| "Lei potrebbe fornirci diapositive in formato 6x6?" mi chiese l'editore.
"Non c'è problema" risposi io, pensando tra me e me "cavoli, che problema!"
Ero giovane, allora, e anche se già collaboravo con editori e riviste, utilizzavo esclusivamente il piccolo formato.
In realtà il medio formato era stato il mio primo amore: quando avevo 17 anni mia madre mi regalò una Lubitel 2, e fu con quella macchina che io imparai a fotografare sul serio. Poi ero passato alla Contax, e la vecchia Lubitel era finita nella casa di montagna come macchina di emergenza.
L'idea di acquistare un corredo di medio formato non rientrava ancora tra i miei progetti immediati, anche perché con un bambino piccolo e il mutuo della casa da pagare non è che uno possa affrontare a cuor leggero un investimento del genere.
Ne parlai con Attilio Boccazzi-Varotto, scrittore e fotografo di montagna, una delle tante persone che mi avevano accompagnato quando muovevo i primi passi lungo la strada della fotografia.
"Che cosa devo fare?" gli chiesi, sinceramente disorientato. Fu lui che mi parlò per primo del sistema Pentacon, soprattutto magnificando la qualità delle ottiche, a suo dire migliori di quelle giapponesi e paragonabili agli obiettivi Zeiss per Hasselblad. Mi convinse: il mio primo acquisto fu una Pentacon Six corredata con obiettivo normale, a cui aggiunsi subito l'obiettivo da 500 millimetri (l'editore voleva foto di animali). Le prime esperienze di trasporto in alta montagna della Pentacon e soprattutto del 500 millimetri furono tutto sommato positive. Il peso era notevole ma avevo trovato il sistema di assicurare il "tubo da stufa" alla parte superiore dello zaino, in modo che gravasse sulle spalle e non sul tratto lombare della colonna.
A questo corredo minimo si aggiunsero presto altri pezzi, ed oggi posso dire di avere praticamente tutto quello che serve, tranne l'obiettivo grandangolare da 65 mm, fuori produzione da tempo (ma ho un ottimo Flektogon 50). Il tutto ottenuto con una spesa non superiore a quella richiesta da un corredo amatoriale di livello medio-basso.
Il test più severo costituito proprio dagli editori e dalle agenzie con cui collaboravo fu superato a pieni voti: nessuno batté ciglio di fronte alle immagini, e neppure quando dichiarai apertamente con quale macchina le avevo ottenute. Il mio corredo funzionava alla grande e io non avevo nessuna ragione per cambiarlo, rivolgendomi a qualcosa di più prestigioso.
Purtroppo la Pentacon soffre di un meccanismo di trascinamento pellicola leggermente sottodimensionato, e l'uso intenso al quale io sottopongo le mie macchine ebbe presto ragione di parti meccaniche non troppo robuste. Le riparazioni diventavano sempre più frequenti, fino a rendere necessario l'acquisto di un secondo corpo macchina.
Fu così che conobbi la Kiev 60, venduta dai russi del "Balon" (il mercatino delle pulci di Torino) a un prezzo davvero ridicolo, se si pensa che con meno di trecentomila lire è possibile portarsi a casa un corpo macchina, un ottimo obiettivo Volna da 80 mm, due filtri per il bianco e nero, una staffina portaflash, un mirino a pozzetto e un pentaprisma esposimetro corredato di pila. Il tutto in una spartana ma spessa borsa in vero cuoio. Il libretto di istruzioni (in russo, ovviamente, ma non è difficile farselo tradurre) è esauriente e completo. Poiché la Kiev è una macchina in dotazione all'esercito, l'utente deve essere in grado di intervenire su eventuali piccoli problemi anche nel bel mezzo della taiga siberiana, quando il riparatore più vicino è a duemila chilometri. Con l'aiuto di un coltellino Opinel e del manuale di istruzioni io riparai il meccanismo di trasmissione del diaframma, in un rifugio alpino a 2300 metri di quota. Il che, se non altro, permise di continuare a lavorare comodamente. E non è poco.
La Kiev 60 accetta le ottiche Pentacon ed è con queste che io la uso, anche se recentemente ho aggiunto al corredo Zeiss Jena un fish-eye Arsat da 30 mm del quale sono molto soddisfatto.
Il pentaprisma esposimetro è preciso ed è più facile da usare di quello della Pentacon: due led luminosi sostituiscono validamente l'ago del galvanometro. Inoltre lo spegnimento automatico dopo 30 secondi di utilizzazione consente un notevole risparmio di energia, soprattutto quando l'utilizzatore è distratto come me e dimentica di spegnere il circuito esposimetrico dopo ogni scatto.
La Kiev è più grossa e pesante della Pentacon e il suo aspetto è più squadrato. Tuttavia alcuni particolari costruttivi denunciano una maggiore attenzione: il sistema di apertura del dorso è più curato, come anche il meccanismo di sospensione dei rocchetti portapellicola. L'utile staffina portaflash, che si avvita sul davanti della macchina, permette di sistemare un piccolo flash in posizione frontale, anche se non coassiale con l'obiettivo (il che minimizza l'effetto occhi rossi).
Lo specchio non ha il ritorno istantaneo e si abbassa soltanto quando l'otturatore viene armato. Ma questo limite è comune anche ad altre reflex di medio formato.
La leva di carica va azionata con un unico movimento: se si tenta di effettuare l'operazione mediante piccoli movimenti addizionali si causa l'accavallamento dei fotogrammi e si facilita il precoce logorio del meccanismo di trascinamento.
Un limite che a volte si fa sentire è il tempo di sincronizzazione un po' troppo lento: con 1/30 di secondo non ci sono problemi se si fotografa nell'oscurità, ma il fill-in diurno rischia di diventare una faccenda complicata, soprattutto se il soggetto si muove: in questo caso si ottengono doppie immagini e la foto è da buttare.
Un altro difetto è costituito da una rumorosità accentuata. È vero che muovere uno specchio 6x6 non è cosa facile (vi rendete conto che potreste farvici la barba?), ma il "tla-tlac!" che ne deriva rende problematico fotografare un concertista durante un assolo di violino. Per fortuna non è il mio campo. In un primo tempo temevo che gli animali potessero essere disturbati dal rumore, ma ho constatato sul campo che non gliene potrebbe fregare di meno, per cui, di che mi preoccupo?
L'otturatore mi sembra molto preciso, soprattutto nei tempi più comunemente utilizzati: non ho mai avuto modo di effettuare dei test specifici, ma le fotografie risultano correttamente esposte e mi sembra che sia questo l'importante.
Insomma, la Kiev 60 è una macchina da adoperare, conoscendone bene pregi e limiti e chiedendole senza risparmio tutto quello che può dare. Uno strumento di lavoro, robusto e senza troppi fronzoli, semplice da riparare e da capire; un sistema di ripresa che all'alba del 6 gennaio, con 25 gradi sotto zero, mi ha permesso di fotografare i camosci senza bloccarsi, senza crearmi problemi, a una temperatura che avrebbe messo in crisi molte reflex superelettroniche di piccolo formato.
Michele Vacchiano 4/2000
|