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MANTOVA. DI LAGHI, DI CIELI, DI ARTISTI GENIALI. |
Può capitare che un importante evento d'arte ci porti a
scoprire città che avevamo trascurato. E' il caso di
Mantova: piccola ma ricchissima sorpresa, illuminata a festa
dalle celebrazioni dedicate al Mantegna. |
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La
"M" di Mantegna campeggia un po' ovunque nella città, in
occasione delle celebrazioni per il cinquecentenario della
morte. Qui arreda Piazza Mantegna (per l'appunto!), davanti
alla chiesa di Sant'Andrea. |
Mantova ha due cieli. Uno, quello reale, quello di tutti, quello mutevole, quello "normale". E fin qui, niente di speciale, direte voi. Ma c'è un angolo in questa città - nascosto, appartato, rinchiuso in una torre come una principessa di cui convenga esser gelosi - che custodisce un altro cielo. E' un cielo ideale, questo, sereno da più di 500 anni, trascinato in una stanzetta angusta grazie alla fantasia di un artista rivoluzionario che, adulandolo, lo convinse a restare, a rinunciare alla realtà, per tramutarsi in illusione. E' il cielo della Camera Picta, dipinta dal Mantegna in nove anni di lento e discontinuo lavoro (dal 1465 al 1474) in una delle torri del Castello di San Giorgio. Il Castello è parte integrante del complesso di Palazzo Ducale: enorme dedalo ad incastri, labirintica dimora costruita per addizioni successive a partire dalla fine del XIII secolo, fatta di studioli segreti, giardini ameni (quello pensile, per esempio, sul quale ci si affaccia dalla scenografica sala dei Fiumi, dall'atmosfera a dir poco incantata), eccellenti cicli pittorici (come rendere in poche righe l'inaspettata emozione davanti al "non finito" della sala del Pisanello? Un ciclo di affreschi a tema cavalleresco rimasto allo stadio di sinopia sui tre quarti della stanza, dal quale emergono però, qua e là, volti o vesti già perfettamente compiuti), cortili, porticati, terrazze e camminatoi coperti affacciati sul lago: per la bellezza di 34mila metri quadri totali! |
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Ma torniamo al nostro cielo...Tra queste quattro pareti coperte da una volta a vela è racchiusa la summa del virtuosismo pittorico di un artista che fece dell'illusione prospettica e dell'arditezza di composizione la sua cifra caratteristica, che gli valse l'essere considerato figura cardine tra coloro che contribuirono al passaggio dall'arte tardogotica a quella rinascimentale.
Ma il mio consiglio è quello di non affannarsi in una lettura necessariamente "colta", intenta a tradurre ogni elemento in chiave allegorica: chiudiamo la guida che abbiamo in mano, e diamo la precedenza ad un abbandono tutto visivo ed emotivo, che si "accontenta", che non fa troppe domande, e che semplicemente si emoziona. Il resto, vi accorgerete, arriva da sé.
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PALAZZO TE E LA MOSTRA SUL MANTEGNA Ma per
nostra fortuna il distacco può farsi meno drammatico,
purché in programma ci sia la visita all'altro scrigno
prezioso di Mantova: Palazzo Te.
Andrea Mantegna, Minerva che scaccia i vizi
(proveniente dal Louvre). E', questo, uno dei tanti
capolavori che ornavano le pareti dello "studiolo" di
Isabella d'Este, all'interno di Palazzo Ducale. Personalità
affascinante, Isabella fu illuminata committente e
insaziabile collezionista di pregiate opere d'arte. |
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Ma non mancano
le volte in cui il Mantegna si discosta da
questa sua raffinata ossessione, per darci dei ritratti
stupefacenti nel loro saper cogliere la realtà "così com'è",
con un realismo lontanissimo da ogni idealizzazione: è il
caso dei già citati ritratti della Camera Picta (con
l'impietosa bruttezza di Barbara di Brandeburgo, moglie di
Ludovico II Gonzaga); o, tra gli altri, del meraviglioso
volto di vecchio che emerge nella Sacra Famiglia con Sant'Elisabetta e San Giovannino (proveniente da Dresda).
Conclusa la
visita alla mostra temporanea, il resto di Palazzo Te ci
permette di fare un salto cronologico in avanti, fino al
1524, data in cui il posto di "artista di corte" che fu del
Mantegna venne occupato dall'altrettanto geniale
architetto-pittore Giulio Romano (allievo di Raffaello), che impronterà del suo
manierismo l'intera città, a partire proprio dalla
riedificazione e decorazione di Palazzo Te (a suo tempo
rimessa per cavalli situata in quella che allora era una
zona d'aperta campagna - chiamata tejeto, non è chiaro se in
riferimento ai tanti tigli presenti o alle capanne che vi
sorgevano - e che Federico II Gonzaga volle "accomodare un
poco di luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a
desinare, o a cena per ispasso", come riporta il Vasari; in
due parole, volle farne un luogo di ozio e diletto). Una
successione di sale affrescate che si attraversano con la
curiosità di scoprire quali sorprese stilistiche e narrative
ci riserverà la stanza successiva, in un crescendo di
invenzioni delle più varie.
Due le doverose menzioni d'onore. La
prima, per la sala di Psiche: sorta di enorme "fumetto"
cinquecentesco, dalla complessa decifrazione, che dipana sul
soffitto e sulle pareti la storia - divisa in scene - di
Amore e Psiche. La seconda va alla stanza dei Giganti:
originalità e inventiva su scala titanica, la più
coinvolgente scena di ammonizione della superbia umana che
si possa immaginare, e che le inevitabili accortezze ad uso
e consumo dei visitatori (brutte seggioline, cordoni di protezione,
colonna porta-opuscoli informativi) non sono riuscite a
snaturare: si resta ancora a bocca aperta. Ci si sente
ancora schiacciati da quell'istantanea a 360°, che abolisce
spigoli ed elementi architettonici con una stesura continua
della pittura sulle pareti e sul soffitto, per calare lo
spettatore al centro esatto della scena; inutile girarsi,
confusamente, in cerca di un punto di riferimento rimasto
intatto in tutto quello sfacelo: ovunque è rovina di
architetture, alberi e rocce, giganti schiacciati,
scomposti, sanguinanti, o in salvo per un attimo in un
angolo pericolante, o ormai arresi, disperati, senza più
contegno, con le mani premute sugli occhi o tra i capelli, o
con il viso stravolto dalla paura. Solo per darvi un'idea
della potenza espressiva di questo ciclo pittorico riporto
il parere turbato e infastidito (e senza dubbio eccessivo)
di un visitatore d'eccezione come Charles Dickens:
"l'effetto complessivo che fanno è quello - così mi pare -
di un violento afflusso di sangue al cervello. Queste
pitture sembrano predisporre all'apoplessia".
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Le sponde dei tre laghi - qui quello Superiore, colto nella
"fase rosa" del tramonto - vantano una vegetazione a dir
poco lussureggiante!
Un'idea originale del Consorzio dei produttori di latte del mantovano: pochi spiccioli, e ci si porta a casa una bella bottiglia di latte appena munto! |
I LAGHI (E
TUTTO IL RESTO)
Quanto scritto
sopra basterebbe già (e ce ne sarebbe d'avanzo) a far di
Mantova una città che ha tanto da dare. Ma la città ha
numerose altre frecce al suo arco. E il bello è che sono
tutte scoccate con estrema delicatezza: si presentano al
visitatore quasi sottovoce, timidamente si lasciano
scoprire, senza mai imporsi (come invece accade in tante
altre presuntuose città d'arte).
Affacciato
sull'ampio spazio di Piazza Sordello, ecco il Palazzo del
Capitano. E' uno dei "blocchi" più antichi - costruito dalla
famiglia dei Bonacolsi nel XIV secolo - tra quelli che
compongono l'enorme complesso di Palazzo Ducale. I Bonacolsi
furono cacciati dai Gonzaga nel 1328: anno in cui ebbe
inizio la loro signoria sulla città, che si protrarrà per
quasi quattro secoli. |
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| A proposito
di acqua, tra le attrazioni a cui non si può rinunciare ce
n'è una ad ingresso gratuito, che non prevede code né
prenotazioni, ma che vale tanto quanto ogni altro suddetto
capolavoro: è il tramonto sul lago Superiore. E' in forza di
un provvidenziale "3x2", infatti, che i due cieli di Mantova
si specchiano in ben 3 laghi (Superiore, di Mezzo e
Inferiore: stavolta tutti reali, formati dall' "impaludarsi"
- per dirla con Dante - del fiume Mincio lungo il percorso
che dal Lago di Garda lo porta a dimenticarsi nel Po). Le sponde sono state risistemate in anni recenti, dando vita ad una stupenda passeggiata che copre i tre quarti del perimetro della città, immersa in una fauna delle più varie, tra colonie di cigni, germani reali, pescatori e "jogger" (e se proprio vi va di strafare, voi viaggiatori allenati, sappiate che c'è la possibilità di arrivare fino a Peschiera del Garda in bicicletta, lungo una ciclabile di circa 40km - alla fine della quale è approntato un servizio di bus che riporta voi e la bici a Mantova: misericordiosa accortezza per evitare di avere morti sulla coscienza. Ma visto che parlo per sentito dire, vi raccomando di informarvi ben bene prima di mettervi in marcia!). Quello Superiore è il lago più vasto, nonché quello in cui cade il sole; seduti a gambe incrociate sull'erba umida della sponda (vietato lamentarsi per le zanzare!), vi tramonta proprio in fronte, poco al di là di un'isoletta fatta esclusivamente di fiori di loto (che sboccia in agosto). E' un'attesa popolata di silouhettes via via più nette; un teatrino di ombre cinesi che declama la luce in versi di poesia: dalla preziosità dell'oro che abbaglia, alla tenerezza del rosa tenue, passando per un vitale arancione, fino al misterioso e inquietante rosso carico, che ha già in sé il buio della notte.
Mantova è città pragmatica e dai modi un po' "rudi" (siamo pur sempre in Lombardia!), ma ha alle spalle una storia finemente intessuta di leggenda, che la vide approdo di due lunghi e avventurosi pellegrinaggi. |
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Rilievi scolpiti nel legno di un portone, nella piccola Piazza Canossa. |
Tornati
infine coi piedi per terra, concludiamo con qualche
consiglio pratico. Per dormire, vi segnalo il B&B Ai
giardini del Te (sito
QUI): quindici minuti di passeggiata al massimo dalla stazione ferroviaria e dal centro storico, due passi da Palazzo Te; camere con bagno, spaziose e pulitissime, semplici ma accoglienti; cucina a disposizione degli ospiti; colazione servita dal padrone di casa, cordiale e pronto ad illuminarvi su qualsiasi curiosità mantovana. Il tutto per 60 euro a notte a camera doppia. A pochi metri, la pizzeria "La Botte", piccola e semplicissima: ma le pizze sono sostanziose, da leccarsi i baffi (provate la Trevigiana, con radicchio di Treviso, patè d'olive e olive nere, o la Fantasia, con speck, gorgonzola e rucola). Se volete provare piatti tipici, invece, l'Osteria Broletto (nell'omonima piazzetta) ha un'ubicazione ineccepibile: si mangia anche all'aperto, sotto un piccolo portico tra le due piazze principali (delle Erbe e Sordello); per darvi un'idea, con 40 euro si mangiano due antipasti, due primi, acqua e caffè: l'atmosfera è da sogno (e, soprattutto, gratis). Serena Effe © 09/2006
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