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FOTO-MERCATO:
MERITATO RICONOSCIMENTO O LUOGO DI PERDIZIONE?
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Una riflessione a caldo, subito dopo la chiusura della Fiera di Basilea, dati significativi alla mano.
Con qualche doverosa perplessità.
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ART BASEL 37, la più importante fiera di arte contemporanea (quella che fa il bello e il cattivo tempo in fatto di quotazioni, per intenderci), si è conclusa lo scorso 18 giugno.
L'occasione è buona per provare a tirare qualche somma.
Perché sembra proprio che nell'indistinto e arduo concetto
odierno di Arte non sia rimasto che questo imperioso e
venale parametro di giudizio. Non più l'abilità tecnica, non
più la finezza di esecuzione, il valore dell'Intuizione o un
viscerale - nonché inevitabilmente soggettivo - godimento
estetico.
No. Oggi è il Mercato che si impone sull'arte. Non più
viceversa.
E allora parliamone, di questo Mercato. Poco, prometto. Quel
tanto che basta a controllare il polso della situazione
relativamente alla Fotografia, che, smesso il suo liso grembiule da servizievole Ancella
dell'Arte (quella con la "A" maiuscola, appunto, a cui da
sempre è stata contrapposta), mai come adesso
sembra aver accumulato un cospicuo mazzetto di Carte in
Regola per entrare nell'intoccabile torre d'avorio dell'Arte
contemporanea, a testa alta.
I sintomi sono a dir poco lampanti. La diagnosi, scontata.
Primo sintomo: 639%. E' la percentuale di incremento delle
quotazioni in ambito di collezionismo fotografico registrata
in cinque anni (dal '97 al 2002).
Secondo sintomo: un Tempio Sacro dell'arte mondiale come il Metropolitan Museum di New York che acquista le 85mila
immagini fotografiche della Collezione Gilman (con relativa,
inevitabile impennata delle quotazioni).
Terzo sintomo: 2,4 milioni di euro. E' la cifra record,
raggiunta lo scorso febbraio in un'asta dell'americana Sotheby's, a cui è stata acquistata una stampa fotografica
del 1904 di Edward Steichen: The pond, moonlight.
Quarto, e più recente, sintomo: praticamente tutte tra le quasi 300 gallerie d'arte presenti ad ART BASEL 37 annoveravano, nella loro "scuderia", almeno un artista dedito al linguaggio fotografico. E le quotazioni non erano propriamente da mercatino. Per portarsi a casa una delle "stanze allagate" del fotografo americano Casebere (Monticello n.1, cm 229x178), per fare un esempio tra un
milione, ci volevano 35mila euro. 45mila, se si
preferiva Maghreb. E che dire di Thomas Struth? 150mila
euro per Duomo di Firenze (cm 179x236).
Son cifre che parlano - anzi, urlano - da sole.
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Sembra proprio che l'intrinseco dissidio di un'arte riproducibile per antonomasia come la Fotografia sia acqua passata. Il concetto di "dissolvenza dell'aura", teorizzato da Walter Benjamin nel suo saggio L'opera d'arte nell'epoca della
sua riproducibilità tecnica, poneva il problema del
"pezzo unico", dell'Originale, sul quale i nuovi
collezionisti pare abbiano pensato bene di chiudere un
occhio.
Con il termine di "aura" si intendeva quel valore aggiunto e "cultuale" (di culto) dato dall'hic et
nunc, il qui e ora di un'opera, considerata nella sua
unicità. Valore aggiunto che, ovviamente, trovava un
lauto riscontro in denaro. Per fare un esempio: comprare
un quadro di un qualsiasi famoso pittore significava non
tanto acquistare una tela con del colore sopra: con esso
si acquistava soprattutto quella soffusa atmosfera che
gli aleggiava intorno, data dalla consapevolezza che
quelle pennellate erano state stese dalla mano del
pittore stesso, e che quell'unica copia originale era
lì, davanti a noi, in quel momento, e in nessun altro
luogo. Unica, appunto. E, in forza di questo, preziosa.
Era questo il meccanismo che, fino a poco tempo fa,
dominava, praticamente da solo, i movimenti del
collezionismo d'arte.
Inevitabile, quindi, l'ascesa stentata della Fotografia:
un'arte in cui il concetto di "aura" si dissolve
inevitabilmente nell'ambito delle infinite possibilità
di riproduzione. Con l'avvento del digitale, poi, non ne
parliamo: se ogni singola stampa può fregiarsi del
titolo di "Originale", è un pò come dire che nessuna, in
realtà, lo è davvero (riflessione che sarebbe un invito
a nozze per il Pirandello di Uno, nessuno e centomila).
Sembrava quasi scontato l'atteggiamento snob dei
collezionisti nei confronti della Fotografia (eccezion
fatta per le stampe d'epoca in numero limitato, di cui
non sia più presente il negativo: è il caso della foto
di Steichen di cui sopra).
Una passata di spugna e via, ci se ne fa una ragione. E'
così che il collezionismo fotografico ha preso il volo,
soprassedendo su questi e altri paradossi (e aiutato
anche dall'ascesa proibitiva dei prezzi dell'arte
contemporanea "in senso stretto", che ha spinto un gran
numero di investitori a ripiegare sull'astro nascente -
e ben più abbordabile - della Fotografia).
Insomma, qualsiasi siano i motivi di questa nuova
tendenza, tant'è: la Fotografia è entrata nell'Olimpo
dell'Arte contemporanea, e dopo qualche ingresso quasi
furtivo dal retro, ora incede baldanzosa sulla soglia
della porta principale.
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Tutto questo è un bene per la Fotografia? o
no?
Di indubbio c'è solo questo: mai come adesso le parole Arte e Business sono prossime a diventare sinonimi.
Si rischia di arrivare a misurare la Creatività a colpi
di assegni staccati. Si rischia di vederla sommersa,
concupita, adulata irrimediabilmente da quella valanga
di carta che arriva con troppa, troppa facilità.
Che l'Arte sia un concetto intrinseco all'umanità, è pericoloso darlo per scontato, di questi tempi. L'Arte, da che mondo è mondo, non ha mai reclamato lauti compensi per venir espressa. Era un parto inevitabile, molte volte sofferto e incompreso o considerato superfluo. Ma proprio per questo, fondamentalmente sincero.
Ora invece reclama riconoscimenti, posti d'onore,
quotazioni esorbitanti, tappeti rossi da star bizzosa.
L'Arte si fa sempre più presuntuosa, insopportabilmente
supponente e ruffiana.
Dovremmo quindi gioire dell'entrata della Fotografia in questo Regno Dorato? O stare un po' in pena, come un genitore in ansia per le nefaste influenze delle fantomatiche "cattive compagnie"?
La sua relativa "giovinezza" (meno di 200 anni di vita sono
niente, in confronto ai millenni di pittura e scultura) era
riuscita fino ad ora a garantire una certa candida genuinità
di spirito, una sorta di purezza pre-adolescenziale, ancora
ignara dei compromessi dettati dalla contemporaneità.
Riuscirà la Fotografia a mantenere il suo sguardo autonomo e
limpido anche in questo salotto tappezzato di specchi che
rimandano incessantemente gli uni agli altri? Resisterà alla
tentazione di salire su questa giostra luccicante,
sterilmente autoreferenziale, speculativa e non di rado
abissalmente cava?
Un piccolo spunto di riflessione sul futuro della
Fotografia.
O, se non altro, buone nuove per chi sia intenzionato a
darsi al collezionismo fotografico.
Siti di riferimento:
www.artprice.com
www.artnet.com, ottimo
database con 180mila artisti contemporanei e non
(in tutti e due i casi la
consultazione delle quotazioni è però a pagamento).
Il saggio di Walter Benjamin citato nel testo è edito da
Einaudi (e contiene al suo interno anche una interessante Piccola storia della fotografia).
Serena Effe © 06/2006
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