CON IL KAYAK IN GROENLANDIA
La prima parte dell'entusiasmante racconto di Romano Sansone.

Qui la seconda parte

Stavo per scrivere "La Groenlandia in kayak", ma con due milioni e passa di Km quadrati questa specie di continente gelato supera abbondantemente Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Spagna messe insieme, così "Col kayak in Groenlandia" mi sembra un titolo più rispondente alle proporzioni dell'impresa. Quello che compieremo è più di un viaggio, per l'impegno personale richiesto e per i rischi collegati al clima ed all'isolamento, affrontati con mezzi ben studiati ma ridotti all'osso, ed è meno di una spedizione, perché il percorso è stato provato e riprovato e non si va verso l'ignoto. Se vi farò riferimento come spedizione sarà solo per mancanza di un termine adeguato.

L'idea mi venne cinque o sei anni fa, quando, navigando in Alaska su una piccola nave, ricevemmo la visita di due ranger, che ci raggiunsero appunto in kayak. Quando li vidi scivolare via e sparire in un fiordo dalle acque nere e lisce come l'olio rispuntò il mio solito chiodo: un paese, un ambiente, lo si visita con i mezzi moderni, ma lo si vive a piedi o alla velocità dei mezzi tradizionali di locomozione.

CONSTABLE POINT

La primavera scorsa, dopo una pur interessante e piacevole navigazione in Amazzonia, sentii di colpo di averne abbastanza di essere trattato come un ospite di riguardo da professionisti della programmazione delle mie vacanze, e decisi di prendere di nuovo il largo. Internet, yahoo, kayking......! Già, ma dove? Inserisco "Groenlandia" nella ricerca, più per curiosità che per altro, e pochi secondi dopo appare la proposta. Mi attacco all'e-mail ed è cosa fatta: il 24 di Luglio sono a Constable Point, sulla costa orientale.

Alla provincia di Scoresby Sund, o Ittoqqortoormiit in lingua locale, arrivano durante Luglio e Agosto dall'Islanda due navi che riforniscono i locali di merci per il resto dell'anno. Altrimenti vi si accede in aereo attraverso l'aeroporto di Constable Point. Costruito come base di appoggio per ricerche petrolifere esso consiste di una pista di terra battuta, due capannoni per gli spazzaneve, un piccolo hangar per un elicottero e tre baracche: l'alloggio per il personale, la mensa ed una "guest house", un alloggio per visitatori che può ospitare una ventina di persone.

Il collegamento con Ittoqqortoormiit, omonima capitale della provincia, è assicurato da una barca aperta, o, se i ghiacci ne impediscono la navigazione, dall'elicottero. Ed è quello che è successo in pieno Luglio a Peter, il nostro capo spedizione, che vi tiene l'attrezzatura per il viaggio.

Ad Ittoqqortoormiit vive la maggior parte dei 570 abitanti della provincia. A nord abitano poche famiglie che vivono essenzialmente di caccia e di pesca, l'insediamento più vicino è Ammassalik 800 Km a sud. Ad ovest ci sono almeno 1000 Km di ghiaccio prima di incontrare le comunità della costa occidentale.

Il sindaco di Ittoqqortoormiit è anche direttore dell'aeroporto, e poiché vi arrivano aerei dall'estero (Islanda) esegue personalmente il controllo dei passaporti e la perquisizione dei bagagli. È così che, vedendo personalmente tutti quelli che passano per Constable Point e conoscendo i movimenti dei suoi cittadini cacciatori e pescatori, può assicurarci che su Milne Land, un'isola grande circa quanto la Lombardia ed intorno alla quale ci muoveremo, ci saremo solo noi cinque: Peter, Aage (pron. Oge), giovane Inuit e suo assistente, Len, piccolo imprenditore di New York, Rainer, maestro elementare tedesco, entrambi non nuovi ad imprese di questo genere, ed il sottoscritto. Quando a metà del nostro viaggio sbarcherà al nostro approdo un Inuit che inaugura la sua nuova barca facendo un giretto con moglie, suoceri e sei figli, la popolazione dell'isola aumenterà di colpo del 200%!
A portarci ed a riprenderci da Milne Land sarà un Twin Otter, un fantastico bimotore che atterra e decolla da un fazzoletto di terra purché non sia troppo accidentato. Nel nostro caso si tratta di due campi di atterraggio identificati da bidoni di benzina vuoti e da un paio di fogli di plastica colorata, distesi e tenuti al loro posto da paletti conficcati nel terreno. I piloti, ragazzoni scandinavi in tuta nera e berretto da baseball ti accolgono presentandosi per nome ed occupandosi personalmente del carico e dello scarico delle mercanzie, che vengono alloggiate nello stesso spazio dei passeggeri, aggiungendo o rimuovendo i seggiolini secondo le necessità. E poiché il nostro punto di ingresso a Milne Land è anche un punto di rifornimento per le barche dei cacciatori viaggiano insieme a noi, oltre ai nostri kayak, tende, provviste ed attrezzature personali, anche due fusti di benzina.

Dopo anni e chissà quante migliaia di Km di volo ad alta quota lo spettacolo dal finestrino del Twin Otter è entusiasmante, sotto il pelo dell'acqua il colore degli iceberg è verde smeraldo, uno si spacca ed i tronconi si capovolgono in una cascata di acqua e frammenti di ghiaccio.

VERSO MILNE LAND

PRIMO BIVACCO

All'arrivo il pilota esegue un passaggio a bassissima quota per stimare la deriva dovuta al vento, poi va a farsi una virata a 180 gradi in un canalone mettendo in fuga tre buoi muschiati che pascolavano per i fatti loro, per posarsi finalmente su uno spiazzo di tundra in sensibile discesa. In meno di tre minuti si completano le operazioni di scarico, ed eccoci, soli su un lembo di terra davanti al quale si aprono due fiordi ad angolo retto tra loro. Un iceberg di grosse dimensioni, il primo che abbia mai visto da vicino, è venuto ad arenarsi a poca distanza dalla riva dove ci installeremo per la prima notte. L'avventura incomincia.

Ed incomincia con una faticaccia: il punto dal quale metteremo in mare i kayak dista buoni 500 metri da quello in cui ci hanno sbarcato (ho contato 800 passi e non dovrei sbagliarmi di molto) e ci sono da trasportare i nostri 20 Kg di bagaglio personale, almeno altrettanti di provviste per persona, provviste che si riveleranno più che abbondanti, ma intanto bisogna portarle giù, due kayak doppi ed uno singolo, fornello, pentole ed attrezzature varie. Per fortuna non capisco un bel niente di come si monta un kayak e posso tirare il fiato stando a guardare gli altri che imprecano cercando di costruire all'interno dell'involucro flessibile lo scheletro che ne garantisce la rigidità mediante un sistema di centine e longheroni ad incastro che rifiutano ostinatamente, dopo tutte le botte che hanno preso in precedenti spedizioni, di andare ad alloggiarsi disciplinatamente nei posti loro assegnati.

Finalmente tutto è in ordine, o quasi. Per chissà quale svista una delle tende è rimasta a Constable Point. Len se ne infischia, lui ha pattuito in anticipo che voleva una tenda singola, e quella c'è, ma dovevano esserci una tenda a tre posti per offrire a Rainer ed a me una certa comodità, ed una a quattro che doveva servire da dormitorio per Peter ed Aage, e come soggiorno/cucina per tutti noi in caso di pioggia: manca quella a tre posti. Peter è imbarazzatissimo, ma sa del pescatore che incontreremo tra circa una settimana, si attacca al telefono satellitare ed organizza il trasporto della tenda mancante; frattanto lui ed Aage, salvo pioggia, dormiranno all'aperto, dove, cacciato via dal mio russare, li seguirà a ruota anche Rainer. E così, aiutato da un tempo splendido, mi godrò per tutti i 16 giorni del viaggio una tenda a quattro posti tutta per me.

ESTATE ARTICA

Ho menzionato il satellitare, che trovo, al contrario di tante altre diavolerie elettroniche, un'innovazione estremamente utile perché in condizioni come le nostre è effettivamente un elemento di sicurezza, alla quale sarebbe stupido rinunciare per un malinteso spirito di avventura. Il GPS invece rimane chiuso nella sua custodia: Peter naviga a memoria, e lo adopera solo una volta, dopo che il vento ci ha costretti a cercare un approdo finora sconosciuto, al fine di poterne fissare sulla carta le coordinate a beneficio proprio per le prossime spedizioni. Neanche a dirlo, erigiamo sul posto un omino di pietra in modo che l'approdo sia riconoscibile da lontano anche da chi non ne conosce l'esistenza.

Quello degli approdi è un po' il fattore critico che governa i nostri programmi, perché se con una imbarcazione robusta, che offre riparo, abiti asciutti e cibo, il rimanere al largo durante il cattivo tempo costituisce una valida, ed a volte migliore alternativa al rifugiarsi in porto, con un kayak l'opzione sarebbe molto rischiosa; in realtà non è neanche un'opzione, sarebbe un esercizio di sopravvivenza. E qui gli approdi possibili sono pochi, generalmente su terreno morenico, separati da pareti scoscese inaccessibili.

DIMENSIONI

APPRODO DI EMERGENZA...

...E BIVACCO ALLA MEN PEGGIO

Il riparo al quale ho fatto riferimento più sopra non è che uno sperone roccioso di una decina di metri, quanto basta per creare pochi metri di acqua relativamente calma, e che presenta nel lato sottovento una spaccatura nella quale è possibile incunearsi con un kayak alla volta, scaricarlo in fretta stando in bilico sugli scogli, e trascinarlo a forza all'asciutto.

Con queste prospettive Peter è estremamente prudente: qui non servono le previsioni del tempo, che potremmo ottenere con il satellitare, il nostro comportamento è condizionato dalle termiche che fanno scendere l'aria fredda dai ghiacciai e la incanalano nel fiordo, creando onde che i nostri gusci di noce sentono immediatamente. Sulla nostra rotta arrivano di poppa, ed entro certi limiti può anche essere divertente accelerare il kayak per rimanervi in cresta con un inizio di surfing, ma quando tendono a girarti e a metterti di traverso la cosa comincia a prendere un aspetto serio, ed in previsione di un peggioramento la prudenza è d'obbligo. Se è necessario si sta fermi di giorno e si viaggia di notte, quando le termiche cessano: con 20 ore di sole e 24 ore di luce al giorno non è poi troppo tragico, anche se la temperatura cala dai 12-14 ai 3-4 gradi, perché se c'è una cosa per la quale siamo attrezzati è il freddo. Di giorno invece è un piacere: con una maglietta di cotone ed un maglioncino di lana a maniche rimboccate ho addirittura caldo, anche se l'acqua mi gocciola lungo la pagaia e mi scorre sulle mani nude e lungo le braccia, segno evidente della mia imperizia nell'eseguire un'uscita pulita.

PAUSA OBBLIGATA

La preparazione fisica acquisita con il canottaggio è stata essenziale per farmi superare senza problemi la prova del kayak; ho preso solo un'aspirina a scopo preventivo dopo la prima tappa, ma non ho sofferto di alcun dolore muscolare.
Però, come è facile immaginare, si tratta di due mondi diversi, e ci è voluta tutta la mia concentrazione per superare impostazioni acquisite ed adattarmi a quelle nuove. Nel canottaggio la fase di ritorno dopo la palata dura all'incirca il doppio della palata stessa, sul kayak la pagaia ruota con velocità uniforme. Poiché io occupavo il posto di prua toccava a me dare il tempo, e se per me il mio ritmo sincopato andava benissimo ce n'era abbastanza per mandare in crisi il povero Aage, che, costretto a poppa dal suo compito supplementare di timoniere, doveva chiedersi che cosa avesse fatto di male per guadagnarsi un compagno di viaggio come me. L'altro problema è che con i remi le braccia applicano la forza tirando, con la pagaia il braccio in basso tira e quello in alto spinge , e questo chiama in gioco muscoli sconosciuti; quando questi si stancano le braccia si abbassano, e la sanzione è fulminea ed inequivocabile, i pollici sfregano contro la superficie di tela ruvida dello scafo, si sbucciano, sanguinano, e l'acqua salata fa il resto. Dopo il secondo giorno ho viaggiato con i pollici protetti da una guaina di nastro gommato. Al contrario, le gambe stanno ferme, troppo ferme; gli appoggi per i piedi erano stati smontati per far posto a parte dei bagagli, per cui mancava un punto contro il quale esercitare una forza in una specie di ginnastica isometrica; il sacco della tenda, stivato sotto la prua, si afflosciava alla minima pressione del piede. Dopo tre o quattro ore in quella posizione le gambe si erano intorpidite, ed il dramma era, almeno per me, scendere dal kayak sui ciottoli delle morene, rischiando ad ogni momento di riempirmi gli stivali di acqua gelida. Mi è successo tre volte e ci ho riso sopra, ma senza l'aria secca che li asciugava in un paio d'ore avrei preso la cosa con minore allegria.

Romano Sansone © 9/2001



(Fine prima parte - continua)