MACROFOTOGRAFIA
MACRO, MACRO ... MICRO !!
Rino Giardiello, febbraio 1998

Il mio amore per il MicroMondo risale a decine di anni fa con la lettura di una miriade di libri in cui il protagonista viene ridotto a dimensioni microscopiche e si deve confrontare con animali altrimenti inoffensivi.

Ricordo dei cartoni animati della Disney, molti fumetti e molti film, ma fra tutti spicca senz'altro il libro di Isaac Asimov "Viaggio Allucinante" (non tutti l'hanno letto ma in molti hanno visto l'omonimo film dove una splendida Raquel Welch a bordo di un sottomarino viene ridotta a dimensioni microscopiche insieme ai suoi compagni ed iniettata nelle vene di una persona). Non ho mai trovato una pozione magica che mi permettesse di ridurre le mie dimensioni, ma la passione per la fotografia mi ha permesso di osservare da vicino e con la dovuta ricchezza di particolari soggetti altrimenti quasi invisibili.

I "palloncini" che vedete nella foto di sopra altro non sono che la muffa che si è formata sulla buccia di una pesca fotografata con il 25mm rovesciato. Le altre foto sono state scattate con il 50mm ed il 35mm.

Il magico nome "Macrofotografia" racchiude il fascino dell'inesplorato ma si presta a numerosi campi di indagine e termini fuorvianti. "Macro"? Allora è grande? Non sarebbe meglio "micro"? Un fiore è macro o è micro?

Solitamente si parla di "macrofotografia" quando si fotografa con rapporti di ingrandimento 1:2, 1:1 e 2:1 (cioè le dimensioni del soggetto sulla pellicola sono la metà, le stesse o il doppio di quelle reali), altrimenti si sta solo fotografando a distanza ravvicinata nonostante le promesse di tanti macrozoom che arrivano si e no al rapporto 1:4.

C'è chi ama fotografare foglie e fiori, chi muffe e pidocchi, chi puntine da disegno e graffette colorate: ogni campo della macrofotografia è affascinante e necessita di attrezzature diverse, di conseguenza cambiano (e di molto) anche i costi.




CHE TIPO DI "MACROFOTOGRAFI" SIETE?

1) SALTUARI

2) COMODI

3) DI QUALITA'




1) SALTUARI - Fotografate di tutto senza grossi impegni, se durante una gita vedete un bel fiore vi fa piacere fotografarlo.

In questo caso conviene sfruttare gli obiettivi normali già posseduti aumentandone le possibilità macro grazie ad alcuni accessori abbastanza economici (lenti addizionali, tubi di prolunga, anelli di inversione). La qualità di questi sistemi è mediobassa dato che un obiettivo normale è ottimizzato per distanze medie e lunghe (sembra incredibile ma un obiettivo non rende in modo costante a tutte le distanze salvo alcuni che hanno, per questo scopo, degli elementi flottanti). Inoltre il rapporto d'ingrandimento è fisso, costringendoci ad avvicinarci ed allontanarci dal soggetto. Unica eccezione sul piano della qualità è l'anello d'inversione: un obiettivo normale, invertito, torna a lavorare in maniera ottimale ed i rapporti d'ingrandimento sono elevatissimi (con il 25mm rovesciato ho fatto il primissimo piano a farfalle, pidocchi e muffe), però funzionano solo in stopdown ed il rapporto d'ingrandimento è fisso. Le lenti addizionali sono le più comode perché, a fronte di una qualità scadente ai bordi, hanno il centro molto buono e si possono applicare a qualsiasi obiettivo mantenendo luminosità ed automatismi. Ottenere un 135 o un 200mm macro per fotografare una farfalla ad 1 metro è una bella comodità e la qualità è sufficiente per divertirsi.

2) COMODI - Non vi piace trafficare con lenti e tubi. Vi piacciono gli zoom di ampia escursione focale che cercate di non smontare mai dal corpo macchina.

Gli zoom fanno già i salti mortali per fornire una resa "dignitosa" su tutte le focali (anche se la soglia del dignitoso resta un fatto personale) e fanno di tutto per accontentarvi nella maggior parte delle situazioni, pretendere una vera macrofotografia di qulaità è davvero troppo. La qualità è mediobassa o bassa a seconda della bontà e del prezzo dello zoom. Oltretutto molti zoom vengono spacciati per macro ma hanno un rapporto di ingrandimento di 1:3 o 1:4 che si può considerare solo "distanza ravvicinata".

3) DI QUALITA' - Vi piace fotografare a distanza ravvicinatissima spesso e volentieri e non scendete a compromessi sulla qualità. In compenso non fate storie per portarvi un obiettivo in più nella borsa.

Purtroppo la qualità si paga. La vera macrofotografia non è solo "rapporto d'ingrandimento" e si fa con gli obiettivi macro, ottimizzati per rendere il massimo alle distanze ravvicinate o, nel migliore dei casi, per fornire prestazioni eccellenti e costanti dall'infinito alla distanza minima di messa a fuoco, non condizionate dal valore del diaframma impostato, e ci devono arrivare senza interruzioni grazie ad un elicoide di messa a fuoco anche doppio o grazie al movimento di elementi interni. Tutti i fabbricanti di obiettivi originali e/o universali, hanno in catalogo un 50-60mm e/o un 90-100 MACRO. Qualcuno va meglio, qualcuno va peggio, ma sono tutti ottimi obiettivi, di solito meno luminosi del corrispondente "normale".

Scegliere il 50 o il 100 dipende dalle esigenze: il telemacro, a pari rapporto di ingrandimento, consente di stare ad una distanza maggiore dal soggetto, il che comporta una serie di pregi (non si disturba il soggetto e non si fotografa la propria ombra). Io ho sempre preferito il telemacro, anzi, avrei voluto il famoso 200 MicroNikkor che la Nikon aveva in catalogo circa 15 anni fa (non so se lo produce ancora). Dopo anni di telemacro ho dovuto però acquistare un 60 macro per l'utilizzo sul riproduttore (il 100 è troppo lungo per il REPRO). Molto comodo anche il soffietto macro dotato di movimenti di decentramento e basculaggio, indispensabili per recuperare preziosi millimetri di profondità di campo, ma non è molto pratico per un uso "sul campo". Trovando un buon soffietto d'occasione, ci si può montare un obiettivo da ingranditore: i risultati saranno eccellenti dato che gli obiettivi per ingranditore sono ottimizzati per le brevi distanze e ci potete scommettere che un economico 4 lenti darà risultati migliori delle soluzioni descritte ai punti 1 e 2.

Rino Giardiello © 02/1998
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LA SCELTA DELL'OBIETTIVO
di Michele Vacchiano

"Buttate via l'obiettivo normale: tanto non serve a niente".

Quante volte abbiamo letto un'idiozia del genere (magari detta meglio) sui manuali o le riviste destinate ai dilettanti? Oppure: "L'obiettivo ideale per il paesaggio è il grandangolo", o ancora: "Gli animali si fotografano solo col teleobiettivo". Non è facile raccapezzarcisi, anche perché - per la serie "poche idee ma confuse" - certi sedicenti esperti non fanno che tramandarsi l'un l'altro una serie impressionante di luoghi comuni che nulla hanno a che fare con la creatività fotografica.

La questione fondamentale sta nel capire che cosa vogliamo davvero e - soprattutto - nel sapere che cos'è e come funziona un obiettivo fotografico. Il resto viene di conseguenza.

"Vedere fotograficamente" significa essenzialmente "sentire" l'inquadratura, saper guardare attraverso il mirino senza lasciarsi influenzare da suggestioni non fotografiche (un odore, un'atmosfera, un suono, la temperatura dell'aria) che la pellicola non è in grado di registrare. Vedere fotograficamente significa anche saper individuare, con ragionevole approssimazione, la focale più adatta a tradurre in immagine il rapporto che abbiamo instaurato con il soggetto.

Scopriremo così che gli obiettivi grandangolari a tutto servono fuorchè a fotografare panorami, dato che il loro vasto angolo di campo rischia di sparpagliare per l'inquadratura particolari indesiderati e di far apparire lo sfondo esageratamente lontano e di fatto insignificante. La vera funzione del grandangolo è quella di esaltare la prospettiva quando una linea di fuga (sia essa sentiero, steccato, torrente, oppure la facciata di un edificio) può essere sfruttata per condurre l'attenzione dello spettatore verso lo sfondo o per dare alla fotografia l'illusione della tridimensionalità.

In realtà la fotografia di paesaggio è il regno dell'obiettivo normale: luminoso, ben corretto, versatile, esso ci consente di affrontare quasi tutte le esigenze di ripresa. Quando il peso e gli ingombri sono determinanti, il normale è l'unico obiettivo da portare con sé.

Se poi desiderate un suggerimento controcorrente (ma non poi tanto), perché non provate a utilizzare i teleobiettivi anche nella fotografia di paesaggio? L'effetto tele, consistente in un apparente schiacciamento dei piani prospettici, avvicina lo sfondo e lo rende incombente, senza contare che il ristretto angolo di campo risulta ideale per isolare un soggetto interessante, per porre l'accento su pochi elementi significativi senza che l'attenzione venga distratta da numerosi quanto inutili particolari. Se è vero che quanto più l'immagine è semplice tanto più è efficace, allora il teleobiettivo è un alleato potente della creatività. Tant'è vero che personalmente suggerisco sempre di acquistare, dopo il normale, un tele moderato (intorno ai 135 mm nel piccolo formato).

L'importante, insomma, è sempre usare lo strumento giusto, quello che,in quel momento, si rivela più adatto a risolvere il problema fotografico. Come nella macro, ad esempio. Gli obiettivi normali montati (più o meno capovolti) su tubi di prolunga o - peggio - i macro-zoom sono soltanto soluzioni di ripiego. La macrofotografia si fa con gli obiettivi macro, le cui aberrazioni ottiche sono state corrette per le brevi distanze di ripresa. Usateli da soli, oppure montateli su tubi e soffietti (meglio invertiti se superate il rapporto di 1:1), o ancora avvitateci sopra le lenti addizionali, ma ricordate che gli obiettivi macro sono gli unici che vi consentono di lavorare da vicino senza sacrificare la qualità di immagine.

Obiettivi macro di focale superiore alla normale (diciamo intorno ai 100 mm) si rivelano adatti anche al ritratto, quando si ricerca una perfetta definizione dei dettagli. La scelta classica è comunque costituita dai teleobiettivi moderati (da 80 a 135 mm nel piccolo formato e dai 120 ai 250 nel medio formato), in grado di restituire al volto le giuste proporzioni. Anche nella fotografia di persone la messa a fuoco selettiva si rivela la tecnica vincente per isolare il soggetto e concentrare su di esso tutta la forza della comunicazione.

Indipendemente dal tema trattato, è importante che il fotografo intenzionato a lavorare seriamente presti molta attenzione alla qualità dell'obiettivo che intende acquistare. Leggere i test pubblicati dalle riviste specializzate, capire i grafici del rendimento che i fabbricanti più seri allegano ai loro prodotti, imparare (esiste un'abbondante letteratura sull'argomento) a riconoscere uno schema ottico individuandone la famiglia di appartenenza fa parte dei normali controlli che il consumatore di un prodotto tecnico dovrebbe effettuare prima dell'acquisto. Conosco gente che prima di acquistare un'auto valuta attentamente i particolari tecnici più sofisticati, che disquisisce con competenza di camme in testa piuttosto che di aste e bilancieri; ma conosco anche fotografi (dilettanti o professionisti poco importa) che quando gli parli di schema retrofocus o di obiettivi simmetrici ti guardano senza capire di cosa diavolo stai parlando. Ed è male, perché la fotografia - forse più di qualunque altra forma di comunicazione - ha bisogno che si sappiano conciliare due aspetti fra loro solo apparentemente distanti: la sensibilità estetica e la conoscenza tecnica. Soltanto conoscendo a fondo i propri strumenti di lavoro (che sovente richiedono di essere usati ai limiti delle loro possibilità) il fotografo sarà in grado di piegarli alle proprie esigenze espressive, per strutturare un'immagine che non dipenda dal caso o dai circuiti della fotocamera, ma dalla sua capacità di costringere il mezzo tecnico a tradurre in toni e colori la sua personale, unica, irripetibile visione del mondo.



Stambecchi. Foto Michele Vacchiano © Nadir MagazineLa fotografia di animali selvatici richiede l'uso di lunghe focali soltanto se il vostro desiderio è quello di isolare il soggetto e di farne l'unico elemento significante della composizione. Ma nessuno vi impedisce di entrare in mezzo al branco o allo stormo (ammesso che conosciate le tecniche giuste), per fotografarli "dall'interno": in questo caso (udite udite!) l'obiettivo grandangolare si rivela la soluzione ottimale, capace com'è di determinare un forte "effetto presenza". Nella fotografia di animali la tecnica della messa a fuoco selettiva permette (con un sapiente uso del diaframma) di isolare il soggetto sfocando lo sfondo. È anche per questa ragione (oltre che per fondati motivi strettamente connessi alla fisica ottica) che personalmente trovo assurdo usare i catadiottrici. È vero che costano meno di un obiettivo a lenti (a parità di livello) ma è anche vero che l'impossibilità di diaframmarli rende vano uno dei più importanti strumenti della creatività.

Michele Vacchiano © 02/1998
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