IL BECCOFRUSONE OCCUPATO
Vitantonio Dell'Orto, luglio 2008

Vitantonio Dell'Orto © Nadir Rino GiardielloIl Beccofrusone è uno degli uccelli europei più singolari. Il suo nome inglese (Waxwing, letteralmente "ali di cera"), sintetizza perfettamente la bellezza del suo piumaggio stilizzato, così compatto da apparire come dipinto. Nella stagione fredda si raduna in stormi ed effettua migrazioni parziali che talvolta dal Nord lo portano fino al centro Europa e alle Alpi, allorquando invade i centri abitati alla ricerca di quelle bacche di sorbo che rappresentano gran parte del suo sostentamento invernale. È in tale circostanza che stavo cercando di avvicinarmi ad un gruppo di Beccofrusoni intenti a spogliare alcuni arbusti. Il fatto che si alimenti anche nei borghi non significa che sia un animale confidente; non appena mi accostavo, necessariamente allo scoperto, lo stormo si involava per tornare solo dopo un quarto d'ora, non lasciandomi comunque mai arrivare a meno di una decina di metri.

È con un certo stupore quindi che mi accorgo di un esemplare in terra nella neve, comportamento di per sé anomalo, a pochi metri da me. Lo spio con la coda dell'occhio per qualche minuto, mentre continuo ad osservare le evoluzioni acrobatiche dei suoi compagni; per tutto il tempo resta tranquillo e accovacciato. Comincio a chiedermi se ci sia qualcosa che non vada in lui. Magari il freddo l'ha debilitato, o ha problemi a volare. Decido di verificare e mi avvicino pian piano, camminando bocconi, avendo montato un teleobiettivo da 300 sul treppiede: l'animale non mostra alcuna reazione.
Arrivo a 5 metri e ancora non da' segni di insofferenza… ora però lo vedo contorcersi stranamente: si allunga stirando le ali, oscillando il capo fino a infilare il becco aperto nella neve. Un moto di compassione mi prende: ho già visto altre volte comportamenti del genere, ed erano sempre forieri di pessime notizie. "Non riesce più a volare, è sicuramente ferito o malato", mi dico, e sto già pensando di raccoglierlo per tentare di salvarlo. Mentre penso questo monto un flash di schiarita; evidentemente il fotografo che è in me alza la voce e pensa che un po' di sano opportunismo non guasti mai, in questi casi. Non saranno certo due scatti in più a cambiare lo stato delle cose, cerca di convincermi la vocina, quale che esso sia.

Lui, il Beccofrusone, mi guarda indifferente e ignaro del dibattito interiore, mentre mi faccio sempre più sotto, fino ad arrivare a quel metro e venti che è la minima distanza a cui focheggia il mio obiettivo. Ora non ho più dubbi: un animale sano non rimarrebbe lì a farsi fotografare. Ogni tanto si allunga, apre le ali, china il capo, uno spettacolo straziante… All'improvviso vola via. Vola veloce, sicuro, dirigendosi senza esitazioni col suo volo forte e rettilineo verso lo stormo che osserva tutta la scena cinquanta metri più in là, lasciandomi chino e a bocca aperta.

Dalla preoccupazione passo al sollievo, ma mi chiedo com'era possibile che si fosse lasciato avvicinare tanto, se era così in salute. Deciso a risolvere l'enigma mi avvicino al punto in cui era accucciato. Il calore del corpicino ha sciolto la neve sottile creando una piccola radura erbosa, in mezzo alla quale spicca… una montagna piramidale di escrementi, un cumulo di bacche indigerite alto la metà di lui! Questo spiegava tutto: l'oggetto della mia compassione in realtà mi tollerava appena, perché chiaramente in tutt'altre faccende affaccendato. Anzi, per meglio dire…"occupato".

Vitantonio Dell'Orto © 07/2008
Pubblicato sulla rivista Oasis nella rubrica "L'immagine raccontata"