VISITA AL MUSEO NAZIONALE ALINARI DELLA FOTOGRAFIA
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Un 'viaggio interstellare'
attraverso 160 anni di storia della fotografia. Accade a
Firenze, nel neonato MNAF
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E' il 7 gennaio
1839 quando Daguerre - tramite il celebre discorso dello
scienziato François Arago all'Accademia delle Scienze di
Parigi - vede annunciata al mondo la 'sua' invenzione (le
virgolette sono d'obbligo, visto che gran parte del merito fu
di Nicéphore Niépce, che, anziano e a corto di liquidi,
cedette alle pressioni di Daguerre, mettendocisi in società
e morendo poco dopo): in un
modo o nell'altro, comunque sia, ciò che conta è che la
Fotografia era ufficialmente nata.
Tredici anni dopo, a Firenze, il giovane Leopoldo Alinari
apre un piccolo laboratorio in cui commercializzare la sua
produzione fotografica, coinvolgendo poi anche i due
fratelli e dando vita all'azienda Fratelli Alinari. Ai primi
del Novecento, grazie ad un progressivo e scrupoloso
incremento delle campagne fotografiche, mirate a documentare
capillarmente tutto il territorio italiano, l'atelier dei
Fratelli Alinari si configura come l'azienda leader in
Italia e tra le più importanti a livello internazionale.
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La loggia dell'Ospedale di San Paolo - sede del Museo - in piazza Santa Maria
Novella a Firenze, in una foto dei Fratelli Alinari del 1887
ca. (>©Archivi
Alinari, Firenze)
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Tempio di Saturno al Foro Romano (Roma) in un dagherrotipo del 1845 ca.
di autore non identificato (>©MSFFA,
inv. DVQ 870)
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Arrivando ai giorni nostri, l'archivio (il più antico al
mondo) dell'omonima Fondazione conta un patrimonio di
quasi 3 milioni di negativi b/n e colore sui più
disparati supporti, nonchè circa 900 mila positivi in
tiratura d'epoca; il tutto perlopiù contenuto in 6 mila
album originali d'epoca, tra le cui pesanti pagine fanno
bella mostra di sé più di 160 anni di storia della
Fotografia.
Una premessa niente male, non c'è che dire. Ma c'è
dell'altro di cui esser contenti: è per meglio tener
fede ai suoi originari propositi di tutela, promozione e
valorizzazione di tutto ciò che è riferito alla
Fotografia e alla sua storia, infatti, che la Fondazione
ha da poco regalato all'Italia, finalmente, il suo primo
Museo Nazionale della Fotografia.
Il Museo Nazionale Alinari della Fotografia (MNAF per
gli amici) ha aperto i battenti il 28 ottobre scorso,
suggestivamente immerso in una location d'eccezione come
il duecentesco Complesso delle Leopoldine, affacciato su
piazza Santa Maria Novella e sulla bella facciata
albertiana dell'omonima chiesa.
Grandi nomi nei comitati scientifico e d'onore: François
Cheval (direttore del Musée Niépce di Chalon-sur-Saône),
Luc de Monterosso (direttore della Maison Européenne de
la Photographie), Peter Galassi (curatore del
Dipartimento di Fotografia del MOMA di New York), e poi
ancora Italo Zannier, Anne Cartier-Bresson,
Charles-Henri Favrod, Grant Romer dalla Eastman
House... giusto per dirne alcuni.
800 metri quadri divisi in due spazi distinti: uno per
il museo vero e proprio, l'altro dedicato alle
esposizioni temporanee (per le quali è già pronto un
ricco calendario).
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Ma ora, dopo questa doverosa quanto smagliante scheda
tecnica, iniziamo la visita, inoltrandoci nella leggera
penombra di questi neonati spazi (il cui allestimento
scenografico, per la cronaca, è opera del regista Giuseppe
Tornatore; la poetica metafora a cui si è ispirato è quella
del "viaggio interstellare": un'immersione nel buio di una
sorta di "notte dei tempi" dal quale, magicamente, emergono
luminose immagini di un passato da riscoprire, come
evocativi barlumi di memoria).
Fino a quando non saranno terminati i lavori di recupero del
complesso delle Leopoldine (che in futuro ospiterà, oltre al
MNAF, anche il Museo del Novecento, dedicato all'arte
italiana
del secolo appena passato), il primo ambiente che ci si
trova a visitare è quello dedicato alle mostre temporanee:
ma ne parleremo meglio più avanti.

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Uno scorcio dell'allestimento
della collezione permanente del Museo (©Archivi Alinari, Firenze)
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Dagherrotipo,
mezza lastra. Un'intima immagine, in
controtendenza rispetto ai rigidi canoni del
tempo, colta da un dagherrotipista non
identificato intorno al 1850 (©MSFFA, collezione Romer, inv.
DVQ 930)
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Spostiamoci invece subito all'interno della collezione permanente: gli spazi, a dir la verità, sono a tratti un po' angusti, e il percorso non è intuitivo, frammentato com'è lungo gli stretti corridoi. Ma ogni altra eventuale lamentela viene messa a tacere, non appena ci si trovi di fronte alla brillantezza specchiata dei primi dagherrotipi, che ci introducono con la loro stupefacente dovizia di particolari alla prima tappa - delle sette previste a scandire il percorso -, dedicata alle Origini della fotografia
(1839-1860): una breve galleria di nitidissimi sguardi fissi e di pose 'ingessate' che fanno eco alle immagini di architetture monumentali. Il ritratto e la foto di architettura (ancora prettamente documentaria, s'intende) furono infatti i generi prediletti (per necessità più che per gusto) da questi pionieri della fotografia; i diversi minuti necessari per impressionare le lastre argentate e sensibilizzate con vapori di iodio dei dagherrotipi imponevano ai soggetti ritratti un'immobilità che gli succhiava via la vita, salvo poi tentare di restituirgliene un po' con ritocchi di colore successivi: non di rado, quindi, ecco apparire, su queste ancora pittoriche pose, gote rosee, pizzi pastello, vestiti color del cielo. Alcune meravigliose eccezioni: l'intimità scomposta di una bambina addormentata, ritratta da un dagherrotipista non identificato intorno al 1850, e la posa ieratica di una madre contrapposta al 'fantasma' del bimbo che tiene sulle ginocchia, che con la sua vivacità si è sottratto all'eterno.

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Apparecchio per dagherrotipi realizzato da Enrico Federico Jest
con ottica Lerebours,
Parigi, 1840 ca. (©MSFFA, comodato Antonetto)
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Album in cofanetto a scrigno, 1890 ca. (©MSFFA)
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Polaroid Model 95, Cambridge (Massachusetts), Usa, 1948:
primo apparecchio per fotografia a sviluppo immediato (©MSFFA)
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Ma il
dagherrotipo, per quanto 'portentoso', era
innegabilmente scomodo: le lastre erano pesanti da
trasportare, il processo di sensibilizzazione
complicato, e come se non bastasse producevano
immagini uniche (positive) e non riproducibili se
non con un'ulteriore sessione di posa. Fu
soprattutto per questi motivi che questo
procedimento fu ben presto soppiantato da quello del
calotipo (negativo su carta), riproducibile e più
agevolmente trasportabile. Numerosi e appaganti gli
esempi esposti (stampe su carta salata e
albuminata), in cui alla 'fredda' e metallica
lucentezza argentata del dagherrotipo si sostituisce
il giallastro 'calore' della porosità e della grana
evidente della carta, che sfalda contorni e
significati, regalando immagini lievi, delicate e
ancor più 'romantiche': soprattutto vedute e
architetture, anche qui, dato che ancora la spinta
fondamentale è quella che mira a testare l'efficacia
tecnica del mezzo, piuttosto che le sue potenzialità
estetico-creative.
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Ma col passare
del tempo una certa libertà compositiva inizia a farsi
strada, timidamente, specie nei ritratti, aprendo uno
spiraglio che guarda già ad una nuova, più autonoma realtà:
è il caso per esempio del ritratto a Giuseppe Palizzi,
scattato da Nadar nel 1857-59, che non per niente inaugura
la sezione L'età d'oro della fotografia (1860-1920),
curata da Italo Zannier.
E', questa, l'età delle rivoluzionarie innovazioni tecniche,
dei negativi su lastre di vetro sensibilizzate al collodio o
alla gelatina di bromuro d'argento (via la grana, si
riconquista la nitidezza perduta, e, grazie alla trasparenza
e alla maggiore sensibilità, i tempi di posa si riducono
sensibilmente), degli esperimenti di fotodinamica di
Muybridge, nonché della crescente 'massificazione' della
fotografia, grazie anche ad invenzioni come l'apparecchio a
obiettivi multipli (ad opera di Disdéri), che permise di
impressionare un'unica lastra con più fotogrammi in una
volta sola, dando vita al fondamentale fenomeno della carte-de-visite.

Felix (o Felice) Beato, Donna giapponese che usa
cosmetici, 1863 ca., stampa all'albumina colorata a mano
(©MSFFA, fondo F. Beato, collezione Malandrini, inv. MFC A
4626-21 )
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E' l'età in cui i nuovi atelier spuntano fuori come funghi,
e accanto alle vedute-souvenir di città e ai ritratti si fa
spazio la vastità della Natura e dell'esotico: la fotografia
conquista nuovi territori, arriva a piantare le sue
bandierine ai piedi delle piramidi egiziane e nell'intimità
di case giapponesi con Felix Beato, sulle vette innevate con
Sella e i fratelli Bisson, sulle pareti scoscese dei
faraglioni di Capri con lo Stabilimento Giacomo Brogi (una
stupenda stampa al carbone, quest'ultima).
E' in questa sezione che matura quello scarto fondamentale
che ci fa passare dalle esclamazioni di stupore rivolte ai
progressi tecnici ad altre - se si vuole più profonde e
appaganti - che nascono dall'emozione della creatività senza
più vincoli, della libertà e varietà compositive.
La fotografia, ora che cammina con gambe più salde
sull'arduo terreno della tecnica, è finalmente libera di
sperimentare le prime capriole estetiche: staccandosi da
terra, lentamente impara a muoversi con la grazia dell'Arte;
cessa di fare il verso alla Pittura, inventandosi un
portamento che sia solo suo.
Entrati nel Novecento (e nella terza sezione, L'avvento
delle avanguardie 1920-2000), a fare gli onori di casa è una fotografia 'cresciuta', autonoma e sicura di sé, che ci guida senza esitazioni attraverso volti e nomi noti, orgogliosa di questa libertà conquistata: Alfred Stieglitz, Wanda Wulz, Man Ray, Cartier-Bresson, Robert Capa, Margaret Bourke-White, Ansel Adams, Dorothea Lange, Diane Arbus, Robert Frank, Werner Bischof, William Klein, Herbert List, René Burri, Salgado, Brassaï, e i nostri Roiter, Berengo Gardin, Giacomelli, Fontana, Basilico... una foto per uno, una carrellata di immagini che sono ormai icone della storia della fotografia moderna.
G. Crupi, Isola a
Capo S. Andrea. Taormina,
1890 ca., stampa all'albumina all'anilina (esposta nell'ambito della mostra temporanea Vu d'Italie ©MSFFA, fondo Crupi )
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Una curiosità.
Lungo il percorso si incontrano strane riproduzioni
tridimensionali di alcune foto (20 in tutto), assemblate con
l'ausilio dei più disparati materiali quali vetro, sabbia,
stoppa, metallo, cotone, corteccia d'albero, carta
velina...sono le 'foto per ciechi'. Realizzate dalla
Stamperia Braille della Regione Toscana, fanno parte di un
'Percorso tattile' realizzato per permettere la fruizione
del museo anche ad ipo- e non vedenti. Per tutti gli altri,
invece, può rappresentare un modo alternativo di 'sentire'
le immagini, attraverso una originale esperienza sensoriale
che metta alla prova un senso 'addormentato' quanto può
esserlo il tatto.
Dopo questa galleria da capogiro, spostiamoci in una buia e
scenografica stanzetta tappezzata di immagini
retroilluminate. E' la sezione Immagini in trasparenza,
dedicata alla magia delle matrici e alla scoperta di
supporti e tecniche di sensibilizzazione di ogni sorta: dai
negativi calotipi su carta a quelli su vetro al collodio o
alla gelatina (bellissimi!), per arrivare alla pellicola,
con un'incursione nelle diapositive (fantastiche quelle su
vetro colorate a mano) e nelle autocromie.
Al piano superiore ci aspettano le ultime tre sezioni. Un
tripudio di apparecchi d'epoca che rende conto dell'intera
storia della fotografia, dai primi apparecchi per
dagherrotipi fino al primo fotocellulare: una sofferenza
inenarrabile per ogni appassionato, che languirà, vedendo
tutto quel ben d'Iddio messo sotto vetro, torcendosi le mani
che vorrebbero tanto poterci giocherellare...almeno un
pochino!
Riacquistiamo un contegno, spostandoci ad ammirare la
collezione di album d'epoca: veri capolavori di ogni foggia
e misura!, dai piccoli cofanetti per custodire un singolo
dagherrotipo, foderati di velluto rosso, agli album da
tavolo istoriati di madreperla e addobbati di sete preziose,
passando per veri e propri 'scrigni' (particolarmente
affascinante un album le cui pagine sono decorate da
romanticissime composizioni di fiori secchi, o i minuscoli
album-souvenir di città).
Concludiamo la visita con la sezione Intorno alla
fotografia, dove è esposta una selezione di materiali
'collaterali' quali manifesti pubblicitari, carte intestate
dei più importanti stabilimenti fotografici, confezioni di
negativi su lastra e ogni altro gadget.

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A sinistra, la bella stampa al carbone dello
Stabilimento Giacomo Brogi (1900 ca. ©MSFFA,
inv. FVQ 198181 ).
A destra, la riproduzione tridimensionale
facente parte del 'Percorso tattile' per non
vedenti: la scabrosità della pietra dei
faraglioni è resa con corteccia d'albero; ad
essa è contrapposta la levigatezza del mare,
reso con del metallo.
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Non contenta,
ho voluto 'testare' le audioguide. E' un servizio che di
solito evito accuratamente, perché non sopporto il loro
imporre un ritmo alla visita. Ma in un museo del genere, mi
sembrava potessero avere un loro perché, se non altro per
venire incontro a quei visitatori che non hanno
dimestichezza con termini specifici quali 'dagherrotipo',
'calotipo', 'albumine' e via dicendo, rendendo più
consapevole - e quindi più godibile - la visita. Niente da
fare: anche stavolta le audioguide mi hanno delusa. Un costo
in più - per quanto irrisorio - del quale a mio avviso si
può fare tranquillamente a meno. Mi sento invece di
consigliarvi un'altra eventuale spesa, quella di 29 euro per
il catalogo-guida al Museo: un bel 'mattoncino' di 309
pagine che, oltre a racchiudere le immagini dell'intera
collezione permanente (molte delle quali commentate una per
una), propone una serie di testi introduttivi alle singole
sezioni, che ne fanno una sorta di sintetico, godibilissimo
e ben fatto manuale di storia della fotografia, da leggere
quasi come un romanzo.
Concludo, tornando sui miei passi, con l'ambiente dedicato
alle mostre temporanee, che animeranno costantemente la vita
del museo: uno spazio non enorme, ma che, come già
constatato per la collezione permanente, sopperisce ad ogni
limite con il fascino e la qualità innegabile dei materiali
esposti. Qui, fino al 10 dicembre, troverete la mostra Vu
d'Italie 1841-1941. I grandi Maestri della fotografia
italiana nelle collezioni Alinari: un meraviglioso
percorso storico-estetico attraverso i primi cento anni
della fotografia. Tra le 'perle' esposte (ma lo sono tutte,
ad esser pignoli), spiccano la più bella veduta di Genova
che abbia mai visto, inquadrata da un idilliaco pergolato
(un'albumina di Celestino Degoix del 1865), un surreale
'chiaro di luna' veneziano (albumina virata del 1875, di
Carlo Naya) e una enorme Piazza San Marco che commuove, con
i suoi lampioni accesi a matita (nella gelatina bromuro
d'argento ritoccata dello Stabilimento Giacomo Brogi, del
1900); simpaticissime le 'scenette di genere' di Sommer e
Conrad (1865), che interpretano alcuni stereotipi italiani
come "il lazzarone", "la pidocchiosa", "il venditore di
angurie"; da lasciare a bocca aperta, poi, la grazia
pastellata delle piccole autocromie di Giorgio Roster. E
potrei continuare all'infinito.
Per chi si lasciasse sfuggire questo appuntamento, anticipo
la possibilità di rifarsi, nel gennaio 2007, con la mostra
in programma dedicata a Walker Evans.
Detto questo: serve per caso che vi consigli caldamente una
visita?
Serena Effe ©
11/2006
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SCHEDA MUSEO:
Il Museo Nazionale Alinari della Fotografia (MNAF) ha sede in Piazza Santa Maria Novella, 14a/rosso (a due passi, davvero due, dalla Stazione centrale di Firenze)
Orario: 9.30-19.30, sabato 9.30-23. Chiuso il
mercoledì
Biglietto (museo+mostra temporanea): Intero 9 euro;
Ridotto 7,50 euro; Convenzioni 6 euro; gratis bambini fino a
5 anni
Audioguide: Singola 4 euro; Doppia 3 euro ciascuna
Cataloghi: Guida al Museo 29 euro - Catalogo Tattile
30 euro (su ordinazione)
Info: tel. 055.216310 - mail - sito web
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