COME VA QUEST'OBIETTIVO?

Diciamocelo. Finché lo chiedono i principianti va bene. Allora gli spieghi che tutto dipende da quello che vuoi fare, che se fotografi il pargoletto sulla spiaggia (e fai stampare in 23 minuti al supermercato) anche il Super-Tubar 28-800 f/4,5-11 si comporta da dio, che se invece vuoi fare una mostra non puoi pretendere che centomila lire di vetro ti possano procurare la fama di Edward Weston. Sono cose che i principianti non sanno e che è giusto spiegare. Con pazienza, umiltà e senza quel tono paternalistico che spesso solletica l'aristocratica alterigia di chi insegna e fa sentire di merda chi impara.

Ma quando sono i professionisti a fare queste domandine da neofiti appena iscritti a un newsgroup di fotografia, allora ci si chiede che cos'abbiano imparato in tutti questi anni di onorata professione.

Intendiamoci: nessuno contesta la validità dei confronti o dei test MTF, ci mancherebbe, né si pretende di negare ad alcuno il diritto all'informazione sui prodotti: è soprattutto il professionista a doversi informare sulla qualità dei propri strumenti di lavoro. Tuttavia i confronti, le indagini e le prove sul campo vanno fatte con uno spirito diverso.

Nel campo amatoriale è perfettamente lecito interrogarsi sulla qualità delle ottiche: la scelta è vastissima e i modelli sono fortemente diversificati tra loro. Questo dipende dal fatto che il mercato si rivolge a un "target" di utenza estremamente sfaccettato: c'è il principiante che scatta trentasei foto all'anno e se ne frega della qualità, basta che si veda la fidanzata in bikini; c'è il fotografo sportivo che di scatti ne fa diecimila e pretende risultati affidabili e costanti. Al primo il mercato propone le reflex "entry-level" dotate di zoom tuttofare; al secondo la Nikon F5 con il 300 mm superluminoso. La differenza si misura in decine di milioni.

Nel campo professionale le cose vanno in modo diverso e domande del tipo "meglio Canon o Nikon" sono prive di senso (a parte il fatto che sono sempre prive di senso). Quando si parla di formati superiori al 24x36 non è produttivo chiedersi se la macchina o l'obiettivo X siano "migliori" della macchina o dell'obiettivo Y (migliori in che senso? e secondo quali parametri?). Bisogna invece chiedersi quale obiettivo riesca a soddisfare meglio le particolari esigenze di ripresa che in quel momento si stanno affrontando.

Nel settore professionale il mercato giapponese e quello europeo occidentale (le macchine russe o cinesi meriterebbero un discorso a parte) propongono strumenti di lavoro destinati a soddisfare le esigenze di chi con la fotografia ci lavora e ha l'obbligo di presentare al cliente una stampa che gli standard correnti permettano di definire accettabile. Stabilito questo, si potrà disquisire fino all'esaurimento di potere risolvente versus microcontrasto, di ariosità o plasticità, di resa dello sfocato o di colori taglienti, di scuola giapponese e di scuola tedesca: saranno soltanto chiacchiere con cui riempire una serata in pizzeria, ma che non cambiano di una virgola il fatto incontrovertibile che gli sposi vogliono vedere un bell'album pieno di belle immagini, dove si distingua con chiarezza anche lo zio Ernesto in secondo piano, e non gliene frega un accidente che voi abbiate adoperato una Hasselblad piuttosto che una Zenza Bronica.

Questo significa che gli obiettivi professionali sono tutti uguali? Tutt'altro: le differenze ci sono e sono anche notevoli. Ma sono differenze fra strumenti concepiti per soddisfare esigenze specialistiche. Le ottiche giapponesi sono a volte meno "plastiche" di quelle tedesche? Vero, però sono dotate di un più elevato potere risolvente, mentre le seconde privilegiano il microcontrasto. Le ottiche X sembrano fornire colori meno brillanti delle ottiche Y? Sicuro, ma si rivelano ideali nel bianco e nero o quando si voglia ottenere un negativo morbido, come nel ritratto in studio o nella fotografia di matrimonio. Il resto lo fa il formato del negativo, che non dovendo subire un forte ingrandimento riesce a smussare quelle differenze che nel 24x36 verrebbero impietosamente messe in risalto.

Perciò ha senso chiedersi non già "come va quest'obiettivo", ma bensì "è adatto al tipo di lavoro che intendo svolgere?". A questo punto - e solo a questo punto - entrano in campo i confronti, i test MTF e le prove sul campo.

L'unica cosa a cui prestare davvero attenzione - e questo vale soprattutto per il grande formato - è l'età degli obiettivi. Non soltanto perché obiettivi troppo vecchi potrebbero essere troppo usati (e magari rigati o in qualche modo difettosi), ma anche e soprattutto per via del trattamento antiriflessi multistrato, che nelle ottiche più anziane (ad esempio in quelle degli anni Sessanta) non è sempre presente. Il trattamento antiriflessi non serve tanto ad evitare immagini fantasma quando si fotografa controluce (anzi, per questo serve a poco), quanto a migliorare la percentuale di luce trasmessa (cioè rifratta) diminuendo la quantità di luce riflessa, e pertanto inutilizzabile (anzi dannosa). Certi vecchi obiettivi per il medio e grande formato che ancora si trovano in commercio (per intenderci, quelli con la montatura cromata) sono estremamente economici, è vero, ma presentano forti limitazioni per quanto riguarda la versatilità di utilizzo: il loro trattamento antiriflessi è limitato a un solo strato (e solo a partire dagli anni Cinquanta), il che di fatto rende critiche alcune condizioni di ripresa.

C'è poi un settore emergente a cui il mercato ufficiale non presta - a mio avviso - sufficiente attenzione ma che mi sembra in costante crescita. Si tratta di quei fotoamatori "evoluti" (un'espressione che non mi piace, ma è giusto per capirci), che a torto o a ragione si dichiarano ormai insoddisfatti dal piccolo formato e che desiderano fare "il grande passo". Convinti - a ragione - che il negativo più grande possa garantire una migliore leggibilità e stampabilità dell'immagine, si rivolgono - a torto - a un mercato parallelo e più o meno sommerso che promette di conseguire risultati "professionali" a fronte di una spesa modesta. Purtroppo, il più delle volte, questa scelta si trasforma in una fonte di cocenti delusioni. Ci si convince che tutto sommato i formati superiori non sono quel granché che tutti dicono e si ritorna mesti alla reflex.

Che cosa non ha funzionato? Certamente non il formato: a parità di qualità ottica, un negativo più grande è incontrovertibilmente più nitido, definito, inciso e ricco di un negativo più piccolo.

Ma ecco la chiave di tutto: la frase "a parità di qualità ottica"! Le macchine di medio formato o gli obiettivi di grande formato che si trovano sulle bancarelle del Balon o del Marché aux puces risalgono di solito agli anni Cinquanta e Sessanta, quando non al periodo tra le due guerre. E' vero che Lartigue e Cartier-Bresson, piuttosto che Weegee o Ansel Adams, lavoravano in quegli anni e con quegli strumenti, ma oggi la gente è abituata a un'altra qualità di immagine: soprattutto vuole il colore e lo vuole brillante e inciso, come ben sanno i produttori di pellicole che fanno a gara per "rendere più bella la realtà" (ricordate Kodachrome di Simon & Garfunkel?). Chi acquista una macchina vecchia di trent'anni (ma ci metto anche le ottiche russe) deve rendersi conto che ci si potrà divertire, che otterrà magari delle gradevoli stampe in bianco e nero, ma che non potrà avere i colori e l'incisività che caratterizzano gli obiettivi moderni.

Insomma, non bisogna confondere il collezionismo fotografico con la pratica fotografica, o peggio con la professione: se al mercatino antiquario compro una macchina del 1898, equipaggiata con un Rapid Rectilinear o con un obiettivo di Petzval, potrò metterla in un angolo della sala, potrò anche divertirmi a impressionare un paio di lastre per vedere come funziona, ma non pretenderò mai di esporre le foto in una mostra o di pubblicarle su una rivista (se non per illustrare la resa degli obiettivi ottocenteschi). Nessun collezionista serio utilizza una macchina d'epoca se non per curiosità, e la pretesa di "introdursi" al medio o al grande formato grazie a uno strumento ormai obsoleto non può che rivelarsi deleteria. Sarebbe come imparare a guidare su una Daimler-Benz: è divertente, ma le auto moderne offrono prestazioni diverse e quando vi sederete sulla Punto dovrete reimparare tutto daccapo.

Insomma, il collezionista deve fare il collezionista e il fotografo deve fare il fotografo. Il revival delle macchine d'epoca e il loro riciclaggio come "entry-level" per i formati professionali non portano da nessuna parte e si traducono per lo più in uno sperpero di denaro. Conosco personalmente fotografi (non solo dilettanti) che ancora disquisiscono - prendendosi sul serio - sulla bontà del Goerz Dagor rispetto al Kodak Ektar, obiettivi gloriosi, per carità, ma che il Super-Tubar citato all'inizio si mangia tranquillamente in insalata.

Ho nominato prima le ottiche russe e so che qualcuno se ne avrà a male. Esiste tutta una scuola (soprattutto di fotoamatori già un po' attempati) convinta della superiorità ottica e meccanica dei prodotti sovietici. Loro dicono ancora "sovietici" perché, bisogna ammetterlo, quando ci si trovava al circolo di quartiere il senso di appartenenza si respirava con l'aria e tutto ciò che veniva da lassù era migliore: dalle macchine fotografiche ai trattori, dall'acciaio al caviale, che nessuno poteva permettersi ma che si citava volentieri. Altri tempi.

Purtroppo la realtà se ne frega delle nostalgie, e la realtà è che in genere l'industria ottica sovietica (pardon, russa, ma anche ucraina) è legata a schemi e progetti ormai superati. Per carità, le fotografie saranno anche belle, ma appena le si confronta con un'immagine realizzata da un obiettivo di qualità progettato in Giappone o in Europa (a parte il Super-Tubar) la differenza si vede (fatte salve rarissime, quasi uniche, eccezioni). Avevo un amico tenacemente fedele alla sua reflex "made in USSR" e alle sue ottiche originali, acquistate ai tempi di Gorbaciov durante un viaggio a Mosca. Rimase convinto della superiorità del sistema finché non fu costretto a fotografare, per lavoro, un foglio di giornale. Per farlo, adoperò un obiettivo da 35 mm. Il negativo che ne risultò era di fatto inutilizzabile a causa della distorsione, che incurvava le righe della stampa prossime al bordo. La nitidezza era senz'altro buona in centro, ma a mano a mano che ci si allontanava verso le aree esterne calava paurosamente, fino a rendere disagevole la lettura del testo stampato. E' vero che la fotografia ravvicinata è una prova severa per qualunque obiettivo, ma è anche vero che prestazioni così scadenti non sarebbero ammesse in uno strumento destinato al mercato europeo.

Insomma, ognuno può fotografare come meglio crede, ma quando il cliente protesta perché i colori del suo matrimonio sono slavati come in un giorno di pioggia, glielo spiegate voi che avete usato una "gloriosa" Mamiya del sessantasette?

Michele Vacchiano © 10/2000
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