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| I MOSTRI DI DIANE ARBUS |
La Fotografia, nell'interpretazione che ne ha fatto la Arbus, si è fatta strumento di emancipazione, di libertà, di ribellione.
Emancipazione dall'opprimente american way of life degli anni Cinquanta, in cui una donna di buona famiglia era
tenuta a sognare una casa con giardino fuori città, un cane
e
un nuovo figlio, a sentirsi a proprio agio nella morsa di
vestiti castigati, metafora di una società altrettanto
rigida e non incline a "sbottonamenti" reali o metaforici
(o, almeno, particolarmente dura col cattivo gusto di chi
osava trasgredire alla luce del Sole, senza prendersi la
briga di occultarsi ben bene dietro la spessa e
misericordiosa cortina
dell'ipocrisia).
A chi le chiese il perché si fosse dedicata seriamente alla
fotografia solo a partire dai suoi 38 anni, ella rispose,
con un sarcasmo cristallino: "Perché una donna passa la
prima parte della sua vita a cercare un marito, a imparare
ad essere una moglie e una madre, e a tentare di svolgere
questi ruoli nel modo migliore. Non le resta il tempo di
fare altro."
Fotografia come strenua affermazione del proprio essere
deforme: del proprio esistere, in quanto individuo/entità
autonoma, al di là di ogni forma prestabilita e imposta.
E proprio la categoria del 'deforme', infatti - nella sua
accezione etimologicamente neutra, e quindi sgombra da
qualsiasi intento di giudizio -, fu il campo prescelto da
questa fotografa americana per cercarsi, e riconoscersi, nel
mondo che la circondava. Dai più classici "fenomeni da
baraccone" agli individui affetti da deformità fisiche o
psichiche, o più semplicemente considerati dalla società
dispregiativamente "diversi" per certi loro comportamenti e
attitudini (casistica che viene solitamente riassunta dal
termine 'freaks', con cui ci si riferisce a persone
che siano fisicamente abnormi o, più in generale, a
individui considerati negativamente inusuali a causa del
loro modo di agire).
Talvolta la deformità si fa più segreta, nascondendosi nelle
pieghe ben stirate di una quotidianità borghese che si
vorrebbe impeccabile. Ma, dice la Arbus: "c'è sempre una
differenza tra quel che vogliamo si sappia di noi e quello
che non possiamo evitare si sappia di noi; è la distanza tra
l'intenzione e l'effetto"; è in queste foto che il senso
di inquietudine si fa più forte, proprio quando la
sensibilità della Arbus si infiltra in questo stretto spazio
incontrollabile, svelando storture segrete in volti e corpi
all'apparenza perfettamente normali.
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Una sua celebre affermazione recita: "La Fotografia
è un segreto intorno ad un segreto: quanto più ti dice,
tanto meno riesci a capire".
La Fotografia mistifica, aumenta il caos invece di
dissolverlo, perché intacca la superficie uniforme della
presunta "realtà oggettiva", frantumandola in una miriade di
tasselli minuscoli, di sguardi unici. Laddove
non c'era niente, ora c'è una foto, e ciò che sarebbe
passato senza lasciar traccia di sé, ora imprime col
peso della memoria un supporto materiale potenzialmente
eterno (grazie alla sola spinta emotiva che ha portato
il fotografo a scattare proprio lì, proprio in
quell'istante).
Laddove c'era un vuoto di senso, ora c'è
l'interpretazione che di quel vuoto ha fatto una singola
persona. Ogni foto, per questo, è un segreto elevato a
potenza.
E Diane Arbus, come molti altri grandi fotografi, lo
sapeva bene, che fotografare non significa ritrarre la
realtà, come in un semplice riflesso di specchio. Nel momento in cui si scatta, le apparenze del
reale sono già state istantaneamente sottoposte ad un
"filtraggio" e ad una trasfigurazione attraverso la
propria interiorità (che le ha scelte, che le ha in
qualche modo "riconosciute").
Dopo quell'attimo, quella
realtà non è più la realtà "di tutti"; è come dire
"Ecco:
questa è la mia realtà. Questa sono io". Scattare, in
questo senso, diventa una presa di coscienza del proprio
sé prima ancora di ciò che è fuori da noi (e, come
scrive Bertelli nel suo saggio: "prendere coscienza di
sé abolisce ogni soggezione"). Fotografare diventa
così gesto estremo di libertà, di autonomia, di
consapevolezza; un ratificare la propria esistenza in
questo mondo - giusta o sbagliata che sia -, un calcarne
i contorni quando questi sembrano sfumare
nell'indistinto. Come una sorta di "vedo (e scatto):
dunque sono" che scaccia momentaneamente la paura,
che afferma con forza il nostro diritto ad esistere al
di là di ogni presunta conformità obbligata.
Le fotografie della Arbus propongono, essenzialmente,
modi diversi e "altri" di stare al mondo. Non tanto però
- o non solo - per fare della Fotografia sociale; quanto
nella speranza che, all'interno di questa sconfinata
varietà, anche il suo modo possa trovare spazio.
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Nei suoi
scatti non c'è traccia di patetismo, morbosità o auspici di
riscatto: il diverso e lampante "esserci" dei protagonisti è
già di per sé l'unico, vero riscatto possibile, ben più
dignitoso e concreto di qualsiasi accettazione "concessa"
dal resto del mondo, invischiato in un concetto di
solidarietà che il più delle volte nasce esclusivamente da
un potentissimo senso di sostanziale estraneità nei
confronti di queste realtà marginalizzate.
L'unico sentimento presente è la partecipazione: una
partecipazione che non potrebbe essere così forte se chi
scatta non si sentisse intimamente lacerata per il suo
considerarsi "sbagliata", impaurita dalla potenza devastante
del pregiudizio.
La Arbus bussa rispettosamente alle precarie porte delle
esistenze che immortala, chiede di essere accolta e
soprattutto - in forza di un capovolgimento di ruoli - di
essere accettata: quasi chiedesse un'elemosina di coraggio a
quegli individui così "strani", ma nonostante tutto
perfettamente in grado di esistere (facoltà, questa, che
cesserà di assisterla nel 1971, conducendola al suicidio
dopo un lungo periodo di depressione); educatamente, non
entra mai prima che le venga detto "prego, avanti".
E' anche questo sentimento di necessità disperata che,
mettendo al riparo le sue foto da ogni documentarismo, rende la sua opera così profonda agli occhi
dell'osservatore.
Ogni sua foto è coltivata attraverso un rapporto diretto con
il soggetto, in cerca di una reciproca fiducia, di una
comprensione: le sue immagini non sono mai rubate, non si
affidano all'abile arte dello spiare che fa la posta al
fantomatico "momento decisivo"; i soggetti sono quasi sempre
in posa frontale, consapevoli nel loro essere investiti
dalla spietata carica indagatrice dell'onnipresente flash.
In totale controtendenza con il suo nascere fotografa di
moda, la Arbus focalizza costantemente l'attenzione sulle
espressioni e sugli sguardi, mimetizzando al massimo ogni
accessorio, sia esso il vestiario del soggetto o l'ambiente
che lo accoglie.
Scarsissima, quasi assente la ricerca compositiva
dell'immagine ("Detesto l'idea della composizione",
dirà), così come l'importanza riconosciuta al processo di
stampa: "una foto è importante per ciò che rappresenta;
ciò che essa rappresenta è più importante di quello che essa
è".
Elogio della sostanza a discapito della tirannia della
forma/apparenza, quindi; tanto che la Arbus stessa avrà modo
di accennare alle sue "brutte fotografie", impermeabili ad
ogni limatura artistica, ma proprio per questo capaci di
disvelare verità altrimenti invisibili.
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Diane Arbus, Ermafrodito con cane, 1970

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Il saggio che
mi ha dato il "la" per sviluppare questa personale
riflessione (che non di rado dissente, o imbocca strade
autonome rispetto a quanto scritto da Bertelli) colloca
l'opera della Arbus nell'ambito di un pensiero
anarchico/libertario fortemente connotato: i toni sono
enfatici, senza mezzi termini, talvolta sconfinanti nel
"profetico"; periodi brevi, serrati, perentori; tante le
citazioni, che a lungo andare possono appesantire la lettura
(è uno stile che potrebbe non piacere a molti, in sostanza).
Gioverà qui ricordare, per meglio comprendere a cosa si va
incontro, che l'autore è uno degli esponenti centrali del
neosituazionismo italiano (derivante dall'Internazionale
Situazionista: movimento culturale e politico nato in
Francia nel 1957 e diffusosi poi a livello internazionale;
uno dei principali testi di riferimento - citato spesse
volte dal Bertelli - è La società dello spettacolo di
Guy E. Debord: in esso si sviluppa la critica contro la
società dell'apparenza e del fittizio, dove lo 'spettacolo'
si configura come l'incessante blabla che l'ordine presente
intrattiene su se stesso come un monologo elogiativo, e in
cui la cultura - fotografia inclusa - marcisce, schiava, nei
libri paga del Potere).
La fotografia della Arbus si connota qui come "ereticale" e
"sovversiva" di un ordine in cui "tutto ciò che si sviluppa
spontaneamente è dichiarato illegittimo e viene emarginato".
Contro la "feticizzazione e mercificazione degli sguardi",
contro il ruolo di simulacro assegnato alla Fotografia
dall'industria dell'apparenza ("La sola fotografia possibile
è quella praticata fuori dal mercato", scrive Bertelli), si
riafferma il valore rivoluzionario di uno sguardo
dissidente, che "incoraggi l'immaginario sociale a bruciare
i propri miti", allargando la capacità di vedere il mondo
oltre i confini della cultura dominante.
In tal senso, la Fotografia sociale (e, nella fattispecie,
quella della Arbus) ha il fondamentale compito di opporsi
"all'uniformità per andare a cercare il libero sviluppo
dell'individuo", di battersi "per una cultura della conoscenza
contro la cultura della totalità". E' in forza di
questo assunto che Bertelli accosta alla figura della Arbus
altri "iconoclasti dell'immagine bella" e fotografi
dell'impegno civile come Walker Evans, Tina Modotti, August
Sander, Dorothea Lange.
Uno sguardo "insolente", quello della Arbus, perché invita
ad "imparare a non essere diligenti", insegna il coraggio
della disobbedienza e della disperazione.
Una fotografia "randagia" perché libera da qualsivoglia
collare, che vaga per circhi, bordelli, ospedali
psichiatrici, campi nudisti e ogni sorta di ghetto... che scava
nel sottomondo di una società a cui sente di non appartenere
più, svelandone il rimosso, sconvolgendo le coscienze
addomesticate mettendo in scena l'inusitata violenza della
speranza e dell'autentico: "i ritrattati della Arbus
divengono il doppio, l'odiata memoria di un'umanità
pianificata nei gusti, nelle emozioni, nei sogni...".
Svelando l'etica di questa realtà parallela e sommersa, la
Arbus "spezza lo stile di un'epoca, sfondando gli argini
della Fotografia mercantile". Queste, in breve, le linee
guida del pensiero di Bertelli (le frasi tra virgolette sono
citazioni letterali dal saggio).

Diane Arbus, Donna portoricana con neo, NYC, 1965
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Come forse sarà
già chiaro, non aspettatevi un saggio 'di fotografia'. La
Arbus, in questo libro, sembra piuttosto poco più di un
pretesto per sviluppare un discorso di altro tipo (non
immune da una retorica a lungo andare fastidiosa, a mio
avviso), tanto che nel corso della lettura viene spesso da
chiedersi: "arriverà prima o poi a parlare della Arbus per
almeno due righe di seguito?" (e verso la fine ci
arriva, abbiate fede).
In alcuni passi può addirittura passare per la mente il
dubbio che l'autore stia strumentalizzando il lavoro della
fotografa, plasmandolo a sostegno delle proprie idee. C'è un
concetto in particolare che mi porta a dire questo, e che
assolutamente non mi trova d'accordo: considerare l'opera
fotografica della Arbus come una crociata in favore degli
oppressi e dei 'perdenti', una sorta di lotta di classe di ascendenza
anarchica contro il Potere, significa andare ben oltre la
realtà dei fatti.
Se lotta ci fu (e ci fu, senz'ombra di dubbio), fu lotta
individuale, privata, e assolutamente non sociale. Le
conseguenze del suo lavoro, in fatto di sovvertimento
dell'ordine costituito, sgorgarono semmai autonomamente
dalla sua opera, ma non dalla sua volontà (che si esauriva
nella spasmodica ricerca di una salvezza personale, e non
certo dell'umanità tutta).
Detto questo, si tratta comunque di un punto di vista
profondamente articolato che, così come ogni altro, vale la
pena di essere conosciuto e valutato alla luce delle proprie
idee.
Concludo chiarendo il senso del titolo scelto per questo
articolo.
C'è chi dice che l'etichetta di "fotografa dei mostri" sia
una trovata "infelice". Dipende. Io trovo molto più
"infelice" questo ridicolo timore servile nei confronti
delle parole, che fa il gioco di quegli stessi visitatori
benpensanti che, nel corso di una retrospettiva dedicata
alla Arbus, sentitisi minacciati da quelle immagini, ci
sputarono contro. Detesto l'ipocrisia degli eufemismi,
necessari solo a chi sente di avere la coscienza sporca.
Il significato di una parola - scriveva Wittgenstein -
dipende dall'uso che se ne fa.
Mostro deriva dal latino monstrum 'segno divino,
prodigio' (dal tema di monēre 'avvisare, ammonire') e arrivò
successivamente ad identificare le creature mitiche
risultanti da una contaminazione di elementi diversi, tale
da suscitare stupore. Creature stra-ordinarie nella loro
complessità, dense di un fascino estremo che ha per fulcro
l'anomalia.
E allora, sì, la Arbus fu la fotografa dei mostri.
Mostro essa stessa.
Serena Effe © 11/2006
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Diane Arbus, Bambino in lacrime,
New Jersey, 1967
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NOTA BIOGRAFICA su Diane Arbus.
Diane
Nemerov nasce a New York il 14 marzo 1923 da genitori di
origine polacca, benestanti proprietari di una celebre
catena di negozi di pellicce. A 18 anni sposa Allan Arbus,
commesso in uno dei negozi di famiglia, dal quale avrà due
figlie. Dal marito impara il mestiere di fotografa e insieme
si dedicano alla fotografia di moda: le loro foto sono
pubblicate su riviste quali Vogue e Glamour.
Nel 1958 lascia lo Studio Arbus e diventa allieva della
fotografa Lisette Model presso la New School. Inizia in
questi anni a maturare la sua vocazione personale, la sua
attrazione per i freaks e le loro realtà scomode, ai
quali si dedicherà in maniera sistematica e pressoché
esclusiva a partire dai primi anni Sessanta. La sua fama
passa per due fondamentali esposizioni presso il Museum of
Modern Art di New York, nel 1965 e nel '67. Le sue foto
destano scandalo nell'ambito della società benpensante, che
le ritiene offensive e 'brutte'. Non mancano, d'altro canto,
appoggi celebri quali quelli che le vengono dai fotografi
Richard Avedon e Walker Evans. A partire dal '65 si dedica
all'insegnamento in diverse scuole. In seguito a sempre più
frequenti crisi depressive, si toglie la vita il 26 luglio
1971.
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IL LIBRO:
Titolo: Della fotografia
trasgressiva. Dall'estetica dei "freaks" all'etica della
ribellione. Saggio su Diane Arbus
Autore: Pino Bertelli (è uno degli esponenti centrali del neosituazionismo italiano, attivo da anni nella critica cinematografica indipendente e fotografo di strada. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo Della fotografia
situazionista - Contro la fotografia della società
dello spettacolo. Critica situazionista del linguaggio
fotografico - Luis Buñuel. Il fascino discreto dell'anarchia)
Editore: NdA Press 2006 (prima edizione nel 1992 per
TraccEdizioni)
125 pagine, 36 foto b/n, prezzo 13 euro
Puoi acquistarlo on-line tramite Nadir cliccando qui
Sommario:
- Presentazione di Gianna Ciao Pointer
- Noi e gli altri tra identità e differenza di Alfredo
De Paz
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Preludio: Miseria della fotografia
Rapporto sulle immagini e le teorie dell'impostura
nell'epoca della falsificazione
1. La scatola magica
2. La decostruzione della comunicazione e il declino del
vero
3. La radicalità dello sguardo o il détournement della
critica situazionista
4. L'insurrezione dei freaks e la fotografia bootleg
5. L'etica dell'osceno
Immagini della cultura suburbana
6. Fotografia della crudeltà
L'oscenità del vero
7. L'angelo nero della fotografia randagia
Commiato da ieri e apologia eversiva dell'eu-topia
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