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Ti guarda, la ragazza bruna. Ti guarda con quei suoi occhi chiari quasi nascosti dalla frangetta, l'espressione seria, un po' imbronciata, quegli orecchini sofisticati troppo grandi per il suo viso minuto. Chi è, a che cosa sta pensando, e soprattutto, è felice? Ricca non è, quegli orecchini non sono i suoi, l'hanno costretta a metterli giusto per fare la foto, e si vede benissimo che non le piacciono. Forse vorrebbe essere lontana da lì, ne sei certo, e ti verrebbe voglia di portarla via, come si aiuta una farfalla a uscire dal bozzolo. Forse te ne sarà grata, oppure volerà via senza neppure ringraziare, come fanno sempre. Ma sai che è solo un sogno. Se volessi avvicinarla non potresti: c'è un'inferriata che la separa da te, e allora ti chiedi se sia lei la prigioniera oppure tu che la osservi, impietosamente relegato al di qua dell'immagine. Irraggiungibile come un sogno d'amore, o come il mistero che sembra trasparire dai suoi occhi.
Immagini spontaneamente ironiche, di un'ironia a volte feroce, come le gambe nude di un improbabile parlamento europeo, per nulla timoroso di mostrare le proprie natiche muscolose, o come quel carro armato che campeggia - macchiato e sporco ma ben riconoscibile - dietro la parola "Festa". E che cosa ci sia da festeggiare quando vedi un carro armato è una domanda che ti ronza nel cervello anche quando ormai sei passato all'immagine successiva.
Volti che sbucano attraverso gli strappi dei manifesti, un bambino biondo e un uomo adulto, forse il suo papà, come incontri fuggevoli appena intravisti fra le lacerazioni della carta. E tutto sommato è proprio il nostro modo di vivere e di intrattenere i rapporti, sempre veloci, momentanei e superficiali attraverso gli strappi di una realtà multiforme, che appena riusciamo ad intuire ma certamente mai a capire nella sua vera essenza. E così ti chiedi chi sia quel bambino, se sia felice con il suo papà, e speri che lo strappo del manifesto non vada mai avanti, non finisca per coprire quella testolina bionda e innocente che forse sta andando a comperare una bicicletta nuova come regalo per la promozione.
E poi c'è quell'altra, quella parola "LIBERTA" a cui è scomparso l'accento, e sotto ci vedi (anzi, intuisci) l'immagine reiterata di una tizia troppo magra seduta a gambe larghe su una sedia da parrucchiere per signora, con una camicetta di lamé troppo aperta sul davanti e un paio di pantaloni troppo attillati. Una tipa sofisticata e decisamente poco attraente, a dispetto delle intenzioni del suo art director, con quei capelli tiratissimi che la rendono apparentemente calva. A me personalmente sta antipatica, e mi dà sui nervi il pensare che l'immagine sia ripetuta a fianco. Per fortuna c'è quella parola a coprirla in parte. Libertà, sì, libertà dal mondo falso, ricco e sofisticato che quella donna antipatica e certamente un po' stronza incarna. E se ne vada al diavolo lei, i suoi soldi e il suo abbigliamento da ricca mignotta senza cervello.
Ecco, vedete, non sono riuscito a scrivere una recensione da semiologo. Non sono stato capace di parlare di composizione, di qualità della stampa e di altre cose che normalmente ci si aspetta da uno che si occupa di comunicazioni visive. Ma il fatto è che queste immagini mi hanno preso, e la cosa è tanto più paradossale in quanto si tratta di codici di secondo livello, immagini di immagini, a loro volta contaminate e traslate nel significato dalle lacerazioni della carta e dalle ingiurie del tempo. Ma forse per questo ancora più reali, come la fotografia di un'immagine allo specchio. E se è vero che due segni meno fanno un segno più, allora l'immagine di un'immagine dà come risultato la realtà, una realtà che sta dentro le cose e che Valerio ha saputo tirar fuori. Una realtà profonda, quella che sta dietro - oltre che dentro - e che è forse la chiave di lettura della nostra stessa vita. Che altro non è se non quello che agli altri appare, un vecchio manifesto che - nonostante i nostri sforzi - il tempo ingiallisce e lacera, lasciando trasparire quello che c'è sotto. Come quei volti e quei musi strappati che sembrano maschere di cera lasciate a liquefarsi al sole. Inquietanti perché ci mostrano - impietose - il nostro vero esistere.
Michele Vacchiano © 9/2000
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