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BARRY LYNDON: E LUCE (NATURALE) FU |
C'era una volta un signore
che si chiamava Stanley Kubrick che soleva fare non più di
un film a lustro (ma valeva la pena aspettare, altroché).
Tra le varie leggende che si raccontano c'è quella secondo
cui il film Barry Lyndon, del 1975, sarebbe stato
interamente girato in luce naturale. Non è del tutto vero,
ma non per questo la storia è meno interessante |
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![]() La locandina del film |
"Perché ha preferito l'illuminazione naturale?",
chiede un giornalista a Kubrick in un'intervista di molti
anni fa. Il regista risponde: "Perché è così che vediamo le cose. Ho sempre cercato d'illuminare i miei film in modo da simulare la luce naturale, usando di giorno le finestre per illuminare realmente il set, e nelle scene notturne usando quelle fonti luminose che si vedono nella scena stessa. Questo approccio comporta problemi già quando si possono usare luci elettriche brillanti, però quando le luci più brillanti in una scena sono i candelabri e le lampade ad olio le difficoltà sono di gran lunga maggiori". Ma non
si è Stanley Kubrick per niente, ed ecco che, nel voler
girare un film ambientato nel Settecento, a Kubrick viene in
mente una soluzione per usare quanta più luce naturale
possibile. Non molti anni prima, a Photokina 1966, la Carl Zeiss aveva mostrato al pubblico un obiettivo Planar 50mm F/0,7, prodotto in dieci esemplari su richiesta della NASA, che voleva utilizzarlo per le missioni Apollo destinate all'esplorazione della Luna. Dotato di un vistoso otturatore centrale, questo mostro da quasi due chilogrammi ha una diagonale di 27mm e copre il formato 18x24mm. Con otto lenti disposte in sei gruppi, alcune delle quali al Lantanio, ha l'ultima lente a soli 4 mm dalla pellicola, il che lo rende inadatto all'uso su apparecchi reflex (così come non c'è neanche lo spazio per un classico otturatore sul piano focale). |
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Quanto e come sia poi stato realmente
utilizzato dalla NASA non è dato saperlo; la tesi più
accreditata è che sia stato impiegato sull'Apollo 8 alla
fine del 1968. Durante i lavori preparatori di Barry
Lyndon, Kubrick scoprì che la NASA non aveva mai
ritirato tre dei dieci obiettivi prodotti; li acquistò e
si rivolse a Ed Di Giulio, un maestro delle tecniche
cinematografiche (che insieme all'operatore Garrett
Brown aveva inventato la SteadyCam, che poi proprio
Kubrick aveva sfruttato al massimo con le mitiche
riprese in Shining - effettuate proprio da
Brown), chiedendogli di adattarlo per uso
cinematografico. |
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Però, come detto, l'obiettivo copriva il formato
18x24mm, che è sì quello cinematografico, ma 50mm su
tale formato sono un mediotele (l'angolo di campo è più
o meno quello di un 80mm sul formato 24x36), troppo
stretto per le riprese che Kubrick aveva in mente. Il
regista chiese dunque a Di Giulio di realizzare un
aggiuntivo ottico che rendesse lo Zeiss più
grandangolare. E, naturalmente, mantenendo inalterata la
luminosità... Di Giulio, facendosi aiutare da Richard
Vetter, un esperto di ottica, si procurò due aggiuntivi
ottici con i quali modificò gli altri due Planar di
Kubrick. Il secondo divenne un 36,5mm, ed il terzo un
24mm. Quest'ultimo però alla prova pratica mostrò una
evidente distorsione a barilotto, per cui si decise di
non utilizzarlo. Alla fine Kubrick utilizzò le cineprese
Arriflex per le riprese in esterni, e la Mitchell con i
due Zeiss per le scene in interni. Non è vero che il
film fu girato interamente in luce naturale, ma non è
neanche del tutto falso: il direttore della fotografia
John Alcott dichiarò in un'intervista che "...abbiamo
girato essenzialmente d'inverno e potevamo girare solo
tra le nove del mattino e le tre del pomeriggio. Quando
avevamo il sole, lo utilizzavo come luce naturale. Ho
messo della carta nera sulle finestre ed ho installato
delle lampade affinché al calar del sole si potesse
passare alla luce artificiale e continuare a girare. Ma
questa illuminazione (sei lampade flood o mini-brut) era
basata sulla luce naturale". E Kubrick, sempre in
un'intervista, disse: "Per le scene in interni di
giorno usammo la luce reale che proveniva dalle
finestre, oppure una luce simulata disponendo delle luci
fuori dalle finestre e schermandole con della carta
apposita disposta sul vetro". |
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![]() Stanley Kubrick sul set |
Resta il fatto che molte delle riprese furono effettuate a
luce ambiente e, soprattutto, le famose sequenze a lume di
candela sono un'esperienza visiva difficile da raccontare a
parole: meritano una visione attenta su uno schermo
all'altezza ed in un contesto adeguato, fatto di silenzio e
di rispetto per una delle più raffinate creazioni
cinematografiche di tutti i tempi. Ma non vorremmo che, alla fine della lettura di questa pagina, venisse la curiosità di guardare Barry Lyndon solo per l'obiettivo Zeiss e le riprese a lume di candela: al di là della tecnica, è un sublime film che può ingannare proprio per questa sua debordante bellezza figurativa, rischiando di farsi catalogare come un semplice capolavoro formale. Ci permettiamo dunque, in chiusura, di citare un classico dizionario del cinema, il Morandini, che così si esprime sull'opera: "Il fascino freddo del film nasce dalla distanza e dalla sordina con cui Kubrick espone le vicissitudini del suo antieroico personaggio, smentite soltanto nei suoi rapporti col figlioletto. Elogiato per il suo versante plastico-figurativo come uno splendido album di immagini, non è un'opera formalista, un esercizio di stile, ma un discorso complesso sulla fine della Storia: la sua fissità, la ripetitività dei comportamenti dell'uomo nel suo agire privato, sociale e politico. Un affresco con figure di un paesaggio remoto come un altro pianeta del sistema solare." Agostino Maiello © 12/2006 |
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