FOTOGRAFARE A MENO 20
Fotografare anche in condizioni impossibili a causa del freddo

Vitantonio Dell'Orto, febbraio 2004

Nadir Magazine ©

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Già nel primo autunno, sulle nostre montagne, è possibile imbattersi nel "vero" gelo: intorno ai meno 10° anche il flusso dell'acqua di un torrente comincia a ghiacciare, disegnando complesse trame sulla superficie dell'acqua.

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La foresta di betulle nella caratteristica luce del "giorno" oltre il Circolo Polare.

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Il dog-sledge, la slitta trainata dai cani, non è solo un mezzo di locomozione affascinante ed ecologico, ma è anche l'unico possibile in alcune delle aree protette della Lapponia, dove non è consentito l'accesso alle motoslitte.

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Le tracce dell'involo di una pernice bianca fotografate a meno 40 gradi. La pernice bianca ha sviluppato specifici adattamenti alle bassissime temperature. Altrettanto non può dirsi dell'animale fotografo, che necessita di un adeguato abbigliamento.

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La Cincia siberiana è uno dei pochi animali in grado di superare gli inverni artici, cosa sorprendente se si pensa che deve mantenere una temperatura interna di 41 gradi in un corpicino di una decina di grammi.

Ogni anno in questa stagione appaiono puntuali, sulle riviste del settore, articoli su "Come fotografare in inverno o sulla neve: consigli sull'esposizione e idee per gli scatti". Ma dal punto di vista pratico, cosa significa fotografare quando fa davvero freddo, quando le temperature scendono abbondantemente sotto lo zero e arrivano a mettere in difficoltà il fotografo, oltre che l'attrezzatura?

Lo spunto è nato dall'esperienza personale durante un viaggio invernale in Lapponia, dal quale ho tratto una serie di indicazioni pratiche, utili anche in altre situazioni. Non è infatti necessario addentrarsi in sperdute lande circumpolari (anche se di certo aiuta…) per trovare temperature estremamente rigide; sulle nostrane piste da sci o sugli altopiani in quota (Livigno, tanto per citarne uno), è possibile provare il brivido, termine quanto mai azzeccato, dei meno 20° e oltre anche alle nostre latitudini. In questo periodo di estremizzazione dei fenomeni climatici, è poi possibile incorrere in temperature di meno 15/20° persino in pianura, come si è visto anche di recente.

L'uomo e il grande freddo
Va detto, per cominciare, che il freddo estremo è un fenomeno a cui accostarsi con la dovuta cautela. A 20 gradi sotto zero e oltre, l'impatto della temperatura sul fisico umano è notevole. L'autonomia di cammino si riduce drasticamente, le energie si consumano con una rapidità sorprendente, il respiro si fa affannoso; le estremità del corpo sono in continuo pericolo di congelamento, se non adeguatamente protette; rischio particolarmente subdolo in quanto, per la perdita di sensibilità, può accadere di accorgersene quando è tardi (il naso, in questo senso, è particolarmente esposto). Persino la normale respirazione va controllata con attenzione: espirazioni profonde e repentine possono causare danni a carico dei polmoni, per cui è necessario schermare la bocca per "filtrare" minimamente l'aria in ingresso.
Per aiutare il fisico a sostenere gli sforzi del muoversi all'aria aperta possiamo consumare alimenti ad alto contenuto calorico e facilmente assimilabili, come dei dolciumi o del cioccolato. Una curiosità: proprio per le sue caratteristiche energetiche la pietanza preferita dai pastori lapponi in inverno è l'italianissima pasta, pur se in una versione nordica a cottura ultrarapida; e potete immaginare la mia sorpresa quando ho addirittura scoperto che amano condirla con pesto genovese, di cui sono golosi, e che infatti si può trovare in ogni spaccio alimentare della Svezia settentrionale. Le bevande calde sono benvenute, e tra queste è preferibile il the, che ha un effetto tonificante e eccitante.

L'abbigliamento
Facile intuire quindi come l'abbigliamento, forse non argomento "fotografico" in senso stretto, sia molto importante in senso assoluto quando ci si muove nel freddo, e d'altra parte è impensabile riuscire a pensare "fotografia" quando si battono i denti o le mani perdono sensibilità, per limitarsi ai disagi minori. In realtà il modo di vestirsi è uno dei punti fondamentali per qualsiasi attività all'aperto, e ciò è vero a maggior ragione quando il freddo è molto intenso.
Per un freddo rigido ma non estremo un abbigliamento caldo di tipo tradizionale (pile, piumino) può essere sufficiente, soprattutto se a tenuta di vento (in presenza del quale la dispersione di calore si impenna rapidamente); quando fa davvero freddo, oltre i 20 gradi sottozero, meglio ricorrere a qualche capo tecnico, come la biancheria in tessuto speciale termico (tipo il capilene), che trattiene il calore corporeo e aiuta a ridurre la traspirazione. Lo stesso dicasi per calzature e calzettoni. La protezione esterna ideale resta la tuta intera imbottita: di uso comune nelle regioni artiche (dove è noleggiabile ovunque), garantisce il massimo di tenuta a dispetto di un aspetto estetico non esattamente in linea con gli ultimi dettami della moda da stazione sciistica.
Contrariamente a quanto si pensa, il Goretex non si rivela il materiale ideale, perché traspira difficilmente, col risultato di lasciare intrisi di sudore (cosa da evitare il più possibile). I mushers, i conduttori di slitte, lo definiscono con una punta di sarcasmo "stoffa da cittadini" e preferiscono affidarsi a materiali più tradizionali, o al "Ventile", un particolare tessuto di origine inglese, caldo e traspirante.
Nota a margine: infagottati in indumenti che poco spazio lasciano ai movimenti, ci si riempie di meraviglia e di invidia pensando agli animali selvatici che con semplici adattamenti si muovono agevolmente, laddove noi ci muoviamo come astronauti sulla superficie lunare.
I guanti sono un accessorio dal quale non si può prescindere: come ogni estremità, infatti, le mani sono più soggette di altre parti del corpo ad una rapida perdita di calore. Nella mia esperienza i migliori sono le cosiddette muffole, i guanti "interi", ma nella versione che io chiamo affettuosamente "cabriolet", cioè quelli che, spostata la protezione, lasciano le dita indipendenti, seppur con l'ultima falange scoperta. Una copertura totale delle dita, forse più sicura dal punto di vista termico, inevitabilmente sottrae la gran parte della sensibilità sui comandi e sul pulsante di scatto.
Teniamo presente che usciamo per fotografare, e almeno in questo caso la priorità va quindi alla funzionalità. Scopriremo le dita solo al momento della ripresa, avendo cura di non toccare mai parti in metallo, per poi ricoprirle non appena possibile. Va detto che alcuni modelli permettono l'inserimento nella fodera di elementi termici preriscaldati.
Sempre per rimanere nel campo della protezione delle estremità, una fascia paraorecchie sarà utilissima per proteggere questi organi così sensibili; meglio ancora un copricapo di pelliccia possibilmente sintetica, non solo per ragioni etiche, ma anche perché i capi in pelo animale tendono a perdere peli che finiscono inevitabilmente sull'attrezzatura, impastandosi con il vapore generato dalla traspirazione. Per quanto riguarda la protezione del viso e della bocca, mi sono trovato bene con uno "scaldacollo" in pile, comodo ed eclettico nell'uso, mentre il passamontagna intero risulta troppo limitato nella visibilità.

L'attrezzatura: lo zaino
Lo zaino è lo strumento principe per trasportare l'attrezzatura sul campo, ed anche in questo caso adempie al suo dovere; teniamo presente che stiamo parlando di fotografia outdoor, che presuppone un minimo di spostamenti a piedi o con altro mezzo (slitta, sci, racchette da neve). A questo proposito, mi sono sempre chiesto che senso avessero le cinghiette di prolungamento delle clip sulle cerniere a lampo, sui vestiti e sugli zaini. Ho avuto modo di rendermene conto direttamente, con le mani ingombrate da spesse muffole; nello stesso istante mi sono reso conto che quelle in dotazione sono spesso di lunghezza insufficiente. Il consiglio è di allungarle ulteriormente con nastri di stoffa o di corda. Lo zaino dovrebbe essere sufficientemente grande da accogliere anche del cibo o altri generi di conforto, come un thermos per le bevande calde.

I corpi e le ottiche
Per quanto riguarda la mia esperienza, durante un mese trascorso a temperature variabili tra i meno 10 e i meno 40, non ho avvertito la mancanza di un corpo meccanico e manuale che funzionasse senza pile (avevo comunque portato con me una Nikon FM2n, rimasta inutilizzata). F100 e F90x si sono comportate in modo soddisfacente, considerate le condizioni climatiche, richiedendo solo cambi di batterie più frequenti del solito, oltre agli accorgimenti oggetto di questo articolo.
L'unica anomalia visibile, presente dai 15° sotto zero, è stata la scomparsa del valore di diaframma nel display del corpo macchina, cosa che farebbe supporre che il sistema "perda" la modalità Matrix (un po' come se l'ottica non fosse AF), senza peraltro che questo si sia notato nella lettura esposimetrica, sempre corretta. A parte questo, l'impressione è che le attuali reflex elettroniche, almeno per quanto riguarda la fascia medio/alta di prodotto, sono affidabili in un range di condizioni d'uso e di tempo che in sostanza è lo stesso in cui può operare il "corpo macchina" del fotografo. La speranza è che lo stesso si possa dire delle digitali, che inevitabilmente ne prenderanno il posto.
Vista la scomodità nel maneggiare il treppiede, come vedremo dopo, si rivelano molto utili gli obiettivi stabilizzati. Va tenuto presente che, in presenza di condizioni ambientali così particolari, qualsiasi considerazione su qualità e luminosità delle ottiche passa in secondo piano di fronte all'esigenza di un corredo il più possibile leggero e funzionale sul campo; benvenuta quindi la comodità delle ottiche zoom, che permettono di evitare il più possibile i cambi di obiettivo.

Le batterie
Purtroppo le nostre fotocamere sono esigenti, e non si accontentano di una barretta di cioccolato. Come è facile intuire i problemi principali legati all'attrezzatura riguardano proprio l'alimentazione. Le batterie, anche quelle al litio che pure mostrano una maggior efficienza e durata con freddo intenso, tendono a perdere la carica dopo un tempo che varia a seconda della temperatura raggiunta. Per dare un'indicazione di massima, la mia F100 dotata di MB15 con 6 pile alcaline nuove ha funzionato per una trentina di minuti prima di cedere, nonostante avessi l'accortezza di estrarla solo per lo scatto; la temperatura era di meno 41 gradi, obiettivamente difficile da incontrare, ma il dato non varia grandemente anche a meno 20/25 gradi, un freddo che nelle nostre montagne non è infrequente.
La prima raccomandazione, la più scontata, è di uscire ogni volta con pile fresche nei corpi macchina, e di portarsi dietro un ricambio, meglio se già alloggiato negli appositi portabatterie (acquistabili come ricambio) laddove la fotocamera li preveda. Le pile di ricambio vanno tenute possibilmente nelle tasche interne, a contatto col calore corporeo; questo è adeguato per temperature fino ai meno 15/20°, mentre può rivelarsi insufficiente con temperature inferiori. In questo caso è opportuno dotarsi di elementi riscaldanti da conservare nelle stesse tasche alle batterie di ricambio.
Una soluzione pratica, realizzabile con un minimo di manualità, si ottiene modificando un portabatterie di ricambio della reflex, in modo da farne uscire un cavo di un paio di metri di lunghezza che andrà collegato ad un pack portapile standard (si trova facilmente in un negozio di forniture elettriche) che terremo in tasca o ancor meglio nello zaino con gli elementi riscaldanti; il tutto con una spesa di pochi Euro e senza eccessivo intralcio nell'utilizzo sul campo.

Il treppiede
Veniamo al treppiede, croce e delizia di ogni fotografo che si rispetti, elemento fondamentale del nostro corredo sul quale vale quindi la pena di dilungarsi. Essendo l'oggetto del nostro odio/amore generalmente in metallo, la prima raccomandazione è di non impugnarlo mai a mani nude, pena l'immediata ustione da freddo delle dita, vi assicuro assai dolorosa. Esistono in commercio protezioni imbottite per le gambe, surrogabili con più economici manicotti in materiale isolante per tubi idraulici, disponibili in vari diametri. Resta il problema delle sezioni non protette, quelle estraibili, per le quali occorre prestare attenzione, soprattutto perché il momento della ripresa, e quindi del loro posizionamento, è quello in cui più facilmente liberiamo le mani dai guanti.
Per quanto riguarda le caratteristiche del treppiede, per una volta le teste a sfera (di cui sono un sostenitore) non si rivelano la scelta migliore: le temperature limitano la fluidità delle teste stesse e l'efficienza dei lubrificanti; i comandi, di solito a rotella o manopola, possono risultare sottodimensionati nell'utilizzo con i guanti, e il sistema di serraggio a vite tende a bloccarsi per il freddo. In questo caso tornano attuali le tradizionali teste a tre movimenti, dotate in genere di leve e pomoli generosamente dimensionati.
Anche per il blocco delle sezioni delle gambe preferisco in genere il sistema a ghiera filettata, perché non occorre applicare una forza laterale per lo sblocco, bensì coassiale; in tal modo non si modifica l'assetto dell'insieme e non si rischia di comprometterne l'equilibrio. Per le medesime ragioni citate per le teste, però, nel caso specifico di grande freddo sono forse più pratiche le chiusure con morsetto di bloccaggio a scatto.
Va detto che in presenza di neve il treppiede sprofonda inevitabilmente nello spessore del manto nevoso. Come fare per risolvere il problema? Niente di diverso dallo stratagemma a cui si ricorre anche per camminare: esistono dei dischi in materiale plastico da agganciare all'estremità delle gambe, sorta di vere e proprie racchette da neve da cavalletto che si rivelano indispensabili, soprattutto in presenza di neve soffice (tipica degli inverni scandinavi). Gitzo ha a catalogo un modello adattabile ad ogni modello di treppiede.

In azione
Prima di uscire è opportuno inserire sempre batterie fresche e rullini nuovi, non solo per ovvie ragioni di autonomia, ma anche per minimizzare la necessità di operare con i corpi macchina all'aperto. Inoltre, è meglio avere le ottiche già montate sui corpi. Sistemiamo nello zaino solo lo stretto necessario, ricoprendolo con strati di pile o lana che permettono di mantenere a lungo una temperatura relativamente alta. Usciamo col treppiede già esteso all'altezza di lavoro, e cerchiamo di lasciarlo sempre ad un'estensione media, per minimizzare gli interventi sugli sblocchi.
Una volta all'esterno, teniamo presente che la differenza di temperatura fa sentire il suo effetto anche all'aperto. Il tappo copriobiettivo, al momento dello scatto, non va riposto in tasca; qui infatti il calore corporeo lo scalderebbe al punto che una volta rimesso sull'ottica la velerebbe istantaneamente di condensa. Lo zaino va aperto il meno possibile: per quanto possa sembrare scomodo, il consiglio è di estrarre le fotocamere solo quando si è deciso di scattare, riponendole poi non appena effettuata la ripresa. Questo prolungherà sensibilmente la durata delle batterie e diminuirà l'impatto del gelo sui corpi, anche grazie al microclima che viene mantenuto nello zaino.
Per previsualizzare un'inquadratura senza guardare attraverso il mirino utilizzo il semplice accorgimento di traguardare la scena attraverso un telaietto da diapositiva che porto sempre con me. È un'abitudine che ho assimilato usando il banco ottico e che si rivela utile in qualsiasi circostanza, oltre ad essere praticamente a costo zero. Con un minimo di pratica diventa intuitivo associare ad una certa distanza occhi-cornice la lunghezza focale corrispondente, e in questo modo si può montare direttamente l'ottica giusta per l'immagine che si ha in mente.
Per aumentare l'autonomia di lavoro delle batterie disinseriamo l'autofocus (laddove non sia strettamente necessario alla ripresa) e accendiamo l'esposimetro solo al momento dello scatto.
Molta cura va riposta nell'evitare il contatto col corpo macchina: anche se l'immagine può suscitare ilarità, vi assicuro che non è per nulla piacevole rimanere incollati al corpo metallico di una reflex con baffi e barba (per non parlare delle labbra), rischiando di trascinarsi addosso fotocamera e treppiede!
In particolare consiglio di detergersi sempre fronte e occhi prima di avvicinare lo sguardo al mirino (utili i mirini tipo "High Eye Point") per evitare di lasciare sul campo qualche sopracciglio; esperienza questa, vi posso assicurare, alquanto dolorosa oltre che imbarazzante. Il calore della pelle e l'umidità del respiro sono sufficienti per creare un velo di brina sulle ciglia o intorno alla bocca, brina pronta a sciogliersi per riformarsi al contatto col metallo freddo, con le conseguenze citate. L'uso di una conchiglia in gomma, o di un mirino angolare, mi avrebbe evitato questo inconveniente.
Si può pensare anche di arrivare a dotare la fotocamera di una copertura in tessuto, una specie di cappottino (simile ai "blimp" insonorizzanti) per utilizzarla senza inconvenienti e mantenerla più calda quando la si estrae dallo zaino.

Meno 20, meno 30… sembra la discesa di un apneista, e in realtà a tali temperature occorre davvero ricorrere ad un po' di apnea. Il respiro si condensa in un attimo e vela inesorabilmente il mirino; attendere che si spanni lentamente non è esattamente confortevole, con un tale freddo. Meglio allora trattenere il fiato e in ogni caso dirigere la nostra espirazione lontano dal corpo macchina o da qualsiasi altro pezzo del nostro corredo.
Sotto i meno 20/25 gradi può non bastare nemmeno quello, a volte. Ho trovato alcuni scatti inspiegabilmente flou, pur avendo la certezza di non aver scattato con le lenti appannate, e usando la fotocamera su treppiede, con pellicole e ottiche irreprensibili per nitidezza. Il calore della guancia, durante il lungo lavoro di inquadratura e messa a fuoco, era evidentemente riuscito a velare direttamente la pellicola attraverso il dorso della fotocamera. Anche in questo caso un mirino angolare sarebbe stato utile per "mantenere le distanze".
Un minimo di attenzione, soprattutto in presenza di nevicate, aiuta a preservare l'attrezzatura: quando cambiamo gli obiettivi, ad esempio, manipoliamoli tenendo sempre l'innesto verso il basso, in modo che la neve non cada sulla lente posteriore; attenzione anche alla neve depositatasi sui guanti: pulirli sempre prima di mettere mano all'attrezzatura.
Un piccolo appunto per i fotografi naturalisti: dimenticatevi le foto alla fauna da appostamento, a meno che non vogliate diventare velocemente parte definitiva del paesaggio naturale, o che siate attrezzati come una spedizione antartica. È semplicemente impossibile resistere fermi in un capanno a temperature così basse.
I disagi non finiscono col rientro alla "base". Stando all'aria aperta, la temperatura all'interno dello zaino si è lentamente allineata a quella esterna, e ce la "portiamo" dietro entrando in un ambiente caldo. L'apertura repentina della borsa produrrà allora un'improvvisa gelata "fuori stagione" su tutto il corredo, che andrà dalla semplice velatura alla vera e propria brinata con tanto di cristalli di ghiaccio, a seconda della portata dell'escursione termica tra esterno e interno. Inutile dire che il ghiaccio, una volta scioltosi, bagnerà il corredo e la borsa stessa con conseguenze poco simpatiche. L'unica soluzione è lasciare tutti contenitori chiusi per un'ora o due, in modo che il riequilibrio termico avvenga in modo graduale. Per fortuna nel caso contrario, uscendo al freddo da un ambiente caldo, problemi di questo tipo non sussistono.
Viene quindi il momento del meritato riposo, ma, se questi accorgimenti possono dare l'idea che sia necessario un arduo sforzo per fotografare all'aperto, qualsiasi fatica sarà premiata dalle atmosfere, dalle luci e dalle situazioni che si possono trovare in questa stagione, al punto che una volta tornati al caldo si ripresenta immediatamente la voglia di uscire di nuovo per godere dello spettacolo di una natura al massimo grado della sua suggestione.

Vitantonio Dell'Orto © 02/2004
http://www.exuviaphoto.it

Vitantonio Dell'Orto è fotografo e scrittore di Natura. Ha raccolto queste note pratiche di fotografia in condizioni climatiche estreme durante un viaggio invernale nella Lapponia Svedese, oltre il Circolo Polare Artico, durante il quale ha fotografato con temperature sino ai 41 gradi sotto lo zero. Il viaggio ha compreso anche un'escursione di più giorni in slitta nel territori dell'Area Laponia, Patrimonio dell'Umanità, il cui diario può essere letto nel suo sito www.exuviaphoto.it nella sezione "Articoli".

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