
| WALKER EVANS ARGENTO E CARBONE |
La visita alla mostra
allestita al MNAF di Firenze (fino al 25 marzo 2007, info
qui) è
l'occasione per ripercorrere i due anni più intensi e
significativi di un fotografo che con i suoi 'documenti
lirici' aprì una nuova strada nella fotografia
americana di reportage, e non solo |
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![]() Cucina di casa colonica, Contea di Hale, Alabama, 1936 (©Library of Congress e Martson Hill Editions) |
New York. Borsa di Wall Street. 29 ottobre 1929. |
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Il lavoro dei circa 30 fotografi che fino al 1943 si
impegnarono in questa ambiziosa opera reportagistica
(tra i quali spiccano Dorothea Lange, Ben Shahn,
Russell Lee...) si
concretizzò in oltre 270 mila negativi, oggi conservati
presso la Library of Congress di Washington:
un'operazione che non solo dette vita ad un immane affresco di un
popolo e di un'epoca, ma che seppe altresì imprimere una
svolta nella storia della fotografia americana. Uno dei nomi che più influì sui futuri sviluppi fotografici fu proprio Walker Evans, nonostante la sua esperienza nella FSA si sia esaurita tra il 1935 e il '37: due anni particolarmente intensi - che furono, tra l'altro, il suo primo impiego stabile in veste di fotografo - che lo videro aggirarsi, in incognito, entro gli Stati più arretrati e in difficoltà del Sud e del Centro degli Stati Uniti (West Virginia, Pennsylvania, Lousiana, Mississipi, Georgia, Carolina del Sud e Alabama), maturando uno stile che farà scuola e che traccerà i contorni di quella che rimarrà la stagione più fertile e significativa della sua carriera. Evans si distinse subito per la sua insofferenza nei confronti delle rigide imposizioni governative - soggetti da privilegiare, scadenze e richieste di ingenti quantitativi di immagini da rispettare - e portò avanti il lavoro in maniera piuttosto autonoma; una 'ribellione' tollerata solo in forza delle sue riconosciute doti di fotografo, che non poté però non sfociare in una prematura rottura.
Gioverà a questo punto accennare, per meglio comprendere
lo scarto stilistico emergente dalle immagini di Evans,
al panorama della fotografia americana precedente agli
anni qui presi in considerazione (con in mente nomi
quali Alfred Stieglitz e Edward Steichen): una fotografia che
ancora indulgeva nella ricerca di effetti pittorici,
lasciandosi spesso sedurre dalle linee moderniste
dell'Art Dèco e, in generale, dalla piacevolezza visiva; una fotografia che voleva essere, più di
ogni altra cosa, arte. Appare immediatamente chiaro,
osservando anche solo le poche foto qui riportate, la
controtendenza che ci troviamo ad analizzare. |
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| Lo sguardo è distaccato, quel
tanto che si conviene per dar vita ad immagini che, pur
concentrandosi sulla rappresentazione di stenti e povertà,
non si lascino andare al benché minimo patetismo
commiserativo. Una distanza che non è cinica indifferenza,
quanto piuttosto volontà di lasciare il campo libero al
reale, così che possa esprimersi a suo piacimento,
scegliendo il tono adatto al momento senza che gli venga
suggerito dall'interpretazione di chi lo osserva. C'è questa sorta di rispettosa deferenza in Evans, nei confronti della realtà 'così com'è': la accoglie intera, imperfetta, senza osare modificarla o alterarla in alcun modo ("Dio l'ha sistemata così, non potrei toccarla."); non la cerca neanche: aspetta che sia lei a venirgli incontro ("Io non cercavo niente; le cose mi cercavano; sentivo che mi chiamavano"). |
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Evans immortala un mondo desueto, che sembra venire da un
passato remotissimo ed essere destinato ad un'immobilità
perpetua, tanto appare radicato in se stesso. "Se io non
vedo che il prodotto è una trascendenza della cosa , del
momento reale, non ho raggiunto niente e allora lo scarto":
è una sorta di universalità, quella che Evans tenta di
cogliere in ciò che vede; mira ad una rappresentazione che
alluda alla condizione dell'uomo al di là della contingenza
di spazio e tempo (e al di là della specifica 'missione'
affidatagli), che lasci naturalmente emergere quel 'significato
mistico' di cui ogni luogo si fa inconsapevole ed
ingenuo portatore (qui più che altrove). Le circa 100 immagini esposte nell'ambito della mostra "Walker Evans. Argento e carbone" allestita al Museo Alinari della Fotografia di Firenze (visitabile fino al 25 marzo 2007) ben rappresentano queste caratteristiche, attraverso una selezione di scatti che rendono ampiamente conto dei soggetti privilegiati da Evans: sparuti villaggi-fotocopia abitati da minatori, mezzadri e fittavoli di piantagioni di cotone, umili e spogli interni casalinghi (uno più toccante dell'altro; questa serie è a mio avviso una delle più compiutamente riuscite), negozi che sono poco più che baracche e vetrine la cui merce è ridotta all'essenziale. L'essere umano vi compare talvolta (e numerosi sono anche gli intensi ritratti che si concentrano sulla fierezza di sguardi e volti lavorati dal sole e dalla fatica), ma nella maggior parte dei casi domina la desolazione di luoghi in cui la presenza umana si limita ad essere allusa attraverso edifici che l'uomo è solito frequentare (chiese, stazioni di servizio, uffici postali) o tramite l'ingombrante presenza di insegne e cartelloni che pubblicizzano prodotti che l'uomo si presume debba consumare; 'si presume', appunto, perché in realtà quelle icone consumistiche creano un contrasto stridente con l'ambiente circostante, ben lungi dall'essere in grado di acquistare beni superflui o di assistere a qualsivoglia spettacolo teatrale tutto paillettes e lustrini. Emblematico, tra i tanti, lo scatto che ritrae un malconcio carretto trainato da due muli e parcheggiato di fronte ad un alto muro completamente spoglio, se non fosse per un improbabile manifesto di uno spettacolo teatrale zeppo di vorticose ed elegantissime ballerine: un'immagine senza titolo, perché difficilmente a parole si potrebbe esprimere più di quanto già non facciano da soli quei tre miseri, lampanti, assoluti soggetti.
Sono luoghi in cui il boom economico degli anni
Venti non ha fatto in tempo ad arrivare; luoghi per questo
'innocenti', ma nei quali, paradossalmente, si sconta ora la
pena più pesante. E' qui che si paga l'ammenda più alta per
un benessere cresciuto, altrove, a dismisura e troppo
velocemente. Sarebbe stato facile, considerato questo stato
di cose, trasformare ogni scatto in dolente testimonianza di
un martirio: una delle abilità maggiori di Evans sta proprio
nell'essere riuscito ad evitarlo. |
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![]() Insegna di negozio di arredamento nei pressi di Birmingham, Alabama, 1936 (©Library of Congress e Martson Hill Editions) |
A parte il catalogo della mostra in questione (Walker Evans. Argento e Carbone,
Alinari 2005. 63 pagg., 70 foto b/n, testo it/in, 25x25cm; 20 euro, che scendono a 16 se si acquista presso il bookshop
del Museo), segnalo un libro particolarmente interessante per comprendere più
a fondo l'esperienza svolta da Evans nell'ambito della FSA;
si tratta della riedizione italiana di Let Us Now
Praise Famous Men ('Sia lode ora agli uomini di fama'):
una selezione di fotografie di Evans accompagnata dalle
parole del poeta-scrittore James Agee, che con Evans
condivise l'esperienza di vita a stretto contatto con una
famiglia di mezzadri. Il testo fu pubblicato nel 1994 in
versione economica, oggi esaurita: con un po' di fortuna
potrete trovarlo in qualche reparto Remainders; la
successiva edizione del 2002, più prestigiosa e inevitabilmente
più costosa, la trovate segnalata più dettagliatamente nella
nostra
Biblioteca Ideale (sezione 'Cataloghi e Immagini') Serena Effe © 02/2007 |
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