Considerate l'intimità sommessamente
lirica, raccolta, e fulmineamente sottratta al fluire del
tempo tipica del reportage
umanista; unitela al rigore formale, ben più severo e meditato, dell'astrattismo
di stampo costruttivista; amalgamate il tutto con una generosa dose di
inventiva e sperimentazione surrealista... Sono questi,
semplificando quanto più possibile, gli ingredienti essenziali del
poliedrico sguardo di Kertész - ungherese di nascita
(Budapest, 1894), francese d'adozione -, ognuno dei quali
risulta rintracciabile nell'ambito delle numerose immagini
proposte nelle rinnovate sale espositive del Castello di
Montalbano Elicona, in provincia di Messina. Un appuntamento
importante, organizzato in collaborazione con l'Archivio
Kertész, gestito dalla Mission du patrimoine
photographique di Parigi, che conserva e tutela gli
oltre 100.000 negativi bn e 15.000 diapositive
donate dal fotografo allo Stato francese un anno prima della
morte, avvenuta a New York nel 1985.
Vita e opera, in Kertész, appaiono empaticamente legate a
filo doppio: ad ogni partenza, ad ogni ritorno, ad ogni
abbandono o riconciliazione corrisponde un più o meno
riconoscibile mutamento di stile, temi e linguaggio; questo,
se da un lato ci impedisce di collocare il lavoro di Kertész in
un ambito estetico esclusivo - scuola o movimento che sia -
e ci porta fin d'ora ad intuire la sua intolleranza verso
ogni dogmatismo stilistico, dall'altro consente di individuare una
successione schematica di "periodi", esistenziali e creativi
al contempo, comunemente chiamati in causa al fine di
rendere più chiara la sua vicenda di uomo e di fotografo.
Non resistendo alla tentazione, li adotteremo anche noi.
Se acconsentiamo a prendere per buona l'informazione secondo
cui la foto Ragazzo che dorme, scattata a Budapest
nel 1912 (e presente in mostra), sia effettivamente la prima
immagine fotografica "consapevole" ripresa da Kertész, ecco
che possiamo individuare il primo periodo, quello
"ungherese", e racchiuderlo tra gli anni 1912-1925: è
durante questo periodo di formazione - popolato da bambini,
animali, contadini, gitani, affetti familiari e vasti
paesaggi naturali - che Kertész maturerà alcuni dei tratti
fondamentali della sua opera, così radicati da accompagnarlo
fedelmente lungo tutta la vita.

Intimità, quotidianità, predilezione per gli attimi e le
emozioni fortuite e passeggere la faranno da padrone fin da questi primi anni,
svelando poco a poco una personalità nostalgica e incline al sentimento, dotata
di una sensibilità non comune, quanto al contempo capace di concentrarsi con
estrema e crescente scrupolosità sulla composizione e sulla ricerca di una forma
in grado di adattarsi con disinvoltura al contenuto che è chiamata di volta in volta
ad abbracciare. Questa sua attitudine - quasi una vocazione alla pena del
ricordo -, gli consente di raccogliere con istintiva prontezza ogni attimo di
dolcezza, serenità o fugace incanto che la vita acconsenta a parargli davanti agli occhi,
e lo porta
fin da subito a scattare fotografie talmente immediate e
spontanee da evocare quelle - le migliori - del futuro
genere del reportage umanista. Ma attenzione alla
cronologia: la Leica uscirà sul mercato tedesco solo nel
1925; Kertész, dunque, in questo primo periodo non poteva
ancora contare sulla rivoluzionaria versatilità di quell'occhio tascabile; non gli restava che
individuare e sfruttare al massimo le potenzialità di apparecchi medio e grande formato caricati a lastre di vetro 4,5x6 o 9x12cm (che, tra l'altro, non
abbandonerà mai, affiancandoli all'uso della Leica a partire dal 1928). Questa
modernità di sguardo sviluppata in totale autonomia, e in anticipo sui tempi, fa di lui un
indiscusso pioniere nell'ambito, quantomeno, del nascente
stile fotogiornalistico, e chiarisce ancor meglio le
numerose affermazioni di Cartier-Bresson, che, dall'alto del
suo essere il teorico dell'istante decisivo, senza
incertezze riconoscerà a più riprese il suo debito nei
confronti del fotografo ungherese.
Un attaccamento così struggente alle proprie radici si fa
sentire ancor più prepotentemente al momento di allontanarsi da esse: destino
che fu anche quello di Kertész, che nel 1925 abbandonerà l'amata - ma fatalmente priva di
sbocchi - semplicità
della sua Ungheria per le sfolgoranti sofisticazioni di Parigi, prodighe di
promesse ed opportunità. Prima di questa
data lo troviamo al fronte, arruolato nell'esercito austro-ungarico allo scoppio
della Grande Guerra (periodo fotograficamente significativo, grazie ai numerosi
scatti ritraenti la quotidianità dei soldati in trincea o nei momenti di riposo:
un ritratto paradossalmente intimo del conflitto, dal quale non emerge la
Storia, bensì l'ordinaria stra-ordinarietà delle singole esistenze che contribuiscono,
anche a costo della vita, a scriverne i capitoli); poi, dopo un periodo di
convalescenza, lo incontriamo intento al suo lavoro ufficiale (un impiego
amministrativo presso la Stock Exchange: la Borsa), ma sempre più insofferente:
inevitabile seccatura per un uomo che si è sempre voluto fregiare del titolo di
"fotografo nato". E allora via, verso il cuore pulsante della cultura
internazionale: la Ville lumière. Eccoci entrati nel "periodo francese"
(1925-1936), a cui appartengono alcuni dei suoi scatti probabilmente più
intensi, e certamente più conosciuti. La qualità delle sue foto non poteva che aumentare, a
contatto con una città in cui, soprattutto in quegli anni inimitabili, ogni uomo
pareva camminare trascinandosi dietro un verso di poesia: la sua spiccata
sensibilità poetica, unita al gusto per l'inatteso entro cui ricercare il senso
profondo di ogni esistenza umana, pare così aver trovato il suo luogo
d'elezione; scrive Noël Bourcier, curatore dell'ottimo volumetto monografico
della Phaidon (segnalato alla fine dell'articolo): «La surrealtà di alcune
fotografie di questo periodo deriva dalla capacità di Kertész di "magnificare" i
più marginali momenti di vita quotidiana, la cui fragilità evoca
un'irrefrenabile fitta di angoscia».

A stretto contatto con la comunità ungherese parigina -
all'interno della quale spiccano due pseudonimi destinati a divenire illustri:
Robert Capa (André Friedmann) e Brassaï (Gyula Halász); quest'ultimo, prima
dell'incontro con Kertész non aveva mai scattato una fotografia degna di questo
nome -, tra una conversazione d'arte, vagabondaggi lungo la Senna e caffè
pigramente sorseggiati nel celebre Café du Dôme - sorta di "quartier generale"
per artisti e sognatori
-, Kertész colleziona attimi d'inestimabile stupore nei confronti del mondo e
della vita, quasi che essa fosse in grado di svelarsi solo per repentini
bagliori, per poi subito richiudersi su se stessa, custode gelosa di ogni
eventuale consolazione. Spiccano, tra gli innumerevoli esempi possibili, la posa dinamica e
"burlesca" della ballerina Magda Förstner, che raccolse con ironia l'invito di
Kertész a "fare il verso" alle torsioni tipiche delle sculture dell'ungherese
Beöthy; la famosa veduta verticale intitolata Meudon, con la locomotiva
che passa in alto, sul viadotto; i numerosi scorci di una Parigi in stato di grazia, come il viavai del Pont des Arts colto attraverso l'ammonizione cupa di quelle immense
lancette in controluce, o la scalinata di Montmartre, o il bambino che guarda in
camera mostrando al fotografo il minuscolo muso bianco di un cucciolo di cane,
o, ancora, il ricordo di una pioggia recente confidato ai riflessi argentei di
un rivolo d'acqua che si increspa appena a contatto con il marciapiede.
A fronte di queste immagini perlopiù colte al volo, Kertész ne produsse altre
più rigorose e ponderate, in cui la luce, ineccepibilmente dosata, si fa veicolo
di emozioni più sottili e "cerebrali"; l'esempio più noto è sicuramente quello
della foto intitolata La forchetta, del 1928: semplicissima, spoglia,
essenziale quanto raffinata rappresentazione di un'Idea - l'idea di forchetta,
appunto -, depurata da ogni contingenza ma non così tanto da sfociare
nell'astratto (a fare la differenza è proprio il fatto che la forchetta risulti
appoggiata al piatto: è in forza di questo particolare che l'oggetto non viene
derubato del tutto della sua identità di utensile); c'è chi è arrivato a parlare
di "spirito" riguardo quest'immagine, ma io non mi azzardo, considerato che si
tratta pur sempre di una posata, per quanto meravigliosamente elevata a pura
Forma... Non sembra invece eccessivo constatare come gli oggetti, investiti
dallo sguardo sollecito e premuroso di Kertész, riacquistino all'istante una nuova,
solidissima e quasi "maestosa" dignità estetica. Si prenda l'immagine Pipa e
occhiali di Mondrian (1926), composta da un lembo bianco di tavolo su cui
sono deposti gli oggetti citati, avvolti da un'atmosfera talmente rarefatta da
farli somigliare a misteriosi, superbi oracoli prossimi a farci dono del loro
più intimo segreto. Questa foto - che, ci informa Bourcier, «sintetizza le
idee moderniste promosse soprattutto dal giornale L'Esprit nouveau (1920-5, fondato tra gli altri dall'architetto Le Corbusier), impegnato nella
promozione di nuove forme di espressione mirate ad esprimere la "bellezza
lirica" celata nel mondo degli oggetti» - fa parte di
quelli che oso chiamare "ritratti metonimici" (dalla figura retorica
della metonìmia, tramite cui si designa il tutto attraverso una sua parte o
attributo), veri capolavori kertésziani: ne sono due esempi ulteriori la foto
intitolata Le mani di Paul Arma (1926-28), in cui la sensibilità musicale
del pianista ungherese è rappresentata esclusivamente attraverso le sue mani
curate, dalle dita affusolate e composte in una posa controllata e placida allo
stesso tempo; o il superbo scatto Chez Mondrian ('A casa di Mondrian',
1926), riconosciuto come un emblema della "fotografia moderna": in questa
immagine, lo spirito che anima le intransigenti composizioni pittoriche dell'artista olandese (le
celebri "griglie" riempite da brani di colori primari) risulta magistralmente
espresso attraverso un utilizzo consapevole delle leggi compositive e
prospettiche, della profondità di campo e, soprattutto, della dialettica tra
luce ed ombra (luce che qui riesce addirittura ad infondere un'illusione di
rigogliosa vita al fiore in primo piano, fatto in realtà di legno).
Intanto, Parigi regala a Kertész le prime presenze in importanti mostre
collettive e la possibilità di collaborare come free-lance per numerose
riviste, compresa la storica "Vu" di Lucien Vogel, di cui è uno dei
principali collaboratori; ed è proprio nell'ambito di una di queste
collaborazioni che nasce la sua famosa serie delle Distorsioni, in
seguito alla richiesta, da parte del direttore della rivista Le Sourire, di «produrre immagini di nudo capaci di rinnovare drasticamente il genere»:
nel corso del 1933, Kertész e la sua Linhof caricata a lastre 9x12cm daranno
vita a circa duecento immagini ritraenti corpi nudi di donna riflessi in specchi
deformanti, di quelli che si trovano al Luna Park (nessun ritocco ulteriore:
Kertész infatti non alterava mai i suoi scatti in camera oscura; li reinquadrava
invece spesso, tagliandoli, in cerca dell'equilibrio migliore). Questi nudi
anticonvenzionali, se da alcuni sono stati definiti sterili sperimentazioni
formali fini a se stesse - una vera e propria "caduta di stile" e di senso
nell'ambito della carriera kertésziana, dunque -, per molti altri costituiscono, invece,
quasi delle pietre miliari non solo nella storia della fotografia ma in quella
dell'arte contemporanea in generale: non consacrate all'innovazione ad ogni
costo, bensì tese verso il raggiungimento di un lirismo fino ad allora sconosciuto, fatto di
deformazioni sempre in bilico tra grottesco, caricatura e sensualità (chi visiterà la
mostra allestita a Montalbano Elicona avrà ampiamente modo di farsi un'opinione
personale in proposito, visto che è presente un nucleo di ben sessanta Distorsioni).

Nel 1936 Kertész lascia la Francia per l'America,
trasferendosi a New York in seguito ad un nuovo contratto lavorativo: è l'inizio
del "periodo americano", che gli riserverà non poche frustrazioni, sia dal punto
di vista esistenziale che professionale. La sua proverbiale, assoluta
indipendenza stilistica nei confronti di scuole, movimenti o correnti, gli
impedirà ogni integrazione con l'ambiente artistico e commerciale, isolandolo in
un'incomprensione insolubile, in una sorta di malinconico e dolente esilio.
Kertész si rifiuta, almeno per il momento, di compromettere le sue genuine
creazioni piegandosi all'artificiosità e al sensazionalismo il più delle volte
richiesto dalle riviste, e ogni committenza finisce in breve tempo per
esasperarlo, portandolo a rompere più di un contratto prima del termine (tutta
la produzione fotografica effettuata nel 1949 per la rivista "House and
Garden" dell'editore Condé Nast, per esempio, verrà ripudiata: «Sono
documenti senza vita, e nient'altro», affermerà con amarezza Kertész). Due
celebri episodi sintetizzano ottimamente la situazione: il rifiuto delle sue foto da parte
di "Life", con la motivazione che "parlavano troppo"; o la mortificante
richiesta di Beaumont Newhall, allora direttore del Dipartimento di Fotografia
del Museum Of Modern Art, che gli chiese di "tagliare" due Distorsioni che sarebbero dovute essere esposte nel Museo, eliminando la parte in cui era
visibile il pube delle modelle, per paura di essere accusato di diffusione di
immagini pornografiche. La solitaria mestizia di questi anni si riflette nelle
sue fotografie: Kertész torna nelle strade, alla ricerca, pare, di un po' di
quell'innocenza che così spontaneamente si imponeva nei suoi primi scatti
ungheresi; fotografa prevalentemente bambini, animali, passanti assorti e parchi
solitari; frequenti sono anche le riprese panoramiche dall'alto - spesso colte
dal suo balcone affacciato su Washington Square -, in cui l'affannarsi perpetuo
degli esseri umani sembra osservato con occhi compassionevoli, con estrema
tenerezza, ma anche con una certa incredulità, nel tentativo di trovarvi un
senso anche solo minimamente plausibile. La minacciosa incombenza
dell'architettura newyorkese, poi, genera visioni essenziali, dalla folgorante
liricità, sovente costruite sulla giustapposizione delle masse poderose dei
grattacieli con l'impalpabile delicatezza organica degli elementi della natura:
una piccola nuvola solitaria (Lost Cloud, 1937: quasi una metafora della
sua condizione emotiva), o la silhouette di un magro albero spoglio.
Nel 1963 (e siamo così entrati nell'ultimo periodo, quello detto
"internazionale") il ricongiungimento con il suo sterminato archivio di negativi
risalenti ai periodi ungherese e francese - archivio che era stato
romanticamente messo al sicuro durante la Seconda guerra mondiale in un castello
nel Sud della Francia, sembra a sua insaputa - gli infonde nuovo coraggio,
necessario a scrollarsi di dosso ogni apparente vittimismo e a favorire il suo
definitivo riconoscimento a livello internazionale, che giunge a maturazione
proprio in questi anni Sessanta. Arriva dunque la consacrazione, portandosi
dietro qualche inevitabile compromesso, e anche un pizzico di comprensibile
stanchezza creativa. La sua penultima pubblicazione, nel 1981, si intitola From my window ('Dalla mia finestra'): una serie di polaroid, nature morte
scattate esclusivamente tra le quattro mura del suo appartamento; segno che,
probabilmente, un'esistenza intera consacrata alla pressante interrogazione visiva del
mondo e degli uomini non basta a trovare risposte sufficientemente convincenti,
capaci di riconciliare un uomo con l'incomprensibilità della vita. La sua finirà,
coerentemente, proprio tra quelle stesse mura newyorkesi, nel 1985: ultimo
rifugio o nascondiglio da quella provvida compagna di una vita, per nostra
fortuna così avida di immagini, che
fu la sua nostalgia.
Serena Effe © 07/2007
La
mostra, visitabile fino al 19 settembre 2007 presso il
Castello di Montalbano Elicona (ME), è accompagnata
dal volume "André Kertész. Lo specchio di una
vita", edito da Federico Motta in
occasione del centenario della nascita del fotografo.
Le foto proposte - 355, inclusi 81 inediti -, tratte
dall'Archivio Kertész di Parigi, rispecchiano e
riassumono ampiamente tutti gli elementi della visione
artistica di Kertész, e sono divise in base ai
"periodi" adottati anche nel nostro articolo per
scandire l'opera e la vita dell'autore. L'introduzione
è affidata a Pierre Borhan (che è anche curatore
dell'opera), direttore della Mission du patrimoine
photographique presso il Ministero della Cultura
francese, istituzione per la quale ha sviluppato
un'intensa attività espositiva ed editoriale; ognuna
delle sei sezioni è introdotta da ulteriori testi a
firma di diversi studiosi della fotografia (László
Beke, Dominique Baqué e Jane Livingston). 368 pp., 340
foto bn + 15 a colori, formato 24x30,5cm. Prezzo 67,14
euro. Ordinabile online.
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Un numero assai inferiore di immagini, ma anche un prezzo
più abbordabile, per questo volumetto della Phaidon,
curato da Noël Bourcier, direttore artistico della
Fondazione André Kertész di Parigi. Le foto sono 55,
esemplificative dell'intera parabola creativa di
Kertész: dalle prime ungheresi, alle ultime americane
(quelle citate nell'articolo, per esempio, ci sono tutte). Ognuna di
queste è accompagnata da un breve trafiletto
esplicativo, che si sofferma talvolta sull'analisi
dell'immagine, talaltra sugli avvenimenti salienti del
periodo in cui la foto è stata scattata o sulle
circostanze che si celano dietro la sua creazione. Il
libro è completato da una bella introduzione-riepilogo
dell'opera di Kertész e da una sintetica cronologia
della sua vita. 126 pp., 55 foto bn, formato 22x25cm.
Prezzo 24,95 euro. Ordinabile online.
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