
| TRAGICO
WORKSHOP |
Prendete un fotografo naturalista, affidategli sette persone che non si sono mai incontrate prima, inserite il tutto in un ambiente di alta montagna... |
| "Quanti
sono?" All'altro capo del filo qualcuno incominciò a scartabellare dei documenti, poi - dopo un interminabile numero di scatti - si degnò di darmi risposta: "Sette. Bastano?" "Sì, bastano" risposi. Non amo i bagni di folla e so per esperienza che quanto meno numerosa è la classe tanto meglio si lavora. Dopo tutto l'importante è parlare di fotografia ricavandoci almeno le spese della trasferta. Gli amici dicono che questo mio modo di fare mi porterà sulla soglia della miseria, ma io non so che farci, sono fatto così. Comunque avevo saputo quello che mi interessava. Così due giorni dopo
carico in macchina il mio zaino sempre stracolmo, gli scarponi, i
bastoncini da trekking e parto per Valnontey. Lo so, il rifugio Vittorio
Sella è una meta forse troppo conosciuta e frequentata, ma chi si
iscrive a un workshop di fotografia della natura vuole essenzialmente
vedere gli animali e lì ne è pieno: ormai gli stambecchi
sono talmente abituati alla presenza dell'uomo che potete avvicinarli
come se fossero mucche. I maschi, perché le femmine con i piccoli
sono tutta un'altra faccenda. E poi ci sono i camosci, i gracchi alpini,
le marmotte... Se si evita la domenica non è difficile attirare
un cucciolo peloso offrendogli grissini o biscotti. Sulla carta dell'Europa la Valle d'Aosta è poco più grande di un'unghia ma le distanze sono enormi. Il fatto è che le strade sono tutte una curva. Scendere da Fenilliaz, percorrere l'autostrada da Verrès ad Aosta ovest e risalire la Valle di Cogne richiede non meno di un'ora e mezza: praticamente come arrivarci da Torino. Così per essere alle otto davanti ai cancelli del giardino alpino Paradisia devo alzarmi alle sei. Qui uscire al mattino presto è una sensazione unica. Il canto degli uccelli e il gorgoglìo della sorgente che sgorga accanto a casa sono gli unici rumori che percepisco. Alle narici giunge il profumo di un fuoco di legna: qualcuno, nel villaggio, ha già acceso il camino. Fenilliaz è un minuscolo paese di vecchie case, popolato da mucche, allevatori e qualche abitante della pianura che ha scoperto la meraviglia dell'abitare quassù. È vero, se dimentichi il latte devi farti sei chilometri di strada (o, a scelta, un'ora di sentiero) per scendere fino a Brusson, ma dalla finestra della mia camera da letto vedo le Dames de Challant e tutto l'opposto versante della valle grande, le montagne di Champorcher fino alla Rosa dei Banchi che all'alba tinge di rosa i suoi ghiacciai. È agosto, ma a quest'ora l'aria punge. In questa valle l'aria del mattino ha il sapore dell'acqua, come sulle rive di un grande lago: forse è la brezza che per tutta la notte ha spirato dalle vette, portando giù il profumo delle nevi eterne e dei ghiacciai sterminati del Monte Rosa, o forse è l'odore delle nebbie che si condensano in fondovalle, dando a chi è quassù l'impressione di vivere sulla riva di un fiordo, tanto è fitto il mare di nubi giù in basso. Quando arrivo a Valnontey
sono le otto meno dieci. Parcheggio nel solito piazzale del ristorante,
dove si fermano tutti anche se in teoria sarebbe riservato ai clienti,
e mi avvio verso Paradisia. Il giardino botanico è chiuso,
a quest'ora, ma essendo molto conosciuto è sempre un ottimo
posto per un appuntamento. Non c'è ancora nessuno: ho tempo
per guardarmi un po' intorno. La Valnontey è
come il cortile di casa: ne conosco ogni angolo, ogni taglio di luce,
riconosco il colore dei fiori e il profumo dell'aria come amici che
ritrovo sempre con gioia, per quanto a lungo ne sia rimasto lontano.
La mattina profuma di resina: la brezza di monte porta verso il villaggio
gli incanti e i sussurri della foresta. Non appena il sole avrà
riscaldato gli strati d'aria più bassi la direzione del vento
cambierà e la brezza di valle reclamerà il predominio,
disegnando candidi fiocchi di panna sullo sfondo cobalto del cielo. Sto osservando un puntino
lontano che volteggia sopra la vetta della Rocciaviva quando mi sento
chiamare: "Il dottor Vacchiano è lei?" Sono i primi ad arrivare,
marito e moglie, sulla cinquantina. Non so perché, mi ricordano
Enrico la Talpa e la moglie Cesira, i noti personaggi dei fumetti
di Lupo Alberto. Lui calza un paio di sandali, tipo birkenstock, con
la suola in cuoio. Penso che da qualche parte abbia un paio di scarponi,
che si infilerà al momento di partire, e non dico nulla. Chi
parla è la moglie. Parla in continuazione, non sta zitta un
secondo. In tre minuti netti apprendo che lei non è mai stata
in montagna, che non gliene potrebbe fregare di meno, che odia la
fotografia e che è lì soltanto per via di suo marito
il quale praticamente ce l'ha trascinata a forza. Do un'occhiata all'uomo
nella speranza di un suo intervento (qualcuno dovrebbe pur sapere
come spegnerla), ma quello rimane impassibile, come se nulla fosse.
Forse è abituato, o forse ormai è rassegnato. Comunque
la signora non sa se avrà voglia di salire fino al rifugio
per cui il gruppo dovrà considerare la possibilità di
tornare indietro a metà strada. Le spiego, con la cortesia
impostami dal ruolo che ricopro, che - se del caso - sarà lei
a tornare indietro e non certo il gruppo, composto da persone che
hanno pagato per trascorrere un'intera giornata in montagna a fotografare
sotto la guida di un esperto. Mi risponde che se è per quello
anche lei è esperta di cucito. Non capisco la battuta ma annuisco
sorridendo. Nei cinque minuti successivi
arrivano anche gli altri. Per primi due tipi atletici e aitanti, padre
e figlio di Reggio Emilia, praticamente identici se non fosse per
le rughe e il colore dei capelli. Indossano zaini mostruosi, come
se dovessero affrontare un trekking di quindici giorni attraverso
le steppe dell'Asia centrale. Poi un poliziotto di
Roma, in canottiera e pantaloncini corti. Si presenta con una stretta
di mano granitica: "Osvaldo". Non ha zaino, solo un voluminoso marsupio
contenente la macchina fotografica e i panini. Gli suggerisco discretamente
che in montagna il tempo cambia in fretta e che sarebbe stato il caso
di portare con sé un maglione e un paio di pantaloni di ricambio.
Mi risponde, con un garbato giro di parole, di farmi gli affari miei,
ché lui al freddo e al caldo è abituato. Reprimo a stento
un sogghigno sarcastico (in occasioni formali so dissimulare con abilità),
ma non posso non pensare al rischio che sta correndo. Oh, beh, io
l'ho avvertito. Il sesto partecipante
è Luciano, un giovane fotografo milanese. E' specializzato
in fotografia di cerimonia ma si è iscritto al workshop perché
gli piace la fotografia della natura. Si presenta in scarpe da tennis,
con la Zenza Bronica appesa al collo. Nel frattempo arriva l'ultima partecipante: una signora di Cuneo, giovane e decisamente affascinante, piuttosto raffinata a giudicare dagli orecchini di perle e dalle unghie accuratamente laccate. Indossa pantaloncini corti (molto corti!) e un paio di scarponi nuovi di pacca, con i calzettoni vezzosamente arrotolati sulla caviglia. Saluta con ostentata nonchalance, come una principessa di sangue reale in visita alle truppe di terra, senza neppure togliersi gli occhiali a specchio (peccato, mi sarebbe piaciuto vedere di che colore ha gli occhi). È una di quelle donne che ti parlano con il nasino rivolto all'insù. Penso fra me che potrebbe darci dei problemi (sembra la solita schizzinosa a cui non va mai bene niente) ma mi ricredo subito: no, non è esperta di fotografia ma si è fatta una mezza dozzina di quattromila sulle Alpi, senza contare un paio di trekking himalayani e un viaggetto in America latina con vetta da seimila metri inclusa nel tour. Dice di chiamarsi Diana. Pensavo che un nome simile lo avessero solo i cani da caccia e le americane. Bene, il gruppo non potrebbe essere più scompagnato, ma dopotutto è questo il bello della situazione. Fornisco due dritte sullo svolgimento della giornata e finalmente si parte. I primi cento metri di
dislivello lungo il sentiero del Lauson si fanno in silenzio: al mattino
presto quel versante è ancora in ombra, il percorso è
ripido e accidentato: due fattori che non invogliano alla conversazione.
Ci innalziamo di una trentina di metri prima che lo sguardo mi cada
sui piedi del signore cinquantenne. Dopo circa mezz'ora di
cammino propongo al gruppo di fermarsi. Forse loro non lo apprezzeranno
quanto me, ma la natura sta per rappresentare lo spettacolo che più
amo al mondo. Di fronte a noi, dietro le cime innevate dell'opposto
versante, sta per sorgere il sole. La linea d'ombra scende rapidamente
lungo il pendio alle nostre spalle e tra poco ci sorpasserà.
In quel momento vedremo il sole affacciarsi dietro la cresta di roccia
e ghiaccio e sembrerà che siano le montagne a generare quel
trionfo di luce. Dapprima un lieve lucore, poi l'orlo superiore del ghiacciaio che si accende d'argento, poi una fetta di sole che presto diviene abbagliante e inonda di sé la vallata. Il piccolo popolo che vive tra i fiori si sveglia all'improvviso e coleotteri, api, formiche e farfalle di ogni specie inondano il prato di voli e colori, mentre migliaia di cavallette innamorate iniziano ad accordare i loro strumenti. Lascio che il gruppo mi sorpassi (forse non capiscono perché li ho fermati), traccio un rapido segno di croce e apro il mio animo alla gratitudine. È il mio modo di pregare, quando sorge il sole in montagna. La luce scioglie la fatica
e invoglia alla conversazione. I due di Reggio Emilia avanzano con
determinazione, scambiandosi ogni tanto qualche battuta di incoraggiamento.
Affrontano il sentiero come se dovessero battere un record di durata,
con quei loro zaini affardellati all'inverosimile. Mi auguro che almeno
siano pieni di attrezzature fotografiche. Enrico La Talpa e la moglie
stanno litigando, proprio come nei fumetti, ma non mi soffermo ad
ascoltare di che cosa parlano. Il fotografo milanese e il poliziotto
stanno incollati alla giovane signora come le seppie all'epoca dell'accoppiamento.
Lei cammina con passo elastico e costante, altezzosa e taciturna,
con l'atteggiamento distaccato di chi è abituata al corteggiamento
e lo considera un effetto collaterale della vita, un aspetto dell'esistenza
inevitabile del quale - di conseguenza - non vale la pena curarsi.
Ritengo che se la cavi benissimo da sola e mi guardo bene dal cercare
di liberarla. Dopo un'ora e mezza di
cammino propongo la prima sosta. Stiamo procedendo più lentamente
del dovuto, soprattutto a causa della signora Cesira (ormai la chiamo
così, del resto non si è presentata) che procede a fatica.
Se solo smettesse per un istante di parlare forse troverebbe il fiato
per salire. Approfitto della fermata
per descrivere quanto abbiamo intorno. Il gruppo degli Apostoli si
erge sul ghiacciaio di Money in tutto il suo splendore, illuminato
dal parziale controluce. Indico le cime nominandole ad una ad una
e finalmente vedo spuntare le prime macchine fotografiche. Padre e
figlio appoggiano in terra gli zaini e li aprono. Adesso voglio proprio
vedere che razza di mostruosità si portano lì dentro…
Reprimo a stento un grido di sorpresa quando vedo spuntare due Nikon
Coolpix! Il poliziotto in canottiera
ha le spalle quasi ustionate. Gli offro la mia camicia di ricambio
ma ottengo un fermo rifiuto. Capisco bene le ragioni per cui fa il
duro, ma non credo che le sue vanterie da macho serviranno a renderlo
interessante agli occhi di Diana. Sicuramente serviranno a procurargli
un eritema solare. Questa sera avrà la febbre, a meno che non
muoia prima di insolazione: ha il cranio rasato e ovviamente è
senza berretto. Intanto lei, l'oggetto
del desiderio, si sfila lo zainetto con grazia felina e ne estrae
una camicetta candida. Camminando con la flessuosità di un'indossatrice
si allontana un poco dal gruppo per cambiarsi. Torna dopo un paio
di minuti e si siede su una roccia per spalmarsi di crema solare.
Si massaggia con studiata lentezza le gambe lisce e abbronzate, con
il capo reclinato e i biondi capelli ricci appena mossi dal vento.
Il giovane milanese è quasi in trance: vorrei suggerirgli almeno
di chiudere la bocca ed evitare di gemere, oltretutto non sta bene
fissare una ragazza senza nemmeno battere le ciglia. Dal canto suo
Osvaldo insiste nel suo atteggiamento da maschio ruspante: si toglie
la canottiera e inspira profondamente l'aria dei duemila metri, gonfiando
il petto villoso. Ma la bella non lo degna di uno sguardo e continua
imperterrita ad accarezzarsi le gambe. Sinceramente non capisco perché
lo faccia. Forse le piace provocare, magari ha deciso di farsi notare
(ma da chi?) o forse è semplicemente fatta così, rilassata
e spontanea. Ma a pensarci bene quest'ultima ipotesi non regge: in
realtà l'immagine della "madamin" di provincia, tanto ingenua
e candida quanto attraente, mal si adatta alla nostra amica, troppo
consapevole dei propri pregi per non farne un uso sapiente e deliberato.
Mi chiedo soltanto a chi siano destinate le sue esibizioni. Decido che la sosta è
durata abbastanza e do il segnale di partenza. Tra poco usciremo dal
bosco e affronteremo quel lungo traverso, meno accidentato ma decisamente
più assolato, che qui chiamano "la tiralunga". E' il momento
di incominciare a parlare, descrivere, raccontare, per vincere la
noia e la fatica della salita. Mi lancio in un'accurata descrizione
della geologia della valle, scomodo movimenti tettonici e glaciazioni
quaternarie, suscito un vivo interesse soprattutto in Diana (e per
simbiosi in Luciano, che le sta appiccicato come un'ostrica vibrando
all'unisono con lei). La fanciulla cammina con passo costante, come
chi è abituato alla montagna, senza mostrare il minimo segno
di affaticamento. Interviene nel mio discorso con domande intelligenti
e puntuali, ma senza sciupare una parola in più di quelle strettamente
necessarie. Io cambio spesso posizione
all'interno della fila: non voglio che qualcuno si senta trascurato,
per cui ogni tanto mi fermo ad aspettare gli ultimi (Enrico La Talpa
e sua moglie) oppure accelero il passo per tentare di rallentare i
primi. Osvaldo e i due di Reggio Emilia sembrano giocare a chi è
più duro e spesso devo fermarli con una scusa se voglio evitare
che il gruppo si disperda. Così fatico il doppio degli altri,
ma anche questo fa parte del mio ruolo. Sto camminando alla testa
del gruppo, nel tentativo di rallentare un po' gli aspiranti Rambo,
quando con la coda dell'occhio percepisco una figura che si avvicina
rapidamente. Penso che sia un escursionista che ha fretta e mi faccio
da parte per lasciarlo passare. Ma d'un tratto mi sento afferrare
il braccio: è un tocco morbido e gentile. Non so come sia riuscita
a liberarsi di Luciano, ma adesso cammina accanto a me e mi invita
ad accelerare il passo per parlarmi a quattr'occhi. Adesso Diana chiacchiera,
si confida, si informa su di me con domande sempre meno indirette.
Ma io non posso isolarmi con lei e devo prestare la stessa attenzione
a tutti. Alla fine della "tiralunga" propongo una sosta. "Ehi, hai visto come
ti ha guardato Er Puzza?" Ma mi accorgo presto
che la cosa è più difficile del previsto. Ormai la fanciulla
mi ha preso di mira e ha deciso di giocare pesante. Credo che la cosa
la diverta. Quando arriviamo in vista del rifugio la compagine del
gruppo è ormai definitivamente fissata: in testa padre e figlio,
distrutti ma non domi, che arrancano caparbiamente grondando rivoletti
di sudore; poi io e Diana, fresca come una rosa, che nel frattempo
si è tolta la camicetta rivelando una scollatissima canottiera
bianca, perfetta per mettere in risalto l'abbronzatura. Ovviamente
è senza reggiseno, ben consapevole di non averne bisogno. Non
ho modo di contrastarla: se anche cambiassi posizione all'interno
della fila lei mi seguirebbe. Continua a parlarmi con fare civettuolo,
per nulla intimidita dal mio atteggiamento prudente e decisamente
distaccato. Dietro di noi Er Puzza e Vinavil, pardon, Osvaldo e Luciano,
ormai rassegnati, e infine la coppia di ferro. Litigano in continuazione
ma evidentemente hanno trovato un loro equilibrio, visto che vivono
ancora insieme. Il rifugio Vittorio Sella
è un insieme di costruzioni raggruppate ai piedi della conca
del Lauson. Il corpo principale ospita il ristorante e le camere,
mentre la sezione invernale è rappresentata dall'originaria
casa di caccia di re Vittorio Emanuele. In anni più recenti
è stata aggiunta una terza costruzione, che funziona come bar-gelateria
nel periodo estivo. Ci accomodiamo ai tavolini di plastica, sotto
un ombrellone che ricorda Rimini piuttosto che le Alpi, e incominciamo
a riprendere fiato. Ovviamente Diana fa in modo di sedersi accanto
a me. Abbiamo impiegato quattro ore per un percorso che normalmente
io faccio in due, senza peraltro spingere troppo. Per quanto mi riguarda
sono piuttosto stanco, anche perché in questi casi uno deve
fare come i cani da pastore e correre avanti e indietro cercando di
tenere tutti uniti. "Che cosa c'è
lì dentro?" domanda Diana indicando il bar. Gli unici che sembrano
insensibili al suo fascino sono i due di Reggio Emilia, che senza
una parola aprono all'unisono i loro zaini. Ne estraggono contenitori
di ogni tipo, fra cui un gigantesco barattolone termico che da solo
deve pesare due chili. La curiosità del gruppo è alle
stelle. I due occupano l'intero tavolo con le loro cose. Alla fine
sul piccolo tavolino in plastica trionfano due bottiglioni di lambrusco,
un quarto di forma di parmigiano, mezza mortadella, due forme di pane
casereccio, mentre dal contenitore misterioso, finalmente aperto,
esce e si spande per la vallata l'effluvio inconfondibile delle lasagne
al forno. Prendere il cibo insieme
rafforza i legami all'interno del gruppo, rilassa e distende gli animi.
Persino Osvaldo depone quel suo atteggiamento da uomo d'acciaio e
si apre alla confidenza. Madama Cesira, che ormai ha deciso di rivestire
il ruolo di mamma del gruppo, lo convince finalmente ad accettare
un po' di crema solare, "Se no stanotte non dormi!" La tragedia mi piomba
addosso senza preavviso. Con aria furbetta la megera si volta verso
di me: "E anche lei, professore, mangi, ve', che ne ha bisogno, lei
e quella bella signorina lì, che dovete mangiare per tenervi
in forze!" Così ci incamminiamo
verso l'alto in ranghi ridotti: io alla testa del gruppo, sempre affiancato
da Diana, dietro Enrico La Talpa, allegro e spensierato, come trasformato
dall'inattesa e forse insperata libertà, in coda Osvaldo e
Luciano, ormai amici, che chiacchierano amabilmente di fotografia,
computer e calcio. Diana non parla ma mi
cammina accanto e ogni tanto mi guarda sorridendo. Ho bisogno di respirare
un'altra aria e attacco discorso con Enrico La Talpa. Quei suoi sandali
di cuoio sono la cosa più incredibile che io abbia mai visto
in montagna, soprattutto perché ormai ci ha fatto quasi cinque
ore di cammino senza lamentarsi. Ormai siamo giunti al
bivio. Di fronte a noi, a un'ora di salita, il Col Lauson; a destra
il Colle della Rossa. Poco più oltre, seminascosti fra le pietraie,
una ventina di stambecchi maschi brucano tranquilli l'erba rada e
stenta. Invito i miei allievi a sfoderare l'armamentario, insegno
loro come avvicinarsi senza mettere in allarme gli animali. Per fortuna
il vento spira verso di noi: possiamo avvicinarci senza essere notati,
a meno che qualcuno non si metta a gesticolare. Il gruppo impara subito
la tecnica giusta: accovacciati, silenziosi, con una coordinazione
quasi perfetta, riusciamo a circondare il branco. Da questo momento
saranno i teleobiettivi a parlare. Restiamo accanto al branco per circa tre quarti d'ora. Io mi avvicino ora all'uno ora all'altro dei miei allievi, che spesso richiedono suggerimenti e consigli. Tutti tranne Diana, che sembra poco interessata alla cosa. Resta seduta su una roccia e si guarda intorno con aria annoiata, come di fronte a uno spettacolo già troppo visto. È evidente che ce l'ha con me, non è il tipo di donna avvezza a ricevere un rifiuto: sia che facesse sul serio sia che si trattasse di un semplice gioco di seduzione, tanto per mettersi alla prova, il suo orgoglio deve esserne uscito un po' malconcio. Spero per lei che questo possa aiutarla a crescere. Sono le quattro quando do il segnale del rientro. Ci ritroviamo al bivio e sono felice nel vedere i miei allievi soddisfatti. Soprattutto sono contenti di avere imparato come avvicinare un animale selvatico oltre a diversi accorgimenti tecnici che ignoravano. Siamo ormai sulla via del ritorno quando Enrico La Talpa se ne esce con una domanda trabocchetto: "È lontano il Col Lauson?" La salita al colle è più drammatica del previsto. Il mio accompagnatore arranca incerto lungo un sentiero più stretto di quanto si aspettasse. Il ripido scivolo di ghiaia nera che stiamo tagliando obliquamente lo spaventa. Gli propongo di desistere ma lui ostinatamente rifiuta. La salita richiede quasi il doppio del tempo dovuto. Giunti alle corde fisse sono costretto ad afferrargli la mano e a guidarlo passo passo. Quello è l'ultimo ostacolo: in pochi minuti arriviamo al colle. Lo spettacolo è indubbiamente grandioso e per lui certamente inaspettato. Gli mostro le montagne e i ghiacciai della Valsavarenche, della Val di Rhêmes, della Vanoise che quel punto elevato permette di ammirare. Alle nostre spalle lo sguardo abbraccia gran parte del territorio del parco nazionale e solo i contrafforti della Punta Levionaz ci impediscono di ammirare la vetta del Gran Paradiso. È fuori di sé dall'emozione: vuole a tutti i costi una foto ricordo da mostrare ai colleghi. Io sono esausto e non chiedo altro che di tornare a casa. Iniziamo una discesa difficile e laboriosa: sono costretto a tenerlo saldamente per mano se voglio evitare che scivoli a causa delle suole di cuoio. Lui non se ne rende conto, ma ha battuto un record da Guinness dei primati: il primo uomo a salire sul Col Lauson con i sandali da mare. E - ironia della sorte! - non si tratta neppure di un alpinista! Lungo la strada del ritorno, poco prima del rifugio, incontriamo di nuovo gli stambecchi, che stanno scendendo verso valle per la sera. Enrico La Talpa vuole di nuovo fermarsi per fotografare. Lo odio. Sono stanco, sudato, ho voglia di una doccia e so che non potrò godermela se non tra quattro ore, se va bene. Ho voglia di tornare da Claudia che avrà preparato la trota ai mirtilli e la polenta gratinata sul camino, ho voglia di spogliarmi nudo e di godermi un borghesissimo programma TV prima di crollare esausto sul letto. È dalle sei di stamattina che sono in piedi e mi sono fatto non so quante migliaia di metri di dislivello andando su e giù lungo questo dannato sentiero. Vorrei mandarlo al diavolo ma non posso: sono qui per insegnare a fotografare, lui mi chiede di insegnargli a fotografare e io devo mettermi a sua disposizione, anche se ormai ho superato le dieci ore di lavoro, e non certo dietro una scrivania. Occhei, fermiamoci ancora. Lo avverto che faremo tardi ma a lui non interessa, è abituato a saltare la cena. Io no, ma questo non riveste la minima importanza. Arriviamo al rifugio
alle sette di sera. Gli altri sono già ripartiti per Valnontey.
Mi butto giù per il sentiero senza curarmi che lui mi segua
o no. Se si fracassa i piedi per colpa di quel suo cazzo di sandali
sono fatti suoi e non mi fermerò certo a soccorrerlo. Invece
ovviamente non è così, accidenti, mi sento responsabile
nei suoi confronti, per cui mi fermo, lo aspetto, gli do persino la
mano quando c'è da superare un passo un po' alto e lui non
ce la fa perché è stanco, gli venissero le vesciche
a tutte le dita dei piedi! Raggiungiamo il parcheggio
che sono le nove. Splendido: sarò a casa alle dieci e mezza
e mangerò una trota ai mirtilli praticamente putrefatta, a
meno che Claudia non me la scaraventi in faccia non appena avrò
varcato la soglia di casa. "È stato un piacere: non mi sono mai divertito tanto! Adesso ho proprio voglia di godermi una birra!" azzarda il bastardo al momento del commiato. Devo fare appello a tutto il mio addestramento da manager per non rispondergli che per quanto mi riguarda può annegarcisi, nella birra, oppure tornare a Mantova e seppellircisi per il resto della vita, perché se lo incontro in giro per il mondo gli sputo in un occhio, così gli bofonchio due frasi di circostanza, salto in macchina e parto sgommando. Mi fermo quasi inchiodando
poco oltre il ponte, davanti al chioschetto dei souvenir. Diana è
in piedi al bordo della strada, con i suoi pantaloncini bollenti,
gli occhiali da sole e il berrettino bianco ben calcato sui riccioli
biondi. Un'autostoppista che nessun maschio normale lascerebbe a piedi.
Guido verso Fenilliaz
in una specie di trance e non penso ad altro che a tornare a casa.
Sono stravolto dalla stanchezza e l'unico pensiero che mi impedisce
di addormentarmi al volante è l'abbraccio di Claudia. Le ho
telefonato da Cogne chiedendole scusa, sono in ritardo, siamo scesi
solo adesso, perdonami, farò tardi, e lei mi ha risposto non
importa, vai piano, stai attento, ti aspetto, non vedo l'ora che tu
sia qui. Il suono acuto e dissonante
del telefono cellulare mi entra nel sogno. Riesco a svegliarmi con
estrema fatica e do un'occhiata alla radiosveglia: le dieci del mattino!
Con uno sforzo sovrumano afferro il dannato aggeggio: "Pronto!"
È Laura Poggio, la direttrice del giardino alpino Paradisia: "Che cosa hai combinato ieri sera?"
Per un'ispirazione divina
i carabinieri avevano telefonato a casa di Laura, chiedendole se non
sapesse nulla di un partecipante a un workshop di fotografia che non
si faceva vivo. Conoscendomi e sapendo che di solito non disperdo
la gente in giro per i monti, lei aveva suggerito di aspettare: un'operazione
di soccorso alpino è una faccenda complessa e decisamente costosa,
e poiché lungo il sentiero del Lauson non ci sono pericoli
oggettivi, a meno che uno non se li vada a cercare, era certa che
si trattasse di un semplice ritardo. La cosa però non mi quadra. È vero che io ed Enrico La Talpa siamo scesi più tardi rispetto agli altri, ma non tanto da generare un simile allarme. Bastava fare due conti relativi ai tempi di percorrenza per capire che tutto sommato non si trattava di un ritardo significativo. Giuro che il prossimo
workshop lo organizzo nel centro di Milano, riservato a partecipanti
maschi. Senza sandali. Senza mogli o fidanzate. Anzi, meglio se seminaristi.
Se qualcuno si presenta con la moglie/fidanzata lo caccio di brutto.
E per quanto riguarda le giovani donne sole, beh, si tengano alla
larga, ché qui è roba per soli uomini. E se qualcuno
osa dire che sono maschilista, allora venga lui al posto mio, eccheccavolo! Michele Vacchiano ©
7/2001 |
|