cos’è la biodiversità? Non sarà che forse tutti la conosciamo da ben prima che questo vocabolo divenisse così di moda? Il dizionario della lingua italiana dice: &quot;E&apos; la concentrazione di diversità biologica, il termine è comunemente usato per descrivere il numero, la varietà e la variabilità degli esseri viventi&quot;. E’ proprio leggendo un articolo sulla biodiversità, seguito da una altro che su una vecchia rivista celebrava nel 2007 il tricentenario della nascita di Linneo, che ho avuto l’idea di rappresentare fotograficamente il concetto, utilizzando una “sintassi” fotografica rigorosa, in onore del padre della tassonomia.</description>
<content:encoded>Lo scorso 2010 è stato dichiarato dall’ONU Anno internazionale della biodiversità. Ne abbiamo sentito parlare tutti, e quante altre volte abbiamo pronunciato, ascoltato o letto questa parola, fino a farla divenire un termine abusato, quasi noioso. Ma cos’è la biodiversità? Non sarà che forse tutti la conosciamo da ben prima che questo vocabolo divenisse così di moda? Il dizionario della lingua italiana dice: &quot;E&apos; la concentrazione di diversità biologica, il termine è comunemente usato per descrivere il numero, la varietà e la variabilità degli esseri viventi&quot;.

E’ proprio leggendo un articolo sulla biodiversità, seguito da una altro che su una vecchia rivista celebrava nel 2007 il tricentenario della nascita di Linneo, che ho avuto l’idea di rappresentare fotograficamente il concetto, utilizzando una “sintassi” fotografica rigorosa, in onore del padre della tassonomia.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/tecnica/BIODIVERSITA/biodiversita.htm</link>
<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 09:51:51 GMT</pubDate>
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<title>ARCHIVIARE I NOSTRI SCATTI</title>
<description>Chi è “nato” (fotograficamente parlando) con la pellicola, sa che l’archiviazione di negativi e diapositive era (o meglio è, perché questi supporti non sono certo scomparsi) una faccenda di non facile gestione. Occorre innanzitutto affrontare problemi di tipo fisico-chimico: tanto il supporto quanto l’emulsione – essendo materiali organici – sono soggetti a un inevitabile decadimento. Ovviamente non è possibile attenersi a regole generali, applicabili ad ogni tipo di materiale. Supporti diversi (triacetato di cellulosa o poliestere nelle pellicole moderne, ma anche vetro o nitrato di cellulosa per chi si occupa di archiviazione “storica”) richiedono cautele e trattamenti diversificati, per non parlare delle emulsioni, non solo a colori o in bianco e nero, ma anche alla gelatina, al collodio, all’albumina…</description>
<content:encoded>Chi è “nato” (fotograficamente parlando) con la pellicola, sa che l’archiviazione di negativi e diapositive era (o meglio è, perché questi supporti non sono certo scomparsi) una faccenda di non facile gestione.  Occorre innanzitutto affrontare problemi di tipo fisico-chimico: tanto il supporto quanto l’emulsione – essendo materiali organici – sono soggetti a un inevitabile decadimento. Ovviamente non è possibile attenersi a regole generali, applicabili ad ogni tipo di materiale. Supporti diversi (triacetato di cellulosa o poliestere nelle pellicole moderne, ma anche vetro o nitrato di cellulosa per chi si occupa di archiviazione “storica”) richiedono cautele e trattamenti diversificati, per non parlare delle emulsioni, non solo a colori o in bianco e nero, ma anche alla gelatina, al collodio, all’albumina…</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/tecnica/ARCHIVIARE/archiviare.htm</link>
<pubDate>Mon, 23 May 2011 15:19:56 GMT</pubDate>
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<title>NIKON 16-85 VR PROVA SUL CAMPO</title>
<description>Fin dai “bei tempi andati” (quelli della pellicola, per i più giovani) Nikon ha sempre avuto a catalogo degli zoom trans-standard di fascia medio-bassa ma di qualità elevata; di recente è arrivata ad offrire (in questo caso per il digitale) ben cinque ottiche da 18 mm a “qualcosa” simultaneamente a listino. Tutte in genere brillanti per incisione, un po&apos; meno per distorsione e vignettatura. Nella vecchia guardia si distingueva anche l&apos;AF-D 28-105 3,5/4,5, soprannominato “coltellino svizzero” per la sua utilità a tutto campo abbinata ad una qualità ottica più che dignitosa. Il Nikkor AF-S DX 16-85 mm f. 3,5-5,6 G ED VR (manca all&apos;appello “IF”, forse per un soprassalto di pudore) è un&apos;ottica presentata nel 2008 per inserirsi nel solco di questa tradizione, puntando ad essere il corrispettivo in ambito DX, il sensore a formato ridotto, dell&apos;anziano (e deludente) 24-120.</description>
<content:encoded>Fin dai “bei tempi andati” (quelli della pellicola, per i più giovani) Nikon ha sempre avuto a catalogo degli zoom trans-standard di fascia medio-bassa ma di qualità elevata; di recente è arrivata ad offrire (in questo caso per il digitale) ben cinque ottiche da 18 mm a “qualcosa” simultaneamente a listino. Tutte in genere brillanti per incisione, un po&apos; meno per distorsione e vignettatura. Nella vecchia guardia si distingueva anche l&apos;AF-D 28-105 3,5/4,5, soprannominato “coltellino svizzero” per la sua utilità a tutto campo abbinata ad una qualità ottica più che dignitosa.  Il Nikkor AF-S DX 16-85 mm f. 3,5-5,6 G ED VR (manca all&apos;appello “IF”, forse per un soprassalto di pudore) è un&apos;ottica presentata nel 2008 per inserirsi nel solco di questa tradizione, puntando ad essere il corrispettivo in ambito DX, il sensore a formato ridotto, dell&apos;anziano (e deludente) 24-120.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/NIKON_16-85/nikon16-85.htm</link>
<pubDate>Wed, 27 Apr 2011 06:53:57 GMT</pubDate>
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<title>TEST: SONY NEX 5</title>
<description>Dopo Panasonic, Olympus e Samsung anche il colosso Giapponese si lancia nella mischia delle macchine senza specchio, e lo fa segnando dei primati. La NEX offre un sensore APS-C con fattore di moltiplicazione 1.5x (lo stesso standard delle reflex digitali in commercio, proprio come la Samsung NX. Ma a differenza di questa e delle micro4/3 (che hanno un fattore di moltiplicazione di 2x) la nuova baionetta E vanta un tiraggio di soli 18mm, quindi la più breve distanza tra flangia e sensore attualmente in commercio, che permette di adattare alla NEX la totalità degli obiettivi esistenti - anche delle passate generazioni - tramite semplici adattatori meccanici.</description>
<content:encoded>Dopo Panasonic, Olympus e Samsung anche il colosso Giapponese si lancia nella mischia delle macchine senza specchio, e lo fa segnando dei primati. La NEX offre un sensore APS-C con fattore di moltiplicazione 1.5x (lo stesso standard delle reflex digitali in commercio, proprio come la Samsung NX. Ma a differenza di questa e delle micro4/3 (che hanno un fattore di moltiplicazione di 2x) la nuova baionetta E vanta un tiraggio di soli 18mm, quindi la più breve distanza tra flangia e sensore attualmente in commercio, che permette di adattare alla NEX la totalità degli obiettivi esistenti - anche delle passate generazioni - tramite semplici adattatori meccanici.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SONY_NEX5/nex5.htm</link>
<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 18:54:13 GMT</pubDate>
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