GLAMOUR IN GRANDE FORMATO
Michele Vacchiano, novembre 2002

La fotografa Manuela Cerri sostiene che fare un ritratto in grande formato è un nonsenso: "Con il grande formato non fai un ritratto" dice, "fai lo still-life di una persona".

Pandora's box. Qui la fonte luminosa è rappresentata da un unico flash posto all'interno del recipiente. La luce che ne scaturisce e investe in pieno il volto della modella, "bruciandolo", rappresenta i mali del mondo che magicamente escono dal vaso, scoperchiato dall'incauta fanciulla. Un semplice asciugamano bianco posto accanto alla fotocamera ha riflesso in parte la luce consentendo la lettura dei particolari non investiti direttamente dal flash (le gambe e i piedi). Fotocamera: Sinar F2; obiettivo: Schneider Apo-Symmar 180 mm f/5,6; pellicola: Fuji Provia 100F.

Bergsteigerin 1. Questa immagine fa parte di una serie che interpreta in chiave ironica e maliziosa il tema dell'alpinismo. L'illuminazione è assicurata da una finestra (schermata da pesanti tendaggi bianchi per ammorbidire la luce) posta a sinistra di chi guarda. Non ci sono pannelli riflettenti né muri bianchi sul lato opposto. Il diaframma è impostato su valori medi (f/22). Per rendere più chiari e delicati i toni della pelle ho utilizzato un filtro arancione (fattore-filtro pari a due). L'esposizione è durata due secondi. La modella era in piedi ma lo zaino che indossava era appoggiato allo schienale di una sedia: questo le avrebbe permesso di rilassare i muscoli del dorso e di mantenere la posizione per il tempo necessario allo scatto. Fotocamera: Wista DX; obiettivo: Rodenstock Sironar 150 mm f/5,6; pellicola: Ilford FP4.

Rose. Fotografia realizzata con il Fujinon da 300 mm e lente addizionale più un leggero filtro flou. Illuminazione naturale e pellicola da 400 ISO tirata a 6400 per incrementare l'effetto grana.

La coperta azzurra. Questa fotografia è stata nuovamente realizzata in luce disponibile, sfruttando la vicinanza di una finestra schermata dai tendaggi. L'uso di un diaframma piuttosto aperto (f/8) ha permesso un moderato "effetto flou" dovuto alla non esasperata nitidezza di tutti i particolari. Fotocamera: Sinar F2; obiettivo: Fujinon W 300 mm f/5,6 con lente addizionale da una diottria; pellicola: Fuji Provia 100F.

Il perché di una sfida
L'affermazione della professionista torinese, volutamente provocatoria, evidenzia un problema reale. Anche se molti grandi maestri hanno realizzato e continuano a realizzare ritratti in grande formato, non si può negare che le procedure lunghe e complesse proprie del grande formato inducono talvolta il soggetto a perdere la pazienza: così, quando si arriva al momento dello scatto, l'espressione del volto ha ormai dimenticato la sua spontaneità. Il meglio che si può ottenere in questi casi è il classico "ritratto in posa", che il più delle volte snatura il soggetto e non permette di coglierne le reali caratteristiche. Non è detto che questo sia ineluttabile, tuttavia è un rischio che bisogna mettere in conto. Per essere sicuri di evitarlo non resta che ricorrere al piccolo o al medio formato, che consentono di scattare rapidamente "inseguendo" le diverse espressioni del soggetto e di "catturarne" gli atteggiamenti più naturali. Il banco ottico potrà eventualmente essere usato per ritratti più "formali" o quando si lavora con modelle davvero esperte.

Se il ritratto in grande formato è difficile, il glamour diventa quasi impossibile quando si ha a che fare con una modella non professionista: conosco ragazze che perdono la pazienza già nei pochi secondi necessari a inquadrare e mettere a fuoco con una reflex, figuriamoci con un banco ottico!

Così, più per gioco che per lavoro, ho provato a vedere che cosa succede quando si tenta di realizzare nudi in condizioni "selvatiche", cioè non in studio (e quindi senza un parco-luci adeguato) e con modelle abituate sì a posare davanti all'obiettivo ma non a rimanere immobili per dieci minuti.

La differenza fondamentale fra il mio esperimento e il glamour tradizionale sta proprio nell'assenza di un set e di tutte quelle attrezzature che rendono agevole (o per lo meno non troppo scomodo) lavorare con un banco ottico: mi riferisco in particolare agli apparati di illuminazione. In pratica ho usato la stessa attrezzatura e le medesime configurazioni che utilizzo per fotografare paesaggi di montagna, solo che mi trovavo all'interno di un normalissimo appartamento, senza alcun ausilio se non una finestra esposta a nord. Non sembra, ma all'interno di una casa c'è davvero poca luce! Certo, il problema non tocca chi scatta con un obiettivo f/1,4 e una reflex caricata con pellicola da 400 ISO; ma quando i normali diaframmi di lavoro si aggirano tra f/22 e f/32, allora le cose cambiano alquanto. Il flash risolve in parte i problemi, ma sebbene sia facile prevedere la quantità di luce che andrà a colpire il soggetto (utilizzando un semplice esposimetro da flash), diventa molto meno facile prevederne gli effetti sulla plasticità dell'immagine, sulle sfumature, insomma su quell'insieme di parametri, spesso imponderabili, che andranno ad influire sulla gradevolezza della stampa finale. Perciò ho fatto ricorso al flash solo quando volevo ottenere effetti particolari di illuminazione preferendo, per la generalità delle riprese, la luce naturale.

Tutto questo ha trascinato con sé alcune conseguenze. La prima consisteva nel fatto che avrei avuto qualche difficoltà nell'inquadrare e nel mettere a fuoco. La seconda, derivante dai diaframmi di lavoro tipici del grande formato, era rappresentata dai lunghi tempi di otturazione che si sarebbero resi necessari. Ora, il problema sta nel fatto che una persona non può rimanere a lungo immobile, per quanto sia allenata a farlo, e tempi di otturazione superiori a mezzo secondo sono estremamente rischiosi. Un aneddoto: nell'Ottocento - quando erano necessari alcuni minuti per realizzare un ritratto - i fotografi avevano escogitato un sistema infallibile (anche se un po' inquietante) per costringere i soggetti all'immobilità. Si trattava di un'asta di legno verticale fissata allo schienale della sedia. Lungo quest'asta si muoveva (in modo da poter essere regolata in altezza) una forcella metallica il cui scopo era quello di accogliere - stringendola alquanto - la nuca del malcapitato, subito sotto le orecchie. E' evidente che la vittima, pardon, il soggetto, si guardava bene dal muoversi, dato che lo spostamento della testa avrebbe causato un disagio non indifferente. Ho personalmente sperimentato una di queste sedie e posso garantire che la sensazione è tutt'altro che gradevole. Le uniche cose che i poveretti potevano muovere erano le palpebre (il movimento è involontario e si ripete più volte al minuto) e le pupille, che non possono fissare a lungo uno stesso punto. Come conseguenza di questo, gli occhi del soggetto risultavano sempre sfocati sul negativo. All'inconveniente si provvedeva mediante ritocco, il che spiega perché nei dagherrotipi e nelle stampe ottocentesche le persone ritratte sembrano avere gli occhi fissi e spiritati come quelli di un alce impagliato. Non potendo utilizzare simili strumenti (anche perché avrei rischiato come minimo una denuncia penale!) ho dovuto sfruttare il più possibile tutti gli accorgimenti utili ad aumentare la quantità di luce che andava a colpire il soggetto: attendere l'ora di massima illuminazione; utilizzare la vicinanza di tendaggi e muri bianchi capaci di riflettere la luce... Inoltre ho scelto pose che permettessero alla modella di non rimanere a lungo con i muscoli in tensione, cosa che avrebbe inevitabilmente causato movimenti involontari da parte sua. Tranne che in un paio di casi, non ho voluto ricorrere a pellicole di alta sensibilità, preferendo quelle che di solito adopero per i miei paesaggi: per il bianco e nero, Ilford FP4 e Delta 100, nonché Kodak T-Max 100 in confezione a caricamento rapido da usare nel dorso Polaroid 545; per il colore, Fuji Provia 100F, anch'essa in confezione Quickload.

Per le riprese ho utilizzato prevalentemente una Sinar F2 equipaggiata con visore reflex: questo utile accessorio permette di valutare un'immagine non capovolta, anche se con i lati invertiti, ed evita l'impiccio del panno nero in condizioni di scarsa luminosità ambientale. Gli obiettivi: Schneider Apo-Symmar 180 mm f/5,6, Schneider Apo-Symmar 210 mm f/5,6 e Fujinon W 300 mm f/5,6. Per le riprese da vicino ho equipaggiato il Fujinon con lenti addizionali, il che mi ha evitato un esagerato allungamento del soffietto (con conseguente caduta di luce sul vetro smerigliato). Per alcune immagini ho usato una piccola folding Wista DX equipaggiata con diverse ottiche.

Per evitare che la modella si spazientisse ho cercato di ridurre al minimo i tempi di lavoro (soprattutto i suoi). Dopo avere piazzato la macchina sul cavalletto e aver applicato al loro posto obiettivo e visore reflex, ho effettuato dapprima una messa a fuoco approssimativa sul punto dove si sarebbe messa la ragazza, poi una prima misurazione esposimetrica in luce incidente. Finalmente l'ho invitata a mettersi in posizione. A questo punto ho effettuato una misurazione in luce riflessa di tipo spot su più punti dell'immagine, tenendo conto della differenza esistente tra il grigio medio e la pelle caucasica (da uno stop a uno stop e mezzo). Con la massima rapidità possibile ho perfezionato la messa a fuoco usando il comando micrometrico. A questo punto chiudere l'otturatore, impostare il diaframma e inserire lo chassis è stata questione di pochi secondi.

Michele Vacchiano © 11/2002
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