 Stavolta
i miei venticinque lettori non troveranno le amenità cui
questa rubrica li ha abituati: niente filosofia o
disquisizioni sui massimi sistemi, niente moralismi, ma
piuttosto una modesta elegia, un inno, e al tempo stesso
consiglio e buon auspicio.
La primavera sta arrivando. Frase banale da dire alla
fine di marzo, ma non per questo meno vera, come
capita con i passaggi fondamentali della vita.
Lasciatemi allora essere banale per una volta. La
primavera sta arrivando: forse non proprio ora, mentre
sfogliate queste pagine, ma di certo a giorni o a ore, e
sarà dolce e tiepida e colorata, e gravida di sentori
profumati. La Natura rialzerà come sempre la testa, e
noi fotografi con lei: lucideremo l'attrezzatura, più
probabilmente cercheremo di rammentarne l'uso. Sogneremo
di prossimi viaggi e fughe, e di nuovi orizzonti. Io qui
celebro invece la maestosità delle piccole cose, la
grandiosità delle dimensioni minime, un mondo
alternativo in cui fuggire, che non richiede
trasferimenti onerosi, ma solo di essere considerato. È
il mondo del microcosmo, e c'è un piccolo popolo ad
abitarlo; non il drappello fiabesco di gnomi e folletti
dell'immaginario di ogni paese, ma una comunità reale,
che vive sotto i nostri occhi spesso ignari. È il popolo
della microfauna, e della flora: parlo dei piccoli
animali, degli insetti, degli invertebrati, dei piccoli
fiori. Parlo anche dei dettagli, delle trame, delle
mirabili strutture e dei disegni naturali che da vicino
guadagnano una proporzione imponente, altrimenti
invisibile ai nostri occhi, geometrie che nella
dimensione minuscola rivelano la loro straordinarietà.
Lasciatemi essere banale: il filo di perle di una
ragnatela rugiadosa, le scalettature di una pigna, le
venature di una foglia, il caos policromo delle scaglie
dell'ala di farfalla.

Al di là del tripudio di forme e colori, l'universo piccolo è un mondo compiuto, in cui vediamo svolgersi avvenimenti, concludersi drammi, accendersi passioni: chi si rincorre per amore, chi per fame; chi si approfitta degli altri, chi ne è sfruttato. Qualcuno finge, qualcuno ci casca; qualcuno muore, a volte in maniera drammatica (ma esiste un modo non drammatico di morire?). Qualcun altro nasce, ed è accudito con la stessa dedizione che ci aspetteremmo da una madre umana... A volte, persino di più. Ritroviamo in pieno dinamiche e pulsioni cui siamo avvezzi nella nostra scala dimensionale, nella nostra misura di animali "superiori" grandi e grossi, una completa gamma di istinti e di vicende riprodotta in parallelo, universo nell'universo.
Nella distanza che colmeremo fermandoci a guardare,
quando ci chineremo e per un attimo annulleremo l'abisso
che di solito ci separa dalla terra, e quindi dalla
Terra, in quell'istante riecheggerà la proporzione tra
noi e il cosmo intero, e forse ne percepiremo profondità
e spazio, e le diverse scale di grandezza. Lasciatemi
essere banale ancora una volta: a quel punto chiedersi
se noi pure, visti da lontano, non si appaia come un
brulicare di piccoli esseri stipati su un granello di
sabbia perduto nelle sfere celesti, forse non sarà
davvero una cosa originale, ma di certo la più naturale.
Abbassare lo sguardo sulla terra avrà allora lo stesso
significato di alzare gli occhi alle stelle, e potremo
coglierne la stessa solennità.
Usciamo allora, e pieghiamo il capo ad osservare, e che
quel gesto sia anche un umile inchino al rifiorire della
vita, e alla primavera del piccolo popolo: ci
accorgeremo presto di quanto saprà ricompensarci.
Vitantonio Dell'Orto © 03/2007
www.exuviaphoto.it
Pubblicato nella rubrica "L'Arzigogolo" di Oasis n°164
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