Delicate
conchiglie spiraliformi galleggiano in una pura e
immateriale limpidezza: nient'altro che forme, mute,
sistemate in una composizione rigorosa, così da farne
emergere l'essenza estetica, astratta. Sono immagini
come questa a catturare per prime la nostra attenzione
all'inizio del percorso espositivo: still-life impeccabilmente allestite in studio, giocate
intorno ad un solido senso per l'armonia compositiva e
ad un'attenzione estrema per gli effetti di luce,
in una sinfonia di reticoli d'ombra, opacità e
trasparenze. Una fotografia contemplativa, dunque,
statica e rarefatta per definizione, creata 'ad arte' da
un uomo che, non a caso, anche nel bel mezzo di un
conflitto o di una carestia non cesserà mai di dirsi artista.
Nato a Zurigo nel 1916, Werner Bischof, spinto
dall'ambizione - poi ridimensionata - di diventare
pittore, compie i suoi studi presso la Scuola di Arti
Applicate della sua città natale, gravitando nell'orbita
formalmente rigorosa del Bauhaus; un'impostazione,
questa, che si coglie chiaramente nei suoi lavori fino
alle soglie del 1945, anno in cui le crepe apertesi
nelle mura del mondo per lo sconquasso della Seconda
guerra mondiale si riflettono, metaforicamente, anche
sulla superficie patinata delle sue immagini, incrinando
e mettendo inesorabilmente in discussione il distacco
dalla Storia entro cui parevano esser confinate. La
sofferenza ha colmato la misura, al di là dei confini neutrali della sua Svizzera;
parla con voce troppo intensa per
non sentire il bisogno di provare a raccontarla, a
tradurla: è
allora che Bischof, spinto da questa necessità
essenzialmente umana, esce nel mondo, determinato a
guardarlo, d'ora in poi, dritto negli occhi; mosso da
una solidale etica umanitaria, si mette in viaggio verso
la Germania, la Francia, l'Olanda, per raggiungere negli
anni successivi l'Italia, la Grecia, i paesi dell'Europa
dell'Est... I semi della sua successiva
carriera di fotoreporter sono tutti come rappresi nel
piccolo rettangolo di una foto, scattata in un campo
profughi ticinese nel 1945, che ritrare un bambino
italiano intento a sfamarsi: una delle prime immagini di
una serie lunga quanto tutta la sua vita, improvvisamente
interrotta per un incidente sulla Cordigliera delle
Ande, nel 1954.
Fin dai primi scatti di questa sua nuova e definitiva
identità fotografica, dedicati alla minuziosa e
partecipe rappresentazione di un'Europa dilaniata tra
speranza e macerie, si colgono chiaramente i caratteri
che faranno di Bischof uno dei maggiori esponenti del
reportage in bianco e nero (divenuto membro dell'Agenzia
Magnum nel 1949). Dal punto di vista formale, emerge la
persistenza di un'attenzione particolare alla
composizione, retaggio ineludibile del suo nascere
fotografo da studio: il punto di vista attentamente
ponderato, l'uso insistito del controluce, la ricerca
costante sulle capacità espressive proprie dei contrasti
chiaroscurali... sono tutti elementi che contribuiscono
a far sì che quasi ogni immagine, per quanto colta al
volo e magari anche vistosamente 'pendente', trasmetta
un senso di armonia interna, un equilibrio delle parti
scandito con discrezione. Siamo in piena modalità
istantanea, certo, ma pare essere un'istantaneità più
meditata di altre,
guidata da un subitaneo istinto estetico che riesce a
manifestarsi e ad imprimere di sé l'immagine nel
brevissimo lasso di tempo di un click, senza
tuttavia smorzare eccessivamente il 'calore' e l'onesta
tensione emotiva dell'insieme.

Bischof non mira a cogliere in
flagrante il sensazionale, ma lo aspetta al varco,
pronto a sorprenderlo in quell'attimo in cui esso si
rapprende, sedimentandosi negli sguardi e nei gesti
degli esseri umani (peculiarità, questa, comune a gran
parte della cosiddetta 'fotografia umanista'). Non foto
di eventi, dunque, ma di persone. Di volti e storie
situati alla periferia dei fatti. Di singole dignità,
messe a dura prova ma non per questo affossate, non per
questo eludibili. Lo sguardo di Bischof pare dunque
rispondere a questo imperativo: raccontare, non
documentare. Ed è un racconto fortemente empatico, che
nasce dalla capacità del fotografo di percepire i
tormenti altrui sulla propria pelle, restandone
fatalmente preda (alcuni passi del
diario di Bischof testimoniano questa sua dolente, a suo
modo "scomoda" attitudine), per poi cristallizzarli in immagini colme di
una paradossale, quasi inopportuna bellezza: "Il
mio interesse è scoprire quanta bellezza umana si può
trovare anche nella più profonda sofferenza. La ricerca
della bellezza è il mio principale motore", ebbe a scrivere. Ed è soprattutto in forza di questi motivi che Bischof si batté lungo tutta la sua carriera affinché le sue fotografie non fossero considerate creazioni al servizio della stampa, dell'informazione, o peggio ancora della propaganda politica: una posizione forse contraddittoria per un fotoreporter, o quantomeno anomala.
Sono un centinaio le fotografie esposte a Palazzo
Magnani: mai brutali, come si sarà già intuito. La
sofferenza risulta suggerita, più o meno palesemente, ma
non è quasi mai abbandonata nuda sulla scena: sono
rari i casi in cui non abbia almeno un velo, a
dissimulare la sua parte considerata più "oscena" e
sconveniente. Il viaggio comincia dall'Europa, dove ad
ogni rudere fa da contrappeso almeno un elemento di
speranza (di lirismo?), per quanto esiguo; qui - come
nell'intera produzione di Bischof - sono i bambini,
nella maggior parte dei casi, ad essere chiamati ad
assolvere questo compito di autenticità, di possibile
rinascita: bambini che giocano, persi in un girotondo
nel bel mezzo del nulla, o che corrono tra le pareti di
una chiesa violata dai bombardamenti; immagini, queste,
che hanno un che di surreale, di incantato. Passando per
il Perù, in cui Bischof torna a farsi tentare
dall'astrazione delle forme pure del tempio di Machu
Picchu (e per alcune immagini a colori che, ad esser
sinceri, paiono aver perso gran parte del fascino e
dell'intensità che contraddistinguono quelle in bianco e
nero), si arriva ai due reportage certamente più
celebri, probabilmente più intensi e suggestivi:
sull'India (commissionato dalla Magnum nel 1951-'52) e
sul Giappone. Nel primo, è emblematica l'immagine di tre
donne che, in vesti tradizionali e col loro bagaglio in
bilico sulla testa, camminano in fila indiana su uno
sfondo di ciminiere: una foto di forte impatto (anche se,
a ben vedere, un po' troppo didascalica), che esemplifica quella
costante attenzione riservata da Bischof all'indagine
dei contrasti stridenti e problematici tra tradizione e
progresso, spiritualità e materialismo, povertà e
industrializzazione; il "velo estetico" di cui sopra
sembra però non bastare più, di fronte alla sfrontatezza
dilaniante di fame e carestia, e immagini come Gente
sfinita dalla fame per le strade di Patna "pungono"
e ci strattonano più di altre. Ma è in Giappone che
l'anima fondamentalmente "pittorica" del fotografo
riemerge con impeto, richiamata alla luce dalla delicata
armonia zen che tutto trasfigura: non più sguardi persi
nel vuoto e membra emaciate, dunque, ma candidi monaci
shintoisti vaporosi come nuvole, pennellate fitte e
mansuete di neve buona, e lunghi nastri di seta che,
appesi ad asciugare, solleticano il cielo.
Un fotoreporter "esteta", dunque? Ancora troppo incline
a lasciarsi sedurre dai rigori della forma, troppo
intento a cercarla in ogni dove, per dirsi coerentemente tale?
O, ancora, qualcuno potrebbe obiettare che andare a
caccia, in maniera così programmatica, di bellezza nelle
disperazioni altrui è anch'esso una sorta di
"sciacallaggio", tanto quanto andare a caccia di sangue,
di bruttezze; ma si finirebbe poi per sconfinare in
territori impervi, che trascendono l'opera del fotografo
singolo e difficilmente conducono a risposte certe.
Meglio, forse, lasciar parlare le immagini. Perché alla
fin fine, si sa, tutto dipende - per dirla con Eugene
Smith - esclusivamente da chi guarda.
Nora Dal Monte © 05/2007

La
mostra è accompagnata dall'uscita del volume Werner Bischof. Immagini, Federico
Motta Editore (464 pagg., 80 foto a colori e 350
in bicromia, 24x26,7cm, cartonato con
sovraccoperta - 65 euro)
Ben oltre la documentazione delle foto esposte in
mostra, il volume raccoglie un'ampia selezione dei
lavori più significativi di Bischof, per un totale
di 430 immagini stampate a tutta pagina: da quelle in bianco e nero
scattate in India, Giappone, Corea, Cile e Perù,
ad alcuni dei rari scatti a colori, prodotti in
un'epoca in cui i materiali e la tecnica del
colore erano da poco entrati sul mercato. Curata
da Marco Bischof, Simon Maurer e Peter Zimmermann,
è la più ampia ed autorevole monografia su Bischof
uscita fino ad oggi. Ordinabile su IBS
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