FIGLI DI UN DIO MINORE
I limiti della divulgazione. Animali di serie A e altri di serie B

Vitantonio Dell'Orto, settembre 2011

Un avvoltoio orecchiuto (Torgos tracheliotus): si può davvero definire "brutto"?

Inutile negarlo: ci sono animali di serie A e altri di serie B. Esistono nel sentimento popolare, e di conseguenza nel passaggio dalla ricerca scientifica alla divulgazione, in particolare quella per immagini, si avvera una sorta di discriminazione che privilegia in genere gli animali più simpatici, "carini", più vicini all'esperienza umana, lasciando da parte gli altri; tra questi alcune delle categorie in cui la biodiversità si esprime al massimo, come gli invertebrati, per fare un esempio, oppure i vegetali. Le specie più affini all'uomo (l'Essere superiore!) vengono privilegiate, altre sono popolari solo per le emozioni forti che inducono, se sono mostruose, o colpiscono in qualche modo l'immaginazione, come le mantidi del numero scorso. Alcune categorie di animali vengono addirittura soppresse senza esitare per mero istinto di repulsione (ragni, serpenti); istinto che ha radici genetiche, probabilmente, e che condividiamo con gli altri primati… ma, diamine, credo che potremmo permetterci più self control di uno scimpanzé, tutto sommato, anche se condividiamo il 98% del genoma.

In realtà lo scienza insegna che la biodiversità significa proprio pari dignità di ogni creatura: la parola chiave è differenziazione. Darwin stesso non concepiva l'evoluzione delle specie come una progressione da inferiore a superiore, da peggiore a migliore. Solo nei suoi ultimi anni, forzato dal consesso scientifico e politico, parlò di "progresso" nell'evoluzione. Il valore dell'evoluzione sta piuttosto nella diversificazione per cui ogni animale è adatto al suo specifico ambiente; hanno quindi diritto di uguale cittadinanza animali complessi e animali semplicissimi… chi può dire quale animale è "migliore", più degno di essere conosciuto? Ogni cosa è relativa, ha valore nel contesto in cui si sviluppa; la vita è differenza, e la diversità è ricchezza, come qui leggerete spesso.

Eppure è vero, forse inevitabile: alcuni soggetti risultano più accattivanti per l'animo umano. Ragioniamo per istinto, siamo sensibili agli stimoli emotivi e così antropocentrici da essere attratti da qualsiasi cosa riferibile a noi: un'espressione, una smorfia, un atteggiamento. Questo è tanto più vero nella foto di natura perché qui l'elemento umano non esiste, viene volutamente escluso. Di conseguenza certe immagini spiccano ancor di più: grandi animali con grandi occhi, buffe scimmie, feroci squali e grandi gatti (leggi leoni), ed altra carne da copertina.

La responsabilità dei media è grande, poiché cavalcano il pregiudizio per acquistare gradimento. Forse non può essere altrimenti, quando un mezzo di informazione ha come scopo non tanto l'informazione tout court, ma il profitto attraverso di essa. La spettacolarizzazione, come spesso accade, porta alla banalizzazione. Le conseguenze possono essere pesanti, visto che la sensibilità dell'opinione pubblica dovrebbe orientare (il condizionale è d'obbligo) le scelte delle classi governanti. Ci si angustia per la sorte della rondine, ma non ci tocca quella dell'ibis eremita, per citare un uccello "sgraziato" e quasi estinto, o di un avvoltoio, brutto e dalle abitudini così poco urbane, nonostante siano più minacciati. E non passa mai per intero il concetto che se si estingue un insetto, forse è la foresta in cui vive ad essere in pericolo, e che è in gioco molto più che una singola specie.

Il ruolo della fotografia è importante: non si può amare ciò che non si conosce, ma ancor di più sono convinto che non si possa conoscere davvero ciò che prima non si ama. La funzione dell'immagine non dovrebbe essere solo documentativa, quindi, ma, cosa anche più importante, di stimolo emotivo: il primo passo è la fascinazione, poi verrà l'approfondimento; non è necessario conoscere la biologia di un fiore per restarne affascinati, come non è necessario sapere come funziona il motore per guidare un'auto. È la magia ciò che ci muove. È quindi responsabilità anche del fotografo naturalista, che sia un professionista o un amatore non importa, fare in modo che parte di questa magia investa anche i soggetti meno considerati, ritraendoli e mostrandoli senza reticenze.

Vitantonio Dell'Orto © 09/2011
Pubblicato ne "L'Arzigogolo 161"