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	  <title>RSS_NadirMagazine</title>
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<description>Fotografia sul web dal 1997</description>
<dc:subject>Arts Fotografia</dc:subject>
	  <language>it</language>
<dc:rights>Copyright 1997</dc:rights>
	  <managingEditor>nadir@nadir.it (Nadir Magazine)</managingEditor>
      <webMaster>webmaster@nadir.it</webMaster>
	  <image><url>http://www.nadir.it/index_img/PittoNadir100px.jpg</url><title>RSS_NadirMagazine</title><link>http://www.nadir.it/</link></image>
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      <pubDate>Sun, 13 Dec 2015 10:43:21 GMT</pubDate>
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<title>TEST: LEICA M MONOCHROM. Futuro anteriore</title>
<description>Ti senti mancare l&apos;aria, all&apos;inizio. Rimani male quando apri il raw e scopri quell&apos;immagine pallida, incolore, esangue come un bimbo nato malaticcio, carente di qualche vitamina. Tra i moderni sistemi digitali, la caratteristica di produrre un file esclusivamente bianconero è prerogativa di pochi eletti: il modulo medio formato IQ2 Achromatic della Phase One, per esempio, e, naturalmente, la Leica Monochrom, nelle due versioni con sensore CCD e CMOS. Come l&apos;orologio sul polsino dell&apos;Avvocato, l&apos;aristocrazia consente soluzioni che per i comuni mortali sarebbero considerate assurde bizzarrie e guardate con sufficienza, se non con disprezzo. Di fatto, con la sua MM, Leica ha realizzato un prodotto capace di riportare l&apos;azienda al centro della scena per inventiva, spregiudicatezza, capacità di sorprendere e sovvertire prassi consolidate. In una parola, ha ripreso a fare rivoluzioni: la rivoluzione della restaurazione, in questo caso, col ritorno al tradizionale modo d&apos;uso della pellicola in bianconero.</description>
<content:encoded>Ti senti mancare l&apos;aria, all&apos;inizio. Rimani male quando apri il raw e scopri quell&apos;immagine pallida, incolore, esangue come un bimbo nato malaticcio, carente di qualche vitamina.
Tra i moderni sistemi digitali, la caratteristica di produrre un file esclusivamente bianconero è prerogativa di pochi eletti: il modulo medio formato IQ2 Achromatic della Phase One, per esempio, e, naturalmente, la Leica Monochrom, nelle due versioni con sensore CCD e CMOS. Come l&apos;orologio sul polsino dell&apos;Avvocato, l&apos;aristocrazia consente soluzioni che per i comuni mortali sarebbero considerate assurde bizzarrie e guardate con sufficienza, se non con disprezzo. 
Di fatto, con la sua MM, Leica ha realizzato un prodotto capace di riportare l&apos;azienda al centro della scena per inventiva, spregiudicatezza, capacità di sorprendere e sovvertire prassi consolidate. In una parola, ha ripreso a fare rivoluzioni: la rivoluzione della restaurazione, in questo caso, col ritorno al tradizionale modo d&apos;uso della pellicola in bianconero. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/LEICA_MM/leicamonochrom.htm</link>
<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 15:17:20 GMT</pubDate>
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<title>HIROSHIMA. La fine e l&apos;inizio</title>
<description>Circa mezz&apos;ora dopo l&apos;esplosione iniziò a cadere sulla città una pioggia nera ed appiccicosa (la famosa Black Rain, ricordata anche in un film di Ridley Scott), contenente il materiale organico dei poveri esseri scomparsi al momento della deflagrazione, ricca di detriti e materiale radioattivo. Il 9 agosto la stessa sorte toccava a Nagasaki: i militari giapponesi tentarono un colpo di stato per continuare la guerra, ma il 15 agosto l&apos;Imperatore Hirohito dichiarò alla radio, in un linguaggio arcaico ed involuto, che il Giappone si arrendeva. Finiva così, con un dramma nel dramma, la Seconda Guerra Mondiale e incominciava l&apos;Era Atomica. Iniziata esattamente alle 8,15 del 6 agosto 1945!</description>
<content:encoded>Circa mezz&apos;ora dopo l&apos;esplosione iniziò a cadere sulla città una pioggia nera ed appiccicosa (la famosa Black Rain, ricordata anche in un film di Ridley Scott), contenente il materiale organico dei poveri esseri scomparsi al momento della deflagrazione, ricca di detriti e materiale radioattivo.
Il 9 agosto la stessa sorte toccava a Nagasaki: i militari giapponesi tentarono un colpo di stato per continuare la guerra, ma il 15 agosto l&apos;Imperatore Hirohito dichiarò alla radio, in un linguaggio arcaico ed involuto, che il Giappone si arrendeva.
Finiva così, con un dramma nel dramma, la Seconda Guerra Mondiale e incominciava l&apos;Era Atomica. Iniziata esattamente alle 8,15 del 6 agosto 1945!</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/HIROSHIMA/hiroshima.htm</link>
<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 15:17:20 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: THE PHOTOGRAPHER&apos;S EYE, di John Szarkowski</title>
<description>John Szarkowski (1925-2007) è stato per quasi trent&apos;anni il direttore della sezione Fotografia del Museo di Arte Moderna di New York (il famoso MOMA), succedendo a Edward Steichen nel 1962. Come tale, ha avuto per lunghissimo tempo un ruolo di primo piano nell&apos;evoluzione dei linguaggi e degli indirizzi espressivi della fotografia mondiale. Ha organizzato oltre 160 mostre (dando visibilità ad autori quali Bill Brandt, William Eggleston, Elliott Erwitt, Walker Evans, Lee Friedlander, Andre Kertesz, Diane Arbus, Garry Winogrand…) e scritto diversi libri. Una delle sue opere più famose è &quot;L&apos;occhio del fotografo&quot;, basato sull&apos;omonima esposizione tenutasi (ovviamente al MOMA) nel 1964; il volume è diventato un classico della fotografia, e davvero non può mancare nella biblioteca di un cultore della materia. Pubblicato originariamente nel 1966, è facilmente reperibile (nell&apos;edizione del 2007) tramite le solite librerie online e non solo (ISBN 978-0-87070-527-4).</description>
<content:encoded>John Szarkowski (1925-2007) è stato per quasi trent&apos;anni il direttore della sezione Fotografia del Museo di Arte Moderna di New York (il famoso MOMA), succedendo a Edward Steichen nel 1962. Come tale, ha avuto per lunghissimo tempo un ruolo di primo piano nell&apos;evoluzione dei linguaggi e degli indirizzi espressivi della fotografia mondiale. Ha organizzato oltre 160 mostre (dando visibilità ad autori quali Bill Brandt, William Eggleston, Elliott Erwitt, Walker Evans, Lee Friedlander, Andre Kertesz, Diane Arbus, Garry Winogrand…) e scritto diversi libri. Una delle sue opere più famose è &quot;L&apos;occhio del fotografo&quot;, basato sull&apos;omonima esposizione tenutasi (ovviamente al MOMA) nel 1964; il volume è diventato un classico della fotografia, e davvero non può mancare nella biblioteca di un cultore della materia. Pubblicato originariamente nel 1966, è facilmente reperibile (nell&apos;edizione del 2007) tramite le solite librerie online e non solo (ISBN 978-0-87070-527-4).</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/SZARKOWSKI_JOHN/szarkowski.htm</link>
<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 15:17:20 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: GABRIELE BASILICO - Architetture, città, visioni  Riflessioni sulla fotografia</title>
<description>Giugno 1998. Avevo iniziato a fotografare da pochi mesi e, oltre a non sapere quasi nulla di tecnica fotografica, ero a digiuno anche di storia della fotografia; né conoscevo gli autori più rappresentativi in circolazione. Stavo insomma muovendo i miei primi, primissimi passi nel mondo della fotografia e, come in tutti i percorsi formativi, guardando oggi il mio ravviso a posteriori la compresenza di metodo e casualità, ragione ed istinto. E fu per l&apos;appunto il caso a farmi cadere l&apos;occhio, una domenica pomeriggio a casa dei nonni, su un trafiletto del quotidiano &quot;Il Mattino&quot; (di Napoli), che non avevo l&apos;abitudine di comprare (lo leggevo solo la domenica dai parenti!). Il trafiletto dava notizia di un incontro con il fotografo Gabriele Basilico presso uno studio fotografico cittadino, con annessa proiezione di alcune sue immagini. Di Basilico ignoravo del tutto l&apos;esistenza (vedi alla voce &quot;ignoranza crassa&quot;), ma sentivo che la fotografia di architettura, qualunque cosa ciò significasse, esercitava su di me un fascino sottile, attirandomi, come genere fotografico, assai più delle scontatissime femmene annure, pardon, fanciulle desnude, tanto tipiche dei fotoamatori alle prime armi (e spesso anche seconde e terze).</description>
<content:encoded>Giugno 1998. Avevo iniziato a fotografare da pochi mesi e, oltre a non sapere quasi nulla di tecnica fotografica, ero a digiuno anche di storia della fotografia; né conoscevo gli autori più rappresentativi in circolazione. Stavo insomma muovendo i miei primi, primissimi passi nel mondo della fotografia e, come in tutti i percorsi formativi, guardando oggi il mio ravviso a posteriori la compresenza di metodo e casualità, ragione ed istinto. E fu per l&apos;appunto il caso a farmi cadere l&apos;occhio, una domenica pomeriggio a casa dei nonni, su un trafiletto del quotidiano &quot;Il Mattino&quot; (di Napoli), che non avevo l&apos;abitudine di comprare (lo leggevo solo la domenica dai parenti!). Il trafiletto dava notizia di un incontro con il fotografo Gabriele Basilico presso uno studio fotografico cittadino, con annessa proiezione di alcune sue immagini.
Di Basilico ignoravo del tutto l&apos;esistenza (vedi alla voce &quot;ignoranza crassa&quot;), ma sentivo che la fotografia di architettura, qualunque cosa ciò significasse, esercitava su di me un fascino sottile, attirandomi, come genere fotografico, assai più delle scontatissime femmene annure, pardon, fanciulle desnude, tanto tipiche dei fotoamatori alle prime armi (e spesso anche seconde e terze).</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/BASILICO_VISIONI/gabrielebasilico.htm</link>
<pubDate>Fri, 23 Oct 2015 15:17:20 GMT</pubDate>
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<title>TEST: ZEISS VARIO TESSAR 16-35 F/4 SONY E</title>
<description>Un po&apos; più grande dello Zeiss 24-70 F/4 e molto più piccolo dei 16-35 e 24-70 F/2.8 per le fotocamere Sony dotate di baionetta A: è lui, lo Zeiss Vario Tessar T* 16-35mm F/4 per fotocamere Sony dotate di innesto E. E&apos; piccolo e leggero? Oppure è grande e pesante? Dipende dai punti di vista e da quello che si adopera di solito: per me, abituato alla Sony A99 con lo Zeiss 24-70 F/2.8, la Sony A7 con il 16-35 F/4 pare quasi un giocattolo ma, indubbiamente, è un obiettivo che ha dimensioni e peso (518 g) comunque ragguardevoli per il sistema FE. Non è sproporzionato una volta montato su un corpo Sony A7 e, in mano, risulta ben bilanciato e molto comodo da usare. La qualità costruttiva è quella tipica Zeiss, vale a dire materiali e rifiniture impeccabili che danno l&apos;impressione di tenere in mano qualcosa di pregio. Le ghiere sono fluide e morbide; la messa a fuoco, garantita dal motore ultrasonico interno, è velocissima e silenziosa. Lo schema del Tessar è da sempre oggetto di discussione tra gli appassionati del marchio tedesco: nato come schema ottico molto semplice, con pochi elementi e poco luminoso, non ha mai garantito una perfetta correzione di tutte le aberrazioni, ma si è meritato l&apos;appellativo di &quot;Occhio d&apos;aquila&quot; per la grande nitidezza e l&apos;elevato contrasto delle immagini.</description>
<content:encoded>Un po&apos; più grande dello Zeiss 24-70 F/4 e molto più piccolo dei 16-35 e 24-70 F/2.8 per le fotocamere Sony dotate di baionetta A: è lui, lo Zeiss Vario Tessar T* 16-35mm F/4 per fotocamere Sony dotate di innesto E.
E&apos; piccolo e leggero? Oppure è grande e pesante? Dipende dai punti di vista e da quello che si adopera di solito: per me, abituato alla Sony A99 con lo Zeiss 24-70 F/2.8, la Sony A7 con il 16-35 F/4 pare quasi un giocattolo ma, indubbiamente, è un obiettivo che ha dimensioni e peso (518 g) comunque ragguardevoli per il sistema FE. Non è sproporzionato una volta montato su un corpo Sony A7 e, in mano, risulta ben bilanciato e molto comodo da usare.

La qualità costruttiva è quella tipica Zeiss, vale a dire materiali e rifiniture impeccabili che danno l&apos;impressione di tenere in mano qualcosa di pregio. Le ghiere sono fluide e morbide; la messa a fuoco, garantita dal motore ultrasonico interno, è velocissima e silenziosa. Lo schema del Tessar è da sempre oggetto di discussione tra gli appassionati del marchio tedesco: nato come schema ottico molto semplice, con pochi elementi e poco luminoso, non ha mai garantito una perfetta correzione di tutte le aberrazioni, ma si è meritato l&apos;appellativo di &quot;Occhio d&apos;aquila&quot; per la grande nitidezza e l&apos;elevato contrasto delle immagini. </content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SONY_ZEISS_16-35/zeiss16-35.htm</link>
<pubDate>Fri, 23 Oct 2015 15:15:36 GMT</pubDate>
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<item>
<title>MOSTRE: LE SORELLE ALTARA A CAGLIARI</title>
<description>Se volete conoscere una bella storia di sorellanza e creatività, andate a visitare l’esposizione in mostra al THotel, a Cagliari. Avete tempo sino al 15 novembre 2015. Non troverete molte informazioni, ma il materiale scelto vi basterà, forse, per trarre l’ispirazione che serve. La storia è - appunto - quella delle sorelle Altara e, per quel che mi riguarda, io devo averla fantasticata sicuramente male. Se per male si intende averla ficcata nell’immaginario che ho costruito grazie ai racconti della mia cara nonna, solo in parte loro coeva e in più né abbiente, né creativa. A dire il vero su quest’ultimo aspetto mi riserverei ancora dei dubbi, benché ormai destinati a rimanere insoluti. Dev’essere per quella volta che, curiosa e ingenua come ancora sono, osai chiederle: “Nonna, ma tu cosa avresti desiderato diventare da grande?”. E lei, in tutta risposta, mi congedò con uno sguardo raggelante, una scorsa da capo a piedi, che sembrava racchiudere il giudizio su un’intera epoca, la mia. Ma guarda i nati di oggi, avrà pensato, hanno persino il tempo di sognare.</description>
<content:encoded>Se volete conoscere una bella storia di sorellanza e creatività, andate a visitare l’esposizione in mostra al THotel, a Cagliari. Avete tempo sino al 15 novembre 2015. Non troverete molte informazioni, ma il materiale scelto vi basterà, forse, per trarre l’ispirazione che serve. La storia è - appunto - quella delle sorelle Altara e, per quel che mi riguarda, io devo averla fantasticata sicuramente male. Se per male si intende averla ficcata nell’immaginario che ho costruito grazie ai racconti della mia cara nonna, solo in parte loro coeva e in più né abbiente, né creativa. 
A dire il vero su quest’ultimo aspetto mi riserverei ancora dei dubbi, benché ormai destinati a rimanere insoluti. Dev’essere per quella volta che, curiosa e ingenua come ancora sono, osai chiederle: “Nonna, ma tu cosa avresti desiderato diventare da grande?”. E lei, in tutta risposta, mi congedò con uno sguardo raggelante, una scorsa da capo a piedi, che sembrava racchiudere il giudizio su un’intera epoca, la mia. 
Ma guarda i nati di oggi, avrà pensato, hanno persino il tempo di sognare.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/recensioni/ALTARA/altara.htm</link>
<pubDate>Fri, 09 Oct 2015 11:03:44 GMT</pubDate>
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<title>TEST: SIGMA 18-200mm F3.5-6.3 DC MACRO OS HSM</title>
<description>Molto corto a 18mm, lo zoom raddoppia la sua lunghezza a 200mm ma è comunque molto comodo da usare e non sbilancia la reflex vista la leggerezza del tutto. L’autofocus è veloce, preciso e silenzioso, viceversa non ho trovato molto agevole mettere a fuoco manualmente, vuoi anche per la scarsa luminosità. Purtroppo la ghiera di messa a fuoco manuale ruota durante la focheggiatura AF ma, cosa ottima, non ruota anche la parte frontale dove si innestano i filtri, cosa che agevola l&apos;uso di quelli che hanno una &quot;direzione&quot; come, per esempio, il polarizzatore. La cosa migliore di questo zoom è la resa buona e costante lungo tutto il range di focali, in particolare potendolo usare ad F/8. Di solito la resa degli zoom similari diminuisce man mano che si va verso la focale più lunga, ma non è così per il piccolo Sigma che non mostra alcuna differenza di resa nelle foto scattate alle due focali estreme. Il diaframma circolare aiuta a rendere abbastanza gradevole lo sfocato, ma non aspettatevi comunque miracoli da un superzoom!</description>
<content:encoded>Molto corto a 18mm, lo zoom raddoppia la sua lunghezza a 200mm ma è comunque molto comodo da usare e non sbilancia la reflex vista la leggerezza del tutto. L’autofocus è veloce, preciso e silenzioso, viceversa non ho trovato molto agevole mettere a fuoco manualmente, vuoi anche per la scarsa luminosità. Purtroppo la ghiera di messa a fuoco manuale ruota durante la focheggiatura AF ma, cosa ottima, non ruota anche la parte frontale dove si innestano i filtri, cosa che agevola l&apos;uso di quelli che hanno una &quot;direzione&quot; come, per esempio, il polarizzatore. La cosa migliore di questo zoom è la resa buona e costante lungo tutto il range di focali, in particolare potendolo usare ad F/8. Di solito la resa degli zoom similari diminuisce man mano che si va verso la focale più lunga, ma non è così per il piccolo Sigma che non mostra alcuna differenza di resa nelle foto scattate alle due focali estreme. Il diaframma circolare aiuta a rendere abbastanza gradevole lo sfocato, ma non aspettatevi comunque miracoli da un superzoom!</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SIGMA_18-200/18-200sigma.htm</link>
<pubDate>Sun, 27 Sep 2015 15:04:59 GMT</pubDate>
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<title>MOSTRE: VIVIAN MAIER AL MUSEO MAN</title>
<description>La mostra di Vivian Maier, inaugurata il 10 giugno 2015 al MAN di Nuoro, rimarrà aperta fino al 18 ottobre. Chi ancora non avesse avuto modo di visitarla avrà dalla sua l’autunno, tempo ideale per prepararsi al bagno di malinconia e alla tintinnante inquietudine che rimbalza scorrendo, una a una, le pellicole scelte per il percorso della retrospettiva. ￼ Nessun senso di oppressione pervade tuttavia l’aria; il moralismo, schiacciato da un acutissimo sguardo verso la realtà, rivela semmai il risultato creativo delle meditazioni sociali della misteriosa artista, la stessa che in vita comparve soltanto come una passante tra la folla. Una passante con una Rolleiflex al collo. Prima che il giovane John Maloof recuperasse, infatti, per una fortuita e fortunatissima congiuntura, l’imponente archivio che Vivian Maier (1926-2009) aveva segretamente custodito fino alla morte, nessuno aveva mai avuto modo di apprezzarne il singolare talento.</description>
<content:encoded>La mostra di Vivian Maier, inaugurata il 10 giugno 2015 al MAN di Nuoro, rimarrà aperta fino al 18 ottobre. Chi ancora non avesse avuto modo di visitarla avrà dalla sua l’autunno, tempo ideale per prepararsi al bagno di malinconia e alla tintinnante inquietudine che rimbalza scorrendo, una a una, le pellicole scelte per il percorso della retrospettiva.
￼
Nessun senso di oppressione pervade tuttavia l’aria; il moralismo, schiacciato da un acutissimo sguardo verso la realtà, rivela semmai il risultato creativo delle meditazioni sociali della misteriosa artista, la stessa che in vita comparve soltanto come una passante tra la folla. Una passante con una Rolleiflex al collo.

Prima che il giovane John Maloof recuperasse, infatti, per una fortuita e fortunatissima congiuntura, l’imponente archivio che Vivian Maier (1926-2009) aveva segretamente custodito fino alla morte, nessuno aveva mai avuto modo di apprezzarne il singolare talento.

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<link>http://www.nadir.it/recensioni/MAIER/vivianmaier.htm</link>
<pubDate>Thu, 10 Sep 2015 08:31:54 GMT</pubDate>
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<title>AL RESTO PENSIAMO NOI! DA KODAK AI SELFIE</title>
<description>&quot;Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto&quot; è il celebre slogan con il quale George Eastman, creatore e fondatore della Kodak, promosse nel 1888 la prima fotocamera - una compatta autotutto secondo gli standard dell’epoca - destinata ad essere usata anche da chi non capiva nulla di fotografia. Lo stesso Eastman spiega l&apos;origine del nome: &quot;La chiamai &quot;Kodak&quot; perché era un nome breve, vigoroso, facile da pronunciare e, per soddisfare le leggi sui marchi depositati, non significava nulla&quot;. Oggi, con la sempre maggiore diffusione della fotografia attraverso gli smartphone, sembra di rivivere la fase “Al resto pensiamo noi”. Il punto non è quanto buone possano essere le fotocamere dei telefoni (le ultime, infatti, competono tranquillamente con le compatte digitali di qualche anno fa), ma cosa passa per la testa degli utilizzatori. Il numero di foto diffuse in rete cresce in maniera esponenziale di mese in mese, ma per dieci foto valide ce ne sono migliaia davvero inguardabili.</description>
<content:encoded>&quot;Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto&quot; è il celebre slogan con il quale George Eastman, creatore e fondatore della Kodak, promosse nel 1888 la prima fotocamera - una compatta autotutto secondo gli standard dell’epoca - destinata ad essere usata anche da chi non capiva nulla di fotografia. Lo stesso Eastman spiega l&apos;origine del nome: &quot;La chiamai &quot;Kodak&quot; perché era un nome breve, vigoroso, facile da pronunciare e, per soddisfare le leggi sui marchi depositati, non significava nulla&quot;. Oggi, con la sempre maggiore diffusione della fotografia attraverso gli smartphone, sembra di rivivere la fase “Al resto pensiamo noi”. Il punto non è quanto buone possano essere le fotocamere dei telefoni (le ultime, infatti, competono tranquillamente con le compatte digitali di qualche anno fa), ma cosa passa per la testa degli utilizzatori. Il numero di foto diffuse in rete cresce in maniera esponenziale di mese in mese, ma per dieci foto valide ce ne sono migliaia davvero inguardabili.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/ALRESTOPENSIAMONOI/alrestopensiamonoi.htm</link>
<pubDate>Thu, 10 Sep 2015 08:30:28 GMT</pubDate>
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<title>DOSSIER: NIKON F PHOTOMIC</title>
<description>Dopo la lunga esperienza con le macchine a telemetro, iniziata nel 1948 con la Nikon I e si concluderà nel 1960 con la Nikon S3M, la Nippon Kogaku decide verso la metà degli anni Cinquanta che è giunto il momento per inserirsi nel mercato degli apparecchi reflex. Del resto tutti i segnali indirizzavano verso questa direzione: la comparsa della Exakta Varex nel 1950 con i mirini intercambiabili, la Asahiflex del 1952, prima reflex nipponica modellata sulla Praktiflex, la Praktina FX del 1953, prima reflex a sistema, la Contax E, la prima reflex mono ottica dotata di esposimetro oltre alla Orion Miranda T del 1955, prima reflex nipponica a mirini intercambiabili, mostravano in modo inequivocabile che l&apos;apparecchio reflex si stava rapidamente evolvendo, con una tecnologia in perenne movimento.</description>
<content:encoded>Dopo la lunga esperienza con le macchine a telemetro, iniziata nel 1948 con la Nikon I e si concluderà nel 1960 con la Nikon S3M, la Nippon Kogaku decide verso la metà degli anni Cinquanta che è giunto il momento per inserirsi nel mercato degli apparecchi reflex. Del resto tutti i segnali indirizzavano verso questa direzione: la comparsa della Exakta Varex nel 1950 con i mirini intercambiabili, la Asahiflex del 1952, prima reflex nipponica modellata sulla Praktiflex, la Praktina FX del 1953, prima reflex a sistema, la Contax E, la prima reflex mono ottica dotata di esposimetro oltre alla Orion Miranda T del 1955, prima reflex nipponica a mirini intercambiabili, mostravano in modo inequivocabile che l&apos;apparecchio reflex si stava rapidamente evolvendo, con una tecnologia in perenne movimento.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/NIKON_F-PHOTOMIC/NikonF.htm</link>
<pubDate>Thu, 10 Sep 2015 08:29:49 GMT</pubDate>
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<title>TEST: SAMSUNG S6 FLAT. LA FOTOCAMERA</title>
<description>Gli S6 hanno un&apos;ottima fotocamera con un sensore un po’ più grande della media ed un obiettivo luminoso (F/1.9). Un sensore di maggiori dimensioni porta con sé maggiore qualità, maggiore pulizia delle immagini, minore rumore alle alte sensibilità e, nei limiti del possibile visto che è pur sempre &quot;piccolo&quot; in termini fotografici, della possibilità di ottenere, insieme al diaframma F/1.9, un vero sfocato senza ricorrere a filtri ed effetti speciali. Ma tutto questo non basta per produrre “belle immagini”: il software è quantomai importante e quello del Samsung S6 è - al momento attuale - una meraviglia, l’unico, per me, in grado di competere con quello dell’iPhone 6 per la gradevolezza delle immagini senza andare a misurare la definizione, campo in cui il Samsung in ogni caso prevale. Effettuando diversi scatti con il Samsung S6 e l’iPhone 6, possiamo dire che le immagini sono abbastanza simili, un po’ più calde e corpose quelle dell’iPhone, un po’ più chiare e dettagliate quelle del Samsung. Netta vittoria del Samsung per il rumore in condizioni di scarsa luminosità e latitudine di posa: la capacità di compensare tra zone d’ombra ed alte luci è davvero notevole. La stabilizzazione ottica incorporata aiuta ulteriormente il fotografo che ha una mano ferma e permette di arrivare ad usare anche tempi di scatto lenti senza micromosso.</description>
<content:encoded>Gli S6 hanno un&apos;ottima fotocamera con un sensore un po’ più grande della media ed un obiettivo luminoso (F/1.9). Un sensore di maggiori dimensioni porta con sé maggiore qualità, maggiore pulizia delle immagini, minore rumore alle alte sensibilità e, nei limiti del possibile visto che è pur sempre &quot;piccolo&quot; in termini fotografici, della possibilità di ottenere, insieme al diaframma F/1.9, un vero sfocato senza ricorrere a filtri ed effetti speciali. Ma tutto questo non basta per produrre “belle immagini”: il software è quantomai importante e quello del Samsung S6 è - al momento attuale - una meraviglia, l’unico, per me, in grado di competere con quello dell’iPhone 6 per la gradevolezza delle immagini senza andare a misurare la definizione, campo in cui il Samsung in ogni caso prevale. Effettuando diversi scatti con il Samsung S6 e l’iPhone 6, possiamo dire che le immagini sono abbastanza simili, un po’ più calde e corpose quelle dell’iPhone, un po’ più chiare e dettagliate quelle del Samsung. Netta vittoria del Samsung per il rumore in condizioni di scarsa luminosità e latitudine di posa: la capacità di compensare tra zone d’ombra ed alte luci è davvero notevole. La stabilizzazione ottica incorporata aiuta ulteriormente il fotografo che ha una mano ferma e permette di arrivare ad usare anche tempi di scatto lenti senza micromosso.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SAMSUNG_S6/samsungS6.htm</link>
<pubDate>Sat, 22 Aug 2015 17:15:56 GMT</pubDate>
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<title>Don McCullin e la sua Nikon F in un racconto di P. Ghisetti</title>
<description>A Hué, nel Vietnam del Sud, in quell’afosa mattina del 2 febbraio, il gruppo dei marines s’era radunato intorno all’unico ufficiale rimasto vivo. Erano tutti giovanissimi, ma ostentavano una gran sicurezza. Alcuni masticavano gomma e maneggiavano le armi con noncuranza. Accanto a loro, a pochi metri, Don McCullin osservava la scena. Era equipaggiato con due Nikon F, di cui una dotata di motore F-36. Su di una macchina era montato un 35mm, mentre sull’altra un 85mm. In questo modo poteva alternare rapidamente riprese grandangolari con altre ravvicinate. Don aveva il dorso della schiena completamente bagnato di sudore, ma non avrebbe saputo dire se dipendeva dall’umido soffocante o dalla tensione. L’ufficiale aveva visto troppi film western, forse.</description>
<content:encoded>A Hué, nel Vietnam del Sud, in quell’afosa mattina del 2 febbraio, il gruppo dei marines s’era radunato intorno all’unico ufficiale rimasto vivo. Erano tutti giovanissimi, ma ostentavano una gran sicurezza. Alcuni masticavano gomma e maneggiavano le armi con noncuranza. Accanto a loro, a pochi metri, Don McCullin osservava la scena. Era equipaggiato con due Nikon F, di cui una dotata di motore F-36. Su di una macchina era montato un 35mm, mentre sull’altra un 85mm. In questo modo poteva alternare rapidamente riprese grandangolari con altre ravvicinate.
Don aveva il dorso della schiena completamente bagnato di sudore, ma non avrebbe saputo dire se dipendeva dall’umido soffocante o dalla tensione.
L’ufficiale aveva visto troppi film western, forse.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/pandora/MCCULLIN/DonMcCullin.htm</link>
<pubDate>Mon, 20 Jul 2015 10:16:58 GMT</pubDate>
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<title>TEST NIKON AF-S 24-70 F/2.8</title>
<description>Il Nikon 24-70 F/2.8 è il fiore all&apos;occhiello del corredo Nikon per quel range di lunghezze focali e grande luminosità, grosso e pesante (come del resto la maggior parte degli obiettivi similari), ben fatto e costoso. Vale tutti i suoi soldi e poco conta se, in alcuni casi, va un po&apos; peggio o un po&apos; meglio dei diretti concorrenti perché, nell&apos;uso pratico, difficilmente vi metterà in difficoltà. Alle medie distanze. A 24mm la resa è sempre buona e la risolvenza al centro è molto elevata anche a tutta apertura. Purtroppo non sono altrettanto buoni i bordi ed un vistoso astigmatismo abbassa il contrasto generale. Notevole l&apos;aberrazione cromatica ai bordi (il Tamron e lo Zeiss ne hanno di meno) ed è un vero peccato che si debba diaframmare ad F/5.6 per ottenere delle prestazioni equilibrate su tutto il fotogramma. Con &quot;equilibrate&quot; non intendo che i bordi pareggino con il centro perché, a 24mm, non pareggiano mai neanche ad F/11 - valore dopo il quale inizia la parabola discendente. La distorsione a barilotto è visibile, ma equivalente a quella delle ottiche concorrenti ed oggi comunque non costituisce più un gran problema. Notevole la vignettatura sino ad F/5.6.</description>
<content:encoded>Il Nikon 24-70 F/2.8 è il fiore all&apos;occhiello del corredo Nikon per quel range di lunghezze focali e grande luminosità, grosso e pesante (come del resto la maggior parte degli obiettivi similari), ben fatto e costoso. Vale tutti i suoi soldi e poco conta se, in alcuni casi, va un po&apos; peggio o un po&apos; meglio dei diretti concorrenti perché, nell&apos;uso pratico, difficilmente vi metterà in difficoltà.
Alle medie distanze. A 24mm la resa è sempre buona e la risolvenza al centro è molto elevata anche a tutta apertura. Purtroppo non sono altrettanto buoni i bordi ed un vistoso astigmatismo abbassa il contrasto generale. Notevole l&apos;aberrazione cromatica ai bordi (il Tamron e lo Zeiss ne hanno di meno) ed è un vero peccato che si debba diaframmare ad F/5.6 per ottenere delle prestazioni equilibrate su tutto il fotogramma. Con &quot;equilibrate&quot; non intendo che i bordi pareggino con il centro perché, a 24mm, non pareggiano mai neanche ad F/11 - valore dopo il quale inizia la parabola discendente. La distorsione a barilotto è visibile, ma equivalente a quella delle ottiche concorrenti ed oggi comunque non costituisce più un gran problema. Notevole la vignettatura sino ad F/5.6.

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<link>http://www.nadir.it/ob-fot/NIKON_24-70/nikon24-70.htm</link>
<pubDate>Fri, 03 Jul 2015 15:56:40 GMT</pubDate>
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<title>LEICA MINILUX IN YEMEN</title>
<description>I ricordi del viaggio in Yemen, un paese sospeso in un medioevo indefinito, favoloso nelle costruzioni di fango dalle eleganti decorazioni, misterioso per le sue donne velate, maschilista negli uomini sempre armati della rituale Jambiya, il pugnale ricurvo, affascinante nei suoi paesaggi semidesertici, ritorna prepotentemente alla memoria grazie alle meravigliose ed accattivanti immagini catturate dalla Minilux. Immagini che assumono anche il valore di una testimonianza storica, in quanto lo Yemen è ormai caduto, come diversi altri paesi arabi, in una guerra civile difficilmente districabile e, molto probabilmente, dovranno passare ancora diversi anni perché ritorni ad essere quella mitica “Arabia Felix” di cui si favoleggiava negli anni Novanta, anni a cui si riferiscono le immagini qui illustrate.</description>
<content:encoded>I ricordi del viaggio in Yemen, un paese sospeso in un medioevo indefinito, favoloso nelle costruzioni di fango dalle eleganti decorazioni, misterioso per le sue donne velate, maschilista negli uomini sempre armati della rituale Jambiya, il pugnale ricurvo, affascinante nei suoi paesaggi semidesertici, ritorna prepotentemente alla memoria grazie alle meravigliose ed accattivanti immagini catturate dalla Minilux. Immagini che assumono anche il valore di una testimonianza storica, in quanto lo Yemen è ormai caduto, come diversi altri paesi arabi, in una guerra civile difficilmente districabile e, molto probabilmente, dovranno passare ancora diversi anni perché ritorni ad essere quella mitica “Arabia Felix” di cui si favoleggiava negli anni Novanta, anni a cui si riferiscono le immagini qui illustrate.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/LEICA_MINILUX/leicaminilux.htm</link>
<pubDate>Fri, 03 Jul 2015 15:55:26 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: &quot;DI-LEMMI FOTOGRAFICI&quot; di Carlo Riggi</title>
<description>A sette anni dalla pubblicazione di &quot;L&apos;esuberanza dell&apos;ombra&quot;, Carlo Riggi ritorna con un nuovo volume, molto atteso dai tanti lettori che avevano apprezzato lo stile fresco e originale di quel libro, denso di stimolanti riflessioni su fotografia e psicoanalisi. In questo nuovo lavoro ritroviamo fin dal gioco di parole del titolo (&quot;di-lemmi&quot;) l&apos;irriverente libertà di pensiero che caratterizzava quel testo. Carlo Riggi, che, lo ricordiamo, di professione è psicoanalista, fotografo per passione, e collaboratore di Nadir, ha prodotto un dizionario di fotografia. Un dizionario sui generis, uno strumento che, come l&apos;autore spiega: &quot;contiene le risposte necessarie a porsi le domande giuste&quot;.</description>
<content:encoded>A sette anni dalla pubblicazione di &quot;L&apos;esuberanza dell&apos;ombra&quot;, Carlo Riggi ritorna con un nuovo volume, molto atteso dai tanti lettori che avevano apprezzato lo stile fresco e originale di quel libro, denso di stimolanti riflessioni su fotografia e psicoanalisi. 
In questo nuovo lavoro ritroviamo fin dal gioco di parole del titolo (&quot;di-lemmi&quot;) l&apos;irriverente libertà di pensiero che caratterizzava quel testo. 

Carlo Riggi, che, lo ricordiamo, di professione è psicoanalista, fotografo per passione, e collaboratore di Nadir, ha prodotto un dizionario di fotografia. Un dizionario sui generis, uno strumento che, come l&apos;autore spiega: &quot;contiene le risposte necessarie a porsi le domande giuste&quot;.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/DI-LEMMI_RIGGI/dilemmifotografici.htm</link>
<pubDate>Mon, 22 Jun 2015 07:52:14 GMT</pubDate>
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<item>
<title>HO 4000 EURO: LEICA Q TYP 116, SONY RX1 R, SONY A7R II</title>
<description>Il settore delle fotocamere compatte full frame di qualità è destinato a crescere e questo si capisce, oltre che dal successo della felice intuizione di Sony, assoluto precursore per quanto riguarda le full frame mirrorless, anche dall&apos;ingresso nel mercato delle &quot;economiche di qualità&quot;, da parte di Leica. La parola &quot;economiche&quot; è scritta tra virgolette come è giusto che sia visto che né la Leica Q Typ 116, né la Sony A7r II, possono definirsi tali coi loro prezzi che sfiorano i 4000 Euro (la Sony in realtà costa sensibilmente di meno ma, ovviamente, bisogna mettere in conto un obiettivo). Le due fotocamere di cui sto parlando non sono esattamente in competizione per le caratteristiche, ma per il prezzo. La Leica andrebbe più confrontata con la Sony RX1 R, ugualmente compatta e dotata di ottica fissa Carl Zeiss Sonnar 35/2, ma questa costa &quot;solo&quot; intorno ai 2500 Euro (la vecchia RX1 si trova ormai a meno di 2000; si noti però che la Sony non ha un mirino incorporato), ma, appunto, questo articolo (che è più che altro una sintesi delle riflessioni che sono scaturite durante una conversazione tra addetti ai lavori) non a caso lo abbiamo intitolato “cosa possiamo comprare con 4000 Euro”?</description>
<content:encoded>Il settore delle fotocamere compatte full frame di qualità è destinato a crescere e questo si capisce, oltre che dal successo della felice intuizione di Sony, assoluto precursore per quanto riguarda le full frame mirrorless, anche dall&apos;ingresso nel mercato delle &quot;economiche di qualità&quot;, da parte di Leica.
La parola &quot;economiche&quot; è scritta tra virgolette come è giusto che sia visto che né la Leica Q Typ 116, né la Sony A7r II, possono definirsi tali coi loro prezzi che sfiorano i 4000 Euro (la Sony in realtà costa sensibilmente di meno ma, ovviamente, bisogna mettere in conto un obiettivo). Le due fotocamere di cui sto parlando non sono esattamente in competizione per le caratteristiche, ma per il prezzo. La Leica andrebbe più confrontata con la Sony RX1 R, ugualmente compatta e dotata di ottica fissa Carl Zeiss Sonnar 35/2, ma questa costa &quot;solo&quot; intorno ai 2500 Euro (la vecchia RX1 si trova ormai a meno di 2000; si noti però che la Sony non ha un mirino incorporato), ma, appunto, questo articolo (che è più che altro una sintesi delle riflessioni che sono scaturite durante una conversazione tra addetti ai lavori) non a caso lo abbiamo intitolato “cosa possiamo comprare con 4000 Euro”?</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/LEICAQ_Typ116/LeicaQ116-SonyA7RII.htm</link>
<pubDate>Fri, 12 Jun 2015 09:31:16 GMT</pubDate>
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<title>TEST APPROFONDITO SONY A7 II</title>
<description>Con le ottiche dedicate Sony e Zeiss, le cose non cambiano nell’uso normale rispetto alla A7, ma - punto rimasto in sospeso nelle precedenti impressioni taiwanesi - la svolta è con le vecchie ottiche adattate, ambito di applicazione verso il quale le fotocamere della serie A7 hanno sempre mostrato una notevole predisposizione. La stabilizzazione ottica interna a 5 assi funziona, con le ottiche adattate, a “soli” tre assi, ma questo significa comunque che qualsiasi vecchia ottica diventa stabilizzata, il che non è poco. Poco? Mi viene da sorridere ad usare questo aggettivo: ovviamente dipende anche dalla mano ferma di partenza, ma Paolo ed io abbiamo cominciato a provare, tramite appositi anelli, tutte le ottiche Leica M, Nikon AI e Zeiss per Contax in nostro possesso ed i risultati sono stati miracolosi. Oltre alla grande qualità di queste vecchie ottiche (non tutte, ma alcune hanno una resa splendida e ne parlerò in maniera più approfondita in altri articoli), siamo riusciti a scattare con tempi incredibilmente lenti di almeno 3-4 stop inferiori a quelli senza stabilizzazione. Dopo una giornata di test con il 28mm Leica M, ci siamo arrabbiati molto nel vedere alcune foto micromosse, ma quale non è stata la nostra sorpresa quando abbiamo letto che erano state scattate con il tempo di un secondo! Insomma, la stabilizzazione fa il suo dovere in maniera egregia e lo fa anche con ottiche più lunghe come un vecchio Nikkor AI 200/4 che, comprato per poche decine di Euro in un mercatino, rischiava di essere rivenduto per inutilizzo; ora invece è stato restituito a nuova vita.</description>
<content:encoded>Con le ottiche dedicate Sony e Zeiss, le cose non cambiano nell’uso normale rispetto alla A7, ma - punto rimasto in sospeso nelle precedenti impressioni taiwanesi - la svolta è con le vecchie ottiche adattate, ambito di applicazione verso il quale le fotocamere della serie A7 hanno sempre mostrato una notevole predisposizione. La stabilizzazione ottica interna a 5 assi funziona, con le ottiche adattate, a “soli” tre assi, ma questo significa comunque che qualsiasi vecchia ottica diventa stabilizzata, il che non è poco. Poco? Mi viene da sorridere ad usare questo aggettivo: ovviamente dipende anche dalla mano ferma di partenza, ma Paolo ed io abbiamo cominciato a provare, tramite appositi anelli, tutte le ottiche Leica M, Nikon AI e Zeiss per Contax in nostro possesso ed i risultati sono stati miracolosi. Oltre alla grande qualità di queste vecchie ottiche (non tutte, ma alcune hanno una resa splendida e ne parlerò in maniera più approfondita in altri articoli), siamo riusciti a scattare con tempi incredibilmente lenti di almeno 3-4 stop inferiori a quelli senza stabilizzazione. Dopo una giornata di test con il 28mm Leica M, ci siamo arrabbiati molto nel vedere alcune foto micromosse, ma quale non è stata la nostra sorpresa quando abbiamo letto che erano state scattate con il tempo di un secondo!
Insomma, la stabilizzazione fa il suo dovere in maniera egregia e lo fa anche con ottiche più lunghe come un vecchio Nikkor AI 200/4 che, comprato per poche decine di Euro in un mercatino, rischiava di essere rivenduto per inutilizzo; ora invece è stato restituito a nuova vita.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SONY_A7II_TEST/sonyA7II.htm</link>
<pubDate>Sun, 07 Jun 2015 15:45:05 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: RACCONTI DALLA CAMERA OSCURA</title>
<description>E&apos; un libro senza neanche una foto, ma forse, leggendolo, è il libro che mi ha parlato più di fotografia. Se è vero che un&apos;immagine vale mille parole, qui invece è il contrario e le parole evocano immagini, situazioni e storie. Si viaggia sulla scia delle emozioni, direi &quot;da godere ad occhi chiusi&quot; se non fosse per la necessità di tenerli bene aperti per leggere. Il libro non è di un solo autore, ma è la raccolta di brani di diversi autori con l&apos;argomento in comune della fotografia. Diversi Autori - la &quot;A&quot; maiuscola è quantomai indicata - perché, nel bel libro curato da Walter Guadagnini, troviamo grandi nomi come Hawthorne, Maupassant, Pirandello, Calvino, Conway e altri, sull&apos;ambiguità ed il mistero dell&apos;immagine fotografica.</description>
<content:encoded>E&apos; un libro senza neanche una foto, ma forse, leggendolo, è il libro che mi ha parlato più di fotografia.
Se è vero che un&apos;immagine vale mille parole, qui invece è il contrario e le parole evocano immagini, situazioni e storie.
Si viaggia sulla scia delle emozioni, direi &quot;da godere ad occhi chiusi&quot; se non fosse per la necessità di tenerli bene aperti per leggere.

Il libro non è di un solo autore, ma è la raccolta di brani di diversi autori con l&apos;argomento in comune della fotografia.
Diversi Autori - la &quot;A&quot; maiuscola è quantomai indicata - perché, nel bel libro curato da Walter Guadagnini, troviamo grandi nomi come Hawthorne, Maupassant, Pirandello, Calvino, Conway e altri, sull&apos;ambiguità ed il mistero dell&apos;immagine fotografica.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/RACCONTICAMERAOSCURA/guadagnini.htm</link>
<pubDate>Tue, 19 May 2015 17:05:41 GMT</pubDate>
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<title>EVENTI: ROMICS 2015</title>
<description>Che siano stati handmade o commissionati, armature o vestiti da principessa, ogni costume ha ricevuto il suo momento di gloria, ed ogni fotografo, professionista o meno, è riuscito a tornare a casa con un fornitissimo album dei ricordi. Gli stand durante tutti i giorni erano costantemente gremiti da avventori interessati alle ultime novità nel campo video-ludico e dei fumetti: lunghe file per ricevere l&apos;autografo da parte del proprio autore preferito e file ancora più lunghe per giocare con tecnologie avveniristiche alle ultime novità. Particolare successo ha riscosso anche la zona costellata da dei piccoli set cinematografici, dove era possibile farsi fotografare assieme a degli zombie, ai Ghostbuster, oppure sul set di Star Wars; nel caso in cui gli avventori non fossero stati interessati nell&apos;essere immortalati in tali situazioni, vi era un ricco menù di interessanti anteprime cinematografiche, come Fury ed il film de Il Piccolo Principe.</description>
<content:encoded>Che siano stati handmade o commissionati, armature o vestiti da principessa, ogni costume ha ricevuto il suo momento di gloria, ed ogni fotografo, professionista o meno, è riuscito a tornare a casa con un fornitissimo album dei ricordi.
Gli stand durante tutti i giorni erano costantemente gremiti da avventori interessati alle ultime novità nel campo video-ludico e dei fumetti: lunghe file per ricevere l&apos;autografo da parte del proprio autore preferito e file ancora più lunghe per giocare con tecnologie avveniristiche alle ultime novità. Particolare successo ha riscosso anche la zona costellata da dei piccoli set cinematografici, dove era possibile farsi fotografare assieme a degli zombie, ai Ghostbuster, oppure sul set di Star Wars; nel caso in cui gli avventori non fossero stati interessati nell&apos;essere immortalati in tali situazioni, vi era un ricco menù di interessanti anteprime cinematografiche, come Fury ed il film de Il Piccolo Principe.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/recensioni/ROMICS_2015/romics.htm</link>
<pubDate>Tue, 19 May 2015 17:05:01 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: ZAMBIAN PORTRAITS</title>
<description>Ti guardano dritto negli occhi non appena apri il libro. Pagina dopo pagina, foto dopo foto, in un libro di peso e dimensioni inusitate. Sembrano fissarti e volerti parlare, a volte seri, a volte con uno smagliante sorriso che mette in evidenza, per contrasto, i denti bianchissimi, a volte tristi, ma sempre pieni di dignità. Nessuna foto atta ad ottenere facili emozioni o commozione scontata: il fotografo, un bravissimo Paolo Solari Bozzi, non ha mai ceduto alla (facile) tentazione di riempire il libro di bambini sofferenti con le mani tese verso chi guarda. Di quegli occhi non riesci a liberarti e diventa inevitabile aumentare la velocità di lettura per vederli tutti, per scoprire se accade qualcosa, ma non accade nulla né deve accadere nulla: il libro è una preziosa testimonianza dell’amore del fotografo per l’Africa e le sue genti.</description>
<content:encoded>Ti guardano dritto negli occhi non appena apri il libro.
Pagina dopo pagina, foto dopo foto, in un libro di peso e dimensioni inusitate.
Sembrano fissarti e volerti parlare, a volte seri, a volte con uno smagliante sorriso che mette in evidenza, per contrasto, i denti bianchissimi, a volte tristi, ma sempre pieni di dignità. Nessuna foto atta ad ottenere facili emozioni o commozione scontata: il fotografo, un bravissimo Paolo Solari Bozzi, non ha mai ceduto alla (facile) tentazione di riempire il libro di bambini sofferenti con le mani tese verso chi guarda.
Di quegli occhi non riesci a liberarti e diventa inevitabile aumentare la velocità di lettura per vederli tutti, per scoprire se accade qualcosa, ma non accade nulla né deve accadere nulla: il libro è una preziosa testimonianza dell’amore del fotografo per l’Africa e le sue genti.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/ZAMBIANPORTRAITS/paolosolaribozzi.htm</link>
<pubDate>Thu, 14 May 2015 14:50:20 GMT</pubDate>
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<title>FESTIVAL DELL&apos;ORIENTE 2015 A ROMA</title>
<description>Cosa è il Festival dell&apos;Oriente? L&apos;apoteosi dell&apos;Asia, l&apos;opportunità di esplorare ogni tipologia di cultura, religione, cucina e tradizione appartenente all&apos;Oriente. E&apos; stato possibile (e probabilmente lo sarà anche in futuro fra un anno) assistere a tale evento alla Fiera di Roma, la quale ha concesso tre padiglioni agli artisti e standisti. La peculiarità di tale evento, a differenza del Romics è l&apos;inesistenza di un unico padiglione appositamente adibito per le premiazioni e le esibizioni: ogni padiglione aveva un palco dove si esibivano costantemente artisti appartenenti ad ogni etnia orientale, ed al lato opposto si potevano trovare ristoranti o una zona completamente dedicata al combattimento ed alle arti marziali o una zona dedicata maggiormente al rilassamento.</description>
<content:encoded>Cosa è il Festival dell&apos;Oriente? L&apos;apoteosi dell&apos;Asia, l&apos;opportunità di esplorare ogni tipologia di cultura, religione, cucina e tradizione appartenente all&apos;Oriente.
E&apos; stato possibile (e probabilmente lo sarà anche in futuro fra un anno) assistere a tale evento alla Fiera di Roma, la quale ha concesso tre padiglioni agli artisti e standisti.
La peculiarità di tale evento, a differenza del Romics è l&apos;inesistenza di un unico padiglione appositamente adibito per le premiazioni e le esibizioni: ogni padiglione aveva un palco dove si esibivano costantemente artisti appartenenti ad ogni etnia orientale, ed al lato opposto si potevano trovare ristoranti o una zona completamente dedicata al combattimento ed alle arti marziali o una zona dedicata maggiormente al rilassamento.

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<link>http://www.nadir.it/recensioni/FESTIVALORIENTE2015/festivaloriente.htm</link>
<pubDate>Mon, 11 May 2015 15:54:38 GMT</pubDate>
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<title>TEST FUJIFILM X-E2</title>
<description>La E2 prende il posto della E1, uscita esattamente un anno prima, e le similitudini non sono poche. Esteriormente, infatti, le due fotocamere si assomigliano moltissimo e solo un’osservazione più attenta consente di distinguerle. Il frontale è identico, dal design pulito e privo di comandi ad eccezione del pulsante di sblocco dell’obiettivo e del selettore della modalità di messa a fuoco (singolo, continuo, manuale). Altrettanto identici i due lati; quello destro è vuoto, mentre quello sinistro presenta uno sportellino che cela tre connettori (USB, microfono, HDMI). E’ soltanto il dorso a differenziare i due modelli: i pulsanti sono stati redistribuiti - nel senso che fisicamente sono gli stessi, ma per alcuni è stata modificata la funzione associata. L’altro cambiamento evidente è il monitor, che passa a 3 pollici di diagonale (contro i 2,8” della E1) e ad 1,04 milioni di punti di definizione (rispetto ai 420mila del monitor della E1: un bel salto). Come nel caso della E1, si tratta di uno schermo fisso, e non sensibile al tocco; mentre non troviamo significativa l’assenza del touch-screen, ci pesa un po’ non avere lo schermo orientabile, una caratteristica (presente sulla M1 e sulla T1) che apprezziamo molto specie nella fotografia di strada e più in generale nel reportage, ambiti d’elezione delle mirrorless Fuji.</description>
<content:encoded>La E2 prende il posto della E1, uscita esattamente un anno prima, e le similitudini non sono poche. Esteriormente, infatti, le due fotocamere si assomigliano moltissimo e solo un’osservazione più attenta consente di distinguerle. Il frontale è identico, dal design pulito e privo di comandi ad eccezione del pulsante di sblocco dell’obiettivo e del selettore della modalità di messa a fuoco (singolo, continuo, manuale). Altrettanto identici i due lati; quello destro è vuoto, mentre quello sinistro presenta uno sportellino che cela tre connettori (USB, microfono, HDMI). E’ soltanto il dorso a differenziare i due modelli: i pulsanti sono stati redistribuiti - nel senso che fisicamente sono gli stessi, ma per alcuni è stata modificata la funzione associata. L’altro cambiamento evidente è il monitor, che passa a 3 pollici di diagonale (contro i 2,8” della E1) e ad 1,04 milioni di punti di definizione (rispetto ai 420mila del monitor della E1: un bel salto). Come nel caso della E1, si tratta di uno schermo fisso, e non sensibile al tocco; mentre non troviamo significativa l’assenza del touch-screen, ci pesa un po’ non avere lo schermo orientabile, una caratteristica (presente sulla M1 e sulla T1) che apprezziamo molto specie nella fotografia di strada e più in generale nel reportage, ambiti d’elezione delle mirrorless Fuji.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/FUJI_XE2/fujiXE2.htm</link>
<pubDate>Wed, 06 May 2015 17:13:25 GMT</pubDate>
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<title>IN PROVA: PORTRAIT PRO, BELLI SI DIVENTA</title>
<description>PortraitPro Studio è un programma standalone e si può adoperare direttamente senza dipendere da nessun&apos;altra applicazione, ma funziona anche come comodo plug-in che è possibile lanciare dal proprio programma di fotoritocco come, per esempio, i classici Photoshop o Lightroom). La finestra che si apre è esattamente la stessa e l&apos;unica comodità è quella di non dover uscire da un&apos;applicazione per passare all&apos;altra, fare delle modifiche e poi eventualmente tornare al programma di fotoritocco. Questo, però, partendo dal presupposto di voler o dover lavorare ancora sulla foto, perché, in caso contrario, PortraitPro Studio è in grado di aprire i file RAW e li sviluppa anche bene (senza, ovviamente, nessuna possibilità di controlli avanzati come, per esempio, quelli di Adobe Camera RAW), quindi - fatte le modifiche al viso - la foto si potrebbe salvare senza passare per altri programmi. Attenzione che la versione più economica non è in grado di aprire i file RAW e non gestisce i TIFF a 48 bit, ma solo a 24.</description>
<content:encoded>PortraitPro Studio è un programma standalone e si può adoperare direttamente senza dipendere da nessun&apos;altra applicazione, ma funziona anche come comodo plug-in che è possibile lanciare dal proprio programma di fotoritocco come, per esempio, i classici Photoshop o Lightroom). La finestra che si apre è esattamente la stessa e l&apos;unica comodità è quella di non dover uscire da un&apos;applicazione per passare all&apos;altra, fare delle modifiche e poi eventualmente tornare al programma di fotoritocco. Questo, però, partendo dal presupposto di voler o dover lavorare ancora sulla foto, perché, in caso contrario, PortraitPro Studio è in grado di aprire i file RAW e li sviluppa anche bene (senza, ovviamente, nessuna possibilità di controlli avanzati come, per esempio, quelli di Adobe Camera RAW), quindi - fatte le modifiche al viso - la foto si potrebbe salvare senza passare per altri programmi. Attenzione che la versione più economica non è in grado di aprire i file RAW e non gestisce i TIFF a 48 bit, ma solo a 24.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/test/PORTRAITPRO/portraitpro.htm</link>
<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 15:18:22 GMT</pubDate>
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<title>TEST: SIGMA DP1 Quattro</title>
<description>La Sigma DP1 fa parte della serie “DP”, delle interessanti compatte che adottano un sensore di tipo APS-C in tecnologia Foveon. Le fotocamere sono ad ottica fissa e sono tre: la DP1, l’unica disponibile al momento, monta un 19mm F/2.8 (ovviamente realizzato da Sigma) che corrisponde ad un 28mm sul FF. Le prossime DP2 e la DP3 avranno, rispettivamente, delle ottiche equivalenti a 45 e 75mm. A cosa possa servire una fotocamera dotata di ottica fissa da 75mm per me resta un mistero, ma immagino che gli esperti di marketing ne abbiano determinata l’imprescindibile necessità. Comunque, anche volendo (per esoterici motivi) avere una fotocamera solo per i ritratti o comunque con un moderato effetto tele, avrei preferito la classica lunghezza focale di 85, 90 o 100mm, anziché 75. Ma tant’è. Il numero “Quattro” presente nella sigla si riferisce alla generazione del sensore Foveon, la quarta appunto, ma anche all’aggiunta del quarto strato rispetto ai consueti tre. Strati di cosa? Il sensore Foveon, a differenza dei sensori tradizionali (detti anche di tipo “Bayer”) che hanno tutti i fotodiodi sulla stessa superficie (e ricordiamo che ciascun fotodiodo è sensibile ad uno solo dei tre colori primari), ha una stratificazione simile a quella di una pellicola pancromatica: ogni strato ospita solo i fotodiodi (ovvero, per semplificare, i pixel) sensibili ad un determinato colore.</description>
<content:encoded>La Sigma DP1 fa parte della serie “DP”, delle interessanti compatte che adottano un sensore di tipo APS-C in tecnologia Foveon. Le fotocamere sono ad ottica fissa e sono tre: la DP1, l’unica disponibile al momento, monta un 19mm F/2.8 (ovviamente realizzato da Sigma) che corrisponde ad un 28mm sul FF. Le prossime DP2 e la DP3 avranno, rispettivamente, delle ottiche equivalenti a 45 e 75mm. A cosa possa servire una fotocamera dotata di ottica fissa da 75mm per me resta un mistero, ma immagino che gli esperti di marketing ne abbiano determinata l’imprescindibile necessità. Comunque, anche volendo (per esoterici motivi) avere una fotocamera solo per i ritratti o comunque con un moderato effetto tele, avrei preferito la classica lunghezza focale di 85, 90 o 100mm, anziché 75. Ma tant’è.

Il numero “Quattro” presente nella sigla si riferisce alla generazione del sensore Foveon, la quarta appunto, ma anche all’aggiunta del quarto strato rispetto ai consueti tre. Strati di cosa? Il sensore Foveon, a differenza dei sensori tradizionali (detti anche di tipo “Bayer”) che hanno tutti i fotodiodi sulla stessa superficie (e ricordiamo che ciascun fotodiodo è sensibile ad uno solo dei tre colori primari), ha una stratificazione simile a quella di una pellicola pancromatica: ogni strato ospita solo i fotodiodi (ovvero, per semplificare, i pixel) sensibili ad un determinato colore.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SIGMA_DP1quattro/sigmaDP1quattro.htm</link>
<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 09:42:45 GMT</pubDate>
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<title>NIKON AF-S NIKKOR 35mm F/1.8 G DX</title>
<description>Ho confrontato il Nikon 35mm F1.8G DX con il vecchio 50mm AF-D F/1.8 ed ho notato che le due ottiche hanno una resa molto similare, compresa la morbidezza delle foto scattate a tutta apertura, ma entrambe migliorano rapidamente a partire da F/2.8. Però il 50mm non presenta nessuna aberrazione cromatica laterale che, invece, continuo a vedere nel 35mm nonostante l’elemento asferico. Per il resto la resa è davvero molto simile, a parte le ovvie differenze legate alle differenze lunghezze focali e, con entrambi gli obiettivi, è facile vedere subito, senza cercare il pelo nell’uovo, una maggiore nitidezza rispetto allo zoom standard. La nitidezza al centro è davvero buona, ma i bordi a tutta apertura sono modesti anche se possiamo dire che l’obiettivo è globalmente molto equilibrato già ad F2.8. Una caratteristica in comune col vecchio 50mm AF è il basso contrasto a TA, oggi facilmente recuperabile in postproduzione ma che, quando stampavo il BN, mi costringeva ad adoperare carta più contrastata rispetto alle foto scattate con gli altri obiettivi.</description>
<content:encoded>Ho confrontato il Nikon 35mm F1.8G DX con il vecchio 50mm AF-D F/1.8 ed ho notato che le due ottiche hanno una resa molto similare, compresa la morbidezza delle foto scattate a tutta apertura, ma entrambe migliorano rapidamente a partire da F/2.8. Però il 50mm non presenta nessuna aberrazione cromatica laterale che, invece, continuo a vedere nel 35mm nonostante l’elemento asferico. Per il resto la resa è davvero molto simile, a parte le ovvie differenze legate alle differenze lunghezze focali e, con entrambi gli obiettivi, è facile vedere subito, senza cercare il pelo nell’uovo, una maggiore nitidezza rispetto allo zoom standard. 
La nitidezza al centro è davvero buona, ma i bordi a tutta apertura sono modesti anche se possiamo dire che l’obiettivo è globalmente molto equilibrato già ad F2.8. Una caratteristica in comune col vecchio 50mm AF è il basso contrasto a TA, oggi facilmente recuperabile in postproduzione ma che, quando stampavo il BN, mi costringeva ad adoperare carta più contrastata rispetto alle foto scattate con gli altri obiettivi.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/NIKON_35DX/nikon35dx.htm</link>
<pubDate>Fri, 06 Mar 2015 09:16:32 GMT</pubDate>
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<title>TEST: NIKON D810 SUL CAMPO VS D800</title>
<description>La Nikon D810 fonde i due modelli D800 eD800E, in effetti inutilmente in competizione, elimina del tutto il filtro &quot;low pass&quot; che era ancora presente nella D800E, aggiorna il processore Expeed 4 che risulta più veloce e con migliore qualità d&apos;immagine, e punta a ridurre i problemi di micromosso grazie ad un otturatore elettronico sulla prima tendina. Le novità non finiscono qui, ma queste sono le più significative ed influiscono direttamente sulla qualità delle immagini più che sulla comodità di utilizzo o sull’avere qualche comando in più. In mano. E&apos; la solita, vecchia Nikon D800, ben realizzata, solida e professionale. Una reflex che fa piacere tenere in mano ed utilizzare. Qualche comando è stato spostato, ma questo non cambia il giudizio generale già più che positivo. Le dimensioni ed il peso non la rendono una reflex molto comoda per chi ha le mani piccole e, come rilevato in altre fotocamere similari, è facile arrivare e superare i due chili già con lo zoom 24-70 F/2.8 che da molti - me compreso - viene considerata l&apos;ottica standard. Insomma, non è certo la reflex da tenere al collo per un&apos;intera giornata o per fare i turisti, a meno di non essere davvero molto motivati… Ciò detto, nella globalità confermiamo il giudizio positivo espresso a suo tempo per la D800.</description>
<content:encoded>La Nikon D810 fonde i due modelli D800 eD800E, in effetti inutilmente in competizione, elimina del tutto il filtro &quot;low pass&quot; che era ancora presente nella D800E, aggiorna il processore Expeed 4 che risulta più veloce e con migliore qualità d&apos;immagine, e punta a ridurre i problemi di micromosso grazie ad un otturatore elettronico sulla prima tendina. Le novità non finiscono qui, ma queste sono le più significative ed influiscono direttamente sulla qualità delle immagini più che sulla comodità di utilizzo o sull’avere qualche comando in più.

In mano. E&apos; la solita, vecchia Nikon D800, ben realizzata, solida e professionale. Una reflex che fa piacere tenere in mano ed utilizzare. Qualche comando è stato spostato, ma questo non cambia il giudizio generale già più che positivo. Le dimensioni ed il peso non la rendono una reflex molto comoda per chi ha le mani piccole e, come rilevato in altre fotocamere similari, è facile arrivare e superare i due chili già con lo zoom 24-70 F/2.8 che da molti - me compreso - viene considerata l&apos;ottica standard. Insomma, non è certo la reflex da tenere al collo per un&apos;intera giornata o per fare i turisti, a meno di non essere davvero molto motivati… Ciò detto, nella globalità confermiamo il giudizio positivo espresso a suo tempo per la D800.
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<link>http://www.nadir.it/ob-fot/NIKON_D810/nikonD810.htm</link>
<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 16:03:49 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: EPOPEA DI UN GIGANTE DELL&apos;OTTICA. ZEISS</title>
<description>Leggere la storia della Carl Zeiss è come leggere non solo una buona parte della storia della Germania, ma ripercorrere le vicende sociali, politiche, culturali ed economiche dell&apos;intera Europa. Non si tratta più di fotocamere ed obiettivi, ma di invenzioni geniali, di lotte contro il regime, di duro lavoro e caparbietà degli uomini che contribuirono al successo di una società che è ancora oggi sulla cresta dell&apos;onda e sinonimo di qualità anche se, purtroppo, è uscita dal panorama dei marchi di fotocamere (per me, avendo ormai superato il mezzo secolo d&apos;età, è impossibile non ricordare il glorioso marchio Contax quando veniva venduto insieme a Nikon, Canon, Olympus, Pentax, Minolta, etc, e spaccava il mondo degli appassionati di fotografia in interminabili discussioni sulla superiorità di questo o quel sistema).</description>
<content:encoded>Leggere la storia della Carl Zeiss è come leggere non solo una buona parte della storia della Germania, ma ripercorrere le vicende sociali, politiche, culturali ed economiche dell&apos;intera Europa. Non si tratta più di fotocamere ed obiettivi, ma di invenzioni geniali, di lotte contro il regime, di duro lavoro e caparbietà degli uomini che contribuirono al successo di una società che è ancora oggi sulla cresta dell&apos;onda e sinonimo di qualità anche se, purtroppo, è uscita dal panorama dei marchi di fotocamere (per me, avendo ormai superato il mezzo secolo d&apos;età, è impossibile non ricordare il glorioso marchio Contax quando veniva venduto insieme a Nikon, Canon, Olympus, Pentax, Minolta, etc, e spaccava il mondo degli appassionati di fotografia in interminabili discussioni sulla superiorità di questo o quel sistema).
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<link>http://www.nadir.it/libri/GHISETTI_ZEISS/zeiss.htm</link>
<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 10:37:06 GMT</pubDate>
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<title>LIBRI: DAIDO MORIYAMA &quot;VISIONI DEL MONDO&quot;</title>
<description>Ci sono Autori per i quali ogni singola foto è un racconto completo, ce ne sono altri per i quali le singole foto viste da sole, possono lasciare indifferenti o addirittura non piacere ma diventare interessanti ed un “racconto globale” una volta viste tutte insieme in un libro o in una mostra. Quest’ultimo è il caso di Daido Moriyama, fotografo giapponese oggi 76enne, le cui foto di street photography vanno osservate tutte insieme od a gruppi. Un po’ come i singoli fotogrammi di un film che raramente riescono a vivere di vita propria ma, insieme, costituiscono la storia del film. Il legame di queste foto, però, scattate in periodi e luoghi diversi, è esile o inesistente e la “storia” è l’Autore stesso, non per niente il titolo del bel volume della SKIRA è “Visioni del mondo”: le visioni del fotografo senza alcuna pretesa di raccontare nulla se non il proprio viaggiare dagli anni sessanta ad oggi.</description>
<content:encoded>Ci sono Autori per i quali ogni singola foto è un racconto completo, ce ne sono altri per i quali le singole foto viste da sole, possono lasciare indifferenti o addirittura non piacere ma diventare interessanti ed un “racconto globale” una volta viste tutte insieme in un libro o in una mostra. Quest’ultimo è il caso di Daido Moriyama, fotografo giapponese oggi 76enne, le cui foto di street photography vanno osservate tutte insieme od a gruppi. Un po’ come i singoli fotogrammi di un film che raramente riescono a vivere di vita propria ma, insieme, costituiscono la storia del film. Il legame di queste foto, però, scattate in periodi e luoghi diversi, è esile o inesistente e la “storia” è l’Autore stesso, non per niente il titolo del bel volume della SKIRA è “Visioni del mondo”: le visioni del fotografo senza alcuna pretesa di raccontare nulla se non il proprio viaggiare dagli anni sessanta ad oggi.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/libri/MORIYAMA/moriyama.htm</link>
<pubDate>Tue, 02 Dec 2014 16:53:47 GMT</pubDate>
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<title>ANTEPRIMA SONY A7 II</title>
<description>Dal breve giro di prova, volutamente in notturna per mettere alla prova la stabilizzazione ottica a cinque assi, la prima, favorevole impressione è scaturita dalle piccole modifiche all’ergonomia: la nuova A7 II si impugna meglio della A7 grazie al maggiore spessore del corpo ed all’impugnatura di generose dimensioni che incorpora anche il pulsante di scatto. L’usabilità è migliorata ed il corpo sembra anche più “importante” grazie all’uso del metallo in ogni sua parte, la stessa lega della A7R. Le note davvero positive arrivano non appena si cominciano ad adoperare ottiche non dotate di stabilizzazione interna: la soglia del mosso migliora vertiginosamente e, se poco poco si godeva già di una mano ferma, si comincia a pretendere di scattare con tempi impensabili. Logicamente la soglia del mosso dipende dal fotografo, ma - qualunque sia la vostra - le cose miglioreranno di molto (Sony dichiara ben 4.5 stop in più). ￼ L’autofocus è più veloce di prima, ma all’atto pratico non è veloce come quello della A6000 anche se è questa è solo un’impressione che non è stato possibile confermare con un confronto diretto. Di sicuro i videomaker apprezzeranno le nuove prestazioni mentre un fotografo “tranquillo” (un fotografo sportivo non sceglierà certo la Sony A7 come fotocamera) noterà solo qualche incertezza in meno in condizioni di basso contrasto.</description>
<content:encoded>Dal breve giro di prova, volutamente in notturna per mettere alla prova la stabilizzazione ottica a cinque assi, la prima, favorevole impressione è scaturita dalle piccole modifiche all’ergonomia: la nuova A7 II si impugna meglio della A7 grazie al maggiore spessore del corpo ed all’impugnatura di generose dimensioni che incorpora anche il pulsante di scatto. L’usabilità è migliorata ed il corpo sembra anche più “importante” grazie all’uso del metallo in ogni sua parte, la stessa lega della A7R.
Le note davvero positive arrivano non appena si cominciano ad adoperare ottiche non dotate di stabilizzazione interna: la soglia del mosso migliora vertiginosamente e, se poco poco si godeva già di una mano ferma, si comincia a pretendere di scattare con tempi impensabili. Logicamente la soglia del mosso dipende dal fotografo, ma - qualunque sia la vostra - le cose miglioreranno di molto (Sony dichiara ben 4.5 stop in più).
￼
L’autofocus è più veloce di prima, ma all’atto pratico non è veloce come quello della A6000 anche se è questa è solo un’impressione che non è stato possibile confermare con un confronto diretto. Di sicuro i videomaker apprezzeranno le nuove prestazioni mentre un fotografo “tranquillo” (un fotografo sportivo non sceglierà certo la Sony A7 come fotocamera) noterà solo qualche incertezza in meno in condizioni di basso contrasto.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/SONY_A7II/sonyA7II.htm</link>
<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 10:37:08 GMT</pubDate>
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<item>
<title>TEST: TAMRON 28-75 IN GIAPPONE</title>
<description>Pochi mesi fa, alla ricerca di un piccolo e leggero zoom tuttofare in alternativa all&apos;ottimo ma grande e pesante Zeiss 24-70 F/2.8 per la mia Sony A99, comprai lo zoom Minolta 24-105 F/3.5-4.5. Dal test pubblicato a suo tempo su Nadir si può evincere come il piccolo zoom Minolta se la cavi benissimo nonostante gli anni, offra una buona qualità e, soprattutto, risponda all&apos;esigenza di essere uno zoom adatto alla maggior parte delle situazioni vista l&apos;ampia ma non esagerata escursione focale. Poco male per la luminosità non elevatissima grazie alla buona resa alle alte sensibilità della maggior parte delle fotocamere odierne ed i pochi difetti vengono ampiamente compensati dalle ridotte dimensioni e dall&apos;estrema leggerezza. Il Minolta 24-105 superava bene qualsiasi test sul campo ma, come avevo scritto nell&apos;articolo, ha una resa un po&apos; anomala anche confrontato alle altre ottiche Minolta AF, vale a dire che è meno plastico e tridimensionale ma più saturo e contrastato (dalla resa leggermente piatta che si avvicina più ad una &quot;resa Nikon&quot; che ad una &quot;resa Zeiss&quot;). Per questo motivo - e solo per questo - dopo qualche mese me lo sono rivenduto ritrovandomi col problema di rendere un po&apos; più leggera la A99 nelle uscite disimpegnate. Nell&apos;articolo del 24-105 scrissi anche come altri zoom, più luminosi ma di minore escursione focale come il Tamron 28-75 oggetto di un altro test su Nadir (dove trovate anche maggiori informazioni che trovo inutile ripetere), siano a mio avviso poco utili proprio a causa della ridotta escursione focale e possano costringere a portare con sé un&apos;altra ottica tornando al problema iniziale. Fatto sta che, in occasione di un viaggio in Giappone, stanco di portare con me il 24-70 Zeiss anche alle cene con gli amici, sono entrato in uno dei loro più famosi negozi di fotografia ed ho comprato il Tamron 28-75 della cui resa, provata già dal nostro Agostino Maiello, ero più che certo. Prima che me lo chiediate, i prezzi del nuovo in Giappone sono molto simili ai nostri, giusto un filino più bassi a causa della diversa tassazione, senz&apos;altro non convenienti per chi recupera l&apos;IVA e per la mancanza della garanzia internazionale. Tutto sommato è facile trovare prezzi simili o su internet godendo di 5 anni di garanzia.</description>
<content:encoded>Pochi mesi fa, alla ricerca di un piccolo e leggero zoom tuttofare in alternativa all&apos;ottimo ma grande e pesante Zeiss 24-70 F/2.8 per la mia Sony A99, comprai lo zoom Minolta 24-105 F/3.5-4.5. Dal test pubblicato a suo tempo su Nadir si può evincere come il piccolo zoom Minolta se la cavi benissimo nonostante gli anni, offra una buona qualità e, soprattutto, risponda all&apos;esigenza di essere uno zoom adatto alla maggior parte delle situazioni vista l&apos;ampia ma non esagerata escursione focale. Poco male per la luminosità non elevatissima grazie alla buona resa alle alte sensibilità della maggior parte delle fotocamere odierne ed i pochi difetti vengono ampiamente compensati dalle ridotte dimensioni e dall&apos;estrema leggerezza. Il Minolta 24-105 superava bene qualsiasi test sul campo ma, come avevo scritto nell&apos;articolo, ha una resa un po&apos; anomala anche confrontato alle altre ottiche Minolta AF, vale a dire che è meno plastico e tridimensionale ma più saturo e contrastato (dalla resa leggermente piatta che si avvicina più ad una &quot;resa Nikon&quot; che ad una &quot;resa Zeiss&quot;). Per questo motivo - e solo per questo - dopo qualche mese me lo sono rivenduto ritrovandomi col problema di rendere un po&apos; più leggera la A99 nelle uscite disimpegnate. Nell&apos;articolo del 24-105 scrissi anche come altri zoom, più luminosi ma di minore escursione focale come il Tamron 28-75 oggetto di un altro test su Nadir (dove trovate anche maggiori informazioni che trovo inutile ripetere), siano a mio avviso poco utili proprio a causa della ridotta escursione focale e possano costringere a portare con sé un&apos;altra ottica tornando al problema iniziale.
Fatto sta che, in occasione di un viaggio in Giappone, stanco di portare con me il 24-70 Zeiss anche alle cene con gli amici, sono entrato in uno dei loro più famosi negozi di fotografia ed ho comprato il Tamron 28-75 della cui resa, provata già dal nostro Agostino Maiello, ero più che certo. Prima che me lo chiediate, i prezzi del nuovo in Giappone sono molto simili ai nostri, giusto un filino più bassi a causa della diversa tassazione, senz&apos;altro non convenienti per chi recupera l&apos;IVA e per la mancanza della garanzia internazionale. Tutto sommato è facile trovare prezzi simili o su internet godendo di 5 anni di garanzia.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/TAMRON_28-75RG/tamron28-75.htm</link>
<pubDate>Sat, 29 Nov 2014 15:58:05 GMT</pubDate>
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<title>FUJI X-M1  Prova sul campo</title>
<description>La X-M1 e la X-A1 sono in sostanza identiche, con appunto l’unica differenza del sensore X-Trans (nella A1 c’è invece un sensore “Bayer”, tradizionale) e del processore d’immagine (che è di prima generazione nella A1, e di seconda generazione nella M1); questo spiega perché la A1 è leggermente più economica. Al momento in cui scriviamo, una veloce ricerca online ci dà la X-M1 come reperibile intorno ai 350 Euro solo corpo, e poco sopra i 400 Euro se abbinata allo zoom di serie 16-50 f/3.5-5.6. Naturalmente è bene essere consapevoli che si tratta di una macchina presentata nell’estate del 2013 e quindi è presumibile che verrà rimpiazzata a breve; il che vuol dire, per tutti quelli che non corrono dietro sempre all’ultima novità, che oggi potrebbe essere un ottimo acquisto, ai prezzi attuali, se si sta cercando qualcosa del genere.</description>
<content:encoded>La X-M1 e la X-A1 sono in sostanza identiche, con appunto l’unica differenza del sensore X-Trans (nella A1 c’è invece un sensore “Bayer”, tradizionale) e del processore d’immagine (che è di prima generazione nella A1, e di seconda generazione nella M1); questo spiega perché la A1 è leggermente più economica. Al momento in cui scriviamo, una veloce ricerca online ci dà la X-M1 come reperibile intorno ai 350 Euro solo corpo, e poco sopra i 400 Euro se abbinata allo zoom di serie 16-50 f/3.5-5.6. Naturalmente è bene essere consapevoli che si tratta di una macchina presentata nell’estate del 2013 e quindi è presumibile che verrà rimpiazzata a breve; il che vuol dire, per tutti quelli che non corrono dietro sempre all’ultima novità, che oggi potrebbe essere un ottimo acquisto, ai prezzi attuali, se si sta cercando qualcosa del genere.</content:encoded>
<link>http://www.nadir.it/ob-fot/FUJI_XM1/fuji-xm1.htm</link>
<pubDate>Sun, 12 Oct 2014 08:54:53 GMT</pubDate>
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