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MAN RAY: ELOGIO DELLA SPERIMENTAZIONE |
Rayografie, solarizzazioni, sovrimpressioni... la fotografia, con Man Ray, si trasforma in mezzo di interrogazione e indagine della sur-realtà, a stretto contatto con le coeve poetiche di dadaismo e surrealismo |
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Man Ray era un pittore. Non un fotografo. |
Donna dai lunghi capelli, 1929 |
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Una delle rayografie facenti parte della serie "I Campi Deliziosi": un titolo non-sense, di chiara derivazione dadaista |
Perché fu proprio questo suo sottostimare il mezzo,
questo sua indifferenza un po' snob nei confronti del
concetto stesso di tecnica fotografica che lo condusse più in profondità
di tanti altri e, ironia della sorte, ad essere poi
osannato quale inventore di alcune tecniche
rivoluzionarie (suo malgrado, verrebbe quasi da dire). Man Ray (già Emmanuel Radnitzky, poi mutato nel più eloquente 'Uomo Raggio' - anche se sul vero nome non ci sono certezze) nasce artisticamente pittore, e pittore rimarrà per tutta la vita: "uno dei principali capi d'imputazione che più tardi dovevano scagliare contro di me i difensori della fotografia pura, era proprio che confondevo la fotografia con la pittura. Più che giusto, rispondevo, visto che sono un pittore". Solo nei limiti che lo vedano dipingere stringendo tra le dita un metaforico pennello intriso di luce, Man Ray può effettivamente considerarsi un grande fotografo. Tutto il resto - tutto quel contorno di teorie estetiche e idee stilistiche maturato nel corso di meno di due secoli - non è affar suo. "Fotografo ciò che non posso dipingere": la spinta, come si nota, non è 'positiva', ma prende le mosse da una negazione, da un'insufficienza da colmare. La macchina fotografica diviene protagonista solo quando il pennello si dimostri insufficiente. Perché i sogni, le fantastiche e libere immagini dell'inconscio, non hanno corpo. La pastosità del colore, la levigatezza di un marmo sarebbero risultati inadeguati. Bisognava imbarcarsi in nuove sfide, saggiare nuove strade. |
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Nel
1915 Man Ray ha già al suo attivo una mostra personale e
qualche partecipazione, e amicizie del calibro di Marcel
Duchamp e Alfred Stieglitz contribuiscono in modo
determinante ad incrementare e consolidare la sua produzione
artistica, per il momento circoscritta a collage,
assemblage di tono dadaista, ma soprattutto dipinti
(spesso creati con l'utilizzo dell'aerografo, con il quale
maturerà un'abilità quasi proverbiale). Ed è proprio la
necessità di riprodurre queste sue prime opere - ad uso di
galleristi e collezionisti - che lo spinge, a partire da
questa data, ad impugnare la macchina fotografica,
considerate le sue magre finanze e l'insoddisfazione per
l'operato degli altri fotografi: meglio provare a far da sé.
Matura così, a partire da un'impellenza quasi 'burocratica',
la sua ossessione per luci ed ombre: le opere - che col
passare degli anni si orientano sempre più verso la
tridimensionalità -, investite solitamente da forti luci
laterali, si vestono di buio, uscendone solo a tratti, come
avvolte in densi panneggi d'ombra che aggiungono mistero a
quelle già misteriose composizioni.
Per comprendere meglio l'originalità e la solerzia di
tale ricerca, basta guardare una foto come Elevage de
poussière ('Allevamento di polvere'): Man Ray si
prefisse di far accumulare per alcuni mesi la polvere in un
angolo del suo studio solo per poi poterne studiare,
fotograficamente, i giochi di luce.
"Detesto coloro che ammirano l'abilità tecnica della mia
opera", scrisse. A costo di guadagnarci l'antipatia postuma
di un Mostro Sacro, sarà comunque il caso di spendere ora
qualche parola riguardo l'espressione artistica (e tecnica)
più caratteristica di Man Ray: la rayografia. |
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Rayografia |
Ad onore del vero - nonostante ciò assesti un colpo quasi
mortale alla poesia dell' Invenzione Geniale -, è bene
ricordare che il procedimento che sta alla base delle
rayografie fu più volte sperimentato nel corso delle decadi
precedenti, a partire addirittura dal 1839, con i Photogenic
Drawings di Fox Talbot (intuizione fondamentale, che porterà
all'invenzione del calotipo e che è alla base del
procedimento fotografico moderno, fondato sulla stampa di
molteplici positivi a partire da un unico negativo), per essere poi
variamente ripreso, passando da Christian Schad nel 1918 (le
'schadografie'), fino a Moholy-Nagy, che inventò (di nuovo!)
quella stessa tecnica contemporaneamente a Man Ray,
realizzando i suoi 'fotogrammi'. Insomma, verrebbe da dire che non può mai esserci niente di davvero nuovo sotto il Sole: procedimenti identici 'riscoperti' ciclicamente, e nominati più o meno egocentricamente. Ovviamente, quindi, l'unica cosa che può accreditare in parte il termine 'invenzione' è esclusivamente l'approccio intellettuale, l'idea da cui si parta per sfruttare quell'unica, vecchia tecnica. E se con Fox Talbot si trattava di un procedimento ancora meramente meccanico (che si esauriva nel constatare con stupore la dettagliatezza con cui una pianticella si riproduceva sulla carta impregnata di nitrato d'argento), con Man Ray siamo in tutt'altro universo. |
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L'universo dell'inconscio, del sogno,
dell'automatismo psichico, dell'arbitrarietà come unica
regola, della casualità come unica certezza, e via di
illogicità dicendo: insomma, l'universo delle avanguardie
artistiche; dadaismo e surrealismo, nella fattispecie.
Terreno quantomai fertile per chi affermi "Non sono un
fotografo della natura, ma della mia fantasia". Quale materia più appropriata, dunque, per
tentare di dar corpo a ciò che non lo ha, se non la luce? La
casualità con cui i piccoli oggetti trovavano posto sulla
carta sensibile faceva il resto, appagando gli animi
sperimentatori degli anni Venti, in cerca di una Verità
celata in un Altrove in aperto contrasto con la
(borghesissima) realtà visibile, da ricercarsi
perentoriamente con procedimenti anti-accademici (come si
sa, ogni rivoluzione finisce per sviluppare una sua retorica).
La Fotografia, liberata dal vincolo
castrante della riproduzione esatta della realtà, si avviava
a diventare - checché ne pensasse il diretto interessato -
un procedimento artistico sempre più 'puro' (nel senso di
'fine a sé stesso' ed eminentemente estetico). Non più
copiare la realtà, ma superarla, interrogando l'ignoto
attraverso forme e procedimenti, intellettuali prima che
tecnici. Il fotografo diviene così "un meraviglioso esploratore di aspetti che la nostra rètina non registrò mai".
Non a caso Man Ray fu arruolato nelle schiere del
Surrealismo, divenendone honoris causa il fotografo
ufficiale. |
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Uno dei suoi scatti più conosciuti ritrae
una donna (l'amata Kiki, una delle sue modelle storiche)
dalla schiena nuda, ad evocare il dipinto di Ingres Nudo
di spalle, ritoccata con le due "effe" del violino.
L'espressione usata come titolo, Le violon d'Ingres,
rappresentava a quel tempo anche un modo di dire con cui ci
si riferiva comunemente ad un hobby (dire per esempio che il
giardinaggio era il mio "violon d'Ingres" significava che mi
ci dilettavo nel tempo libero; ciò derivava dal fatto che
suonare il violino, appunto, era il passatempo preferito dal
pittore Ingres): quasi che Man Ray, attraverso questo
sottile e ardito gioco di rimandi, volesse ribadire come la
fotografia fosse per lui - lasciatosi alle spalle i periodi
di ristrettezze economiche - un piacevole hobby e niente
altro. |
Sovrimpressione su negativo |
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PER SAPERNE DI PIU'...
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