RITORNO ALLA MACRO (VERA)
Fotografare con il soffietto
Michele Vacchiano, luglio 2012

Ho sempre manifestato un grande interesse per le riprese ravvicinate. Gli oggetti piccoli, una volta ingranditi, assumono valenze e significati inusuali, talvolta quasi astratti, che l'osservazione diretta ci impedisce di cogliere.

Il vecchio soffietto Contax Auto PC.

Il soffietto Mamiya NC401 Auto.

L'obiettivo Schneider LS (che sta per "leaf shutter", cioè otturatore centrale) 80mm f/2,8. La casa madre assicura una buona qualità anche per l'uso a distanza ravvicinata, qualità ulteriormente migliorata dall'uso in posizione invertita. Personalmente tuttavia non amo usare obiettivi progettati per riprese generiche in macrofotografia, a causa delle aberrazioni ottiche che possono insorgere in uno schema ottico ottimizzato per distanze medio-lunghe.

Al rapporto di 1:1 è possibile riempire l'area di acquisizione (49,1x36,8 millimetri) giusto con la corolla di un fiorellino di montagna. Per fotografare oggetti più piccoli è necessario superare questo rapporto, il che richiede – obbligatoriamente – l'inversione dell'ottica, allo scopo di ripristinare condizioni di ripresa più favorevoli.

La corolla di una campanula di montagna fotografata al rapporto di 1,5:1. Illuminazione con flash anulare Sunpak Auto 12R. Obiettivo Carl Zeiss Planar 135mm f/5,6 su soffietto e tubi di prolunga.

Piatto anteriore della coperta di un prezioso album manoscritto donato dalle donne fiorentine a Vincenzo Gioberti nel 1848 e contenente dipinti, disegni e testi redatti in onore del pensatore e filosofo risorgimentale. L'album è oggi conservato presso la Biblioteca Civica Centrale di Torino.

Particolare del monogramma centrale in argento dorato, riportante le lettere VG (Vincenzo Gioberti) e la stilizzazione di un libro dal titolo "Il Primato", allusione all'opera più nota del Gioberti, Il primato morale e civile degli italiani. Fotografia in luce continua (lampade a luce fredda) con soffietto e obiettivo Schneider LS 80mm f/2,8 (una volta tanto).

Pianta carnivora del genere Nepenthes. Flash anulare per l'illuminazione frontale e secondo flash in parziale controluce per evidenziare i peli e le goccioline sul lato destro. Fotografia realizzata in vivaio.

Stili e stami di Passiflora cerulea. Obiettivo Carl Zeiss Planar 135mm f/5,6 su soffietto e tubi di prolunga.

Gli insetti, in particolare, ci appaiono come non li potremmo mai vedere: alieni discesi sul nostro pianeta, più strani di quanto potrebbe ritrarli la fantasia di un disegnatore di fumetti.

Non a caso il primo libro che ho scritto e pubblicato (in un’epoca che ormai appare lontana quanto il Pleistocene) fu proprio Macrofotografia, pubblicato da Hoepli nel 1985. Ora lo riscriverei in modo completamente diverso, ma l’esperienza si acquisisce invecchiando…

Ho sempre detto, scritto e insegnato che la macrofotografia non si fa con strumenti di ripiego: gli obiettivi standard sugli anelli di inversione, le lenti addizionali, i tubi di prolunga ottenuti con l’anima in cartone dei rotoli da cucina lasciamoli ai buontemponi e a chi ha voglia di giocare. La macrofotografia, quella vera, si fa con gli strumenti giusti, e cioè con gli obiettivi macro, gli unici corretti dalle aberrazioni per le brevi distanze di ripresa, gli unici in grado di garantire risultati prevedibili e costanti.

Tra gli obiettivi macro ho spesso prediletto quelli “in montatura corta” o “bellows” (termine che in inglese indica il soffietto). Non hanno l’elicoide di messa a fuoco, per cui garantiscono rapporti di ingrandimento fissi se montati su tubi di prolunga, e rapporti di ingrandimento variabili con continuità se montati su soffietti.

Diffusi (e noti anche ai fotoamatori) negli anni Ottanta, oggi sono praticamente scomparsi. E anche i soffietti non sono più comuni come un tempo, quando ogni produttore di fotocamere ne aveva uno in catalogo. Esistono ancora, comunque, soluzioni proposte da fabbricanti indipendenti, tra le quali quelle – eccellenti – prodotte da Novoflex.

Il vantaggio degli obiettivi bellows sta nel fatto che il fotografo naturalista può mettere a fuoco all’infinito quando il soffietto è tutto chiuso, per raggiungere poi rapporti di riproduzione tanto più elevati quanto più il soffietto viene esteso. Il principio è lo stesso che governa gli apparecchi professionali a corpi mobili (sia a banco ottico che portatili).

Ai tempi della pellicola utilizzavo – nel piccolo formato – il soffietto Contax Auto PC, un gioiello di precisione meccanica e di versatilità, dal momento che consentiva il basculaggio della piastra anteriore lungo l’asse verticale, allo scopo di pareggiare la nitidezza lungo tutto il campo inquadrato applicando la regola di Scheimpflug: una caratteristica utile nello still-life (da qui la sigla PC, che sta per “perspective control”).

La trasmissione dell’automatismo del diaframma era garantita da un collegamento elettrico tra la piastra anteriore (che conteneva contatti elettrici in grado di “dialogare” con l’obiettivo) e il corpo macchina, collegamento che funzionava anche quando l’obiettivo (come è opportuno quando si supera il rapporto di 1:1) lavorava capovolto.

Oltre a questo, il soffietto era molto ben costruito, con una doppia slitta che consentiva la traslazione di tutto l’accessorio allo scopo di facilitare la messa a fuoco quando si lavorava su cavalletto.

Personalmente utilizzavo il soffietto anche sul campo, grazie alla sua robusta costruzione, in unione all’eccellente Makro-Planar 100mm f/4 “bellows” (qui un articolo che lo riguarda). L’obiettivo permetteva la messa a fuoco all’infinito con il soffietto completamente chiuso, per raggiungere il rapporto di 1,4:1 in posizione normale e di circa 2:1 in posizione invertita. L’inversione avveniva semplicemente ruotando la piastra anteriore di 360 gradi, il che consentiva di mantenere il collegamento elettrico tra obiettivo e corpo macchina.
Chi fosse interessato ad approfondire caratteristiche e prestazioni di questo accessorio può consultare questo articolo.

Anche nel medio formato utilizzavo strumenti del genere: dapprima il soffietto Pentacon sulle varie Pentacon Six, Kiev 60 e Exakta 66, poi il soffietto automatico Hasselblad in unione con il Makro-Planar 135mm f/5,6. Questi soffietti per il medio formato non permettevano i movimenti dei corpi. La trasmissione dell’automatismo del diaframma avveniva mediante un doppio scatto flessibile nel sistema Pentacon e automaticamente (mediante collegamenti meccanici) nella versione più recente del soffietto Hasselblad.

Ma né il soffietto Pentacon né quello Hasselblad (desolato nel doverlo ammettere) apparivano così ben rifiniti e accurati come il Contax Auto PC.

La recente sostituzione del sistema Hasselblad V con il sistema digitale Phase One mi ha costretto ad affrontare nuovamente il problema della fotografia ravvicinata, genere a cui mi dedico non soltanto per motivi naturalistici, ma anche per effettuare quelle riproduzioni di documenti antichi e manoscritti che costituisce parte del mio lavoro quotidiano.

Sono così venuto a conoscenza del soffietto NC401, prodotto da Mamiya e destinato alle fotocamere della serie 645 tanto analogiche quanto digitali.

Dal momento che la Phase One 645 DF deriva dalla Mamiya AFD, ho voluto fare una prova di compatibilità per verificare il funzionamento del sistema nel suo complesso.

Non appena ho aperto la scatola e disimballato il soffietto, ho avuto la bella sorpresa di ritrovarmi tra le mani un oggetto praticamente identico al Contax Auto PC (solo più grande, dato il formato da coprire). Anche qui c’è un collegamento elettrico in grado di trasmettere gli automatismi e c’è una doppia slitta, costruita nello stesso modo e con lo stesso tipo di attacco, quasi che i due accessori fossero stati progettati dagli stessi ingegneri. Robusto e ben rifinito, il 401 non concede nulla alla leggerezza, ma nello stesso tempo si rivela maneggevole (peso a parte) anche nell’uso a mano libera.

Insieme al soffietto viene fornito un anello di inversione dedicato all’obiettivo standard da 80mm. Ovviamente così facendo si perde l’automatismo del diaframma (non è previsto il basculaggio a 360 gradi della piastra anteriore come nel Contax Auto PC).

Con l’obiettivo da 80 millimetri in posizione invertita si raggiunge un ingrandimento prossimo a 2:1, anche se (come già detto all’inizio) non mi piace usare da vicino gli obiettivi progettati per fotografia generica.

Una notevole qualità si raggiunge con lo Zeiss Makro-Planar 135mm f/5,6 per Hasselblad (né Mamiya né Phase One producono obiettivi bellows), montato su anello adattatore. Anche in questo modo, ovviamente, si perde la trasmissione dell’automatismo del diaframma e si lavora in stop-down (uno svantaggio irrilevante quando si usa il cavalletto). Inoltre, mentre con lo Schneider LS per Phase One è possibile lavorare tanto con l’otturatore centrale presente nell’ottica quanto con l’otturatore a tendina sul piano focale, usando il Makro-Planar non è ovviamente possibile utilizzare l’otturatore centrale (che rimane aperto), ma solo l’otturatore sul piano focale presente nel corpo macchina.

Il montaggio della fotocamera sul soffietto è alquanto macchinoso, dato che impone di rimuovere dal soffietto un anello adattatore, il quale deve poi essere inserito nel bocchettone portaottica; infine tutto l’insieme costituito da corpo macchina e anello adattatore va nuovamente agganciato al soffietto. Identica procedura è richiesta per il montaggio dell’obiettivo.

Prima di effettuare questa operazione (così come quella opposta di smontaggio) è consigliabile scollegare il cavo elettrico che garantisce la trasmissione degli automatismi.

Le dimensioni del sensore, doppie rispetto al piccolo formato full-frame, rendono meno agevole riempire il fotogramma con l’immagine del soggetto: supponiamo ad esempio di voler fotografare un coleottero lungo 3 centimetri. Se lo facessimo con una reflex full-frame 24x36, il soggetto occuperebbe quasi completamente il formato. Se invece usiamo un sensore di 36x48 millimetri, a parità di ingrandimento il soggetto risulterebbe meno importante e quasi disperso in uno sfondo molto più esteso. Pertanto se volessimo riempire il fotogramma sarebbe necessario superare il rapporto di 1:1.

Per questo motivo il medio formato risulta più adatto alla ripresa di fiori o particolari minuti piuttosto che alla ripresa di insetti.

La fotografia con il flash risulta alquanto agevole soprattutto perché la Phase One 645 DF consente un TTL “vero” come ai tempi della pellicola (un sensore esposimetrico legge un’area grigio medio).
Grazie a un adattatore SCA dedicato la macchina dialoga con tutti i flash Metz anche non digitali, a patto che supportino la funzione TTL-flash (come ad esempio il 45 CL-4 in mio possesso).
Il vantaggio è intuitivo: la lettura TTL permette di misurare la luce che effettivamente raggiunge la superficie sensibile, anche quando l’obiettivo è montato su dispositivi per il prolungamento del tiraggio (come appunto i soffietti) che – come è noto – determinano una caduta di luce proporzionale al rapporto di ingrandimento.

Di più, la lettura TTL permette la compensazione automatica della luce-lampo con altre fonti di luce, sia continue che flash. In questo modo posso usare il Metz (laterale rispetto all’asse di ripresa) come luce principale e un “vecchio” Sunpak anulare come luce di schiarita, usato a potenza fissa e collegato a una semplice fotocellula.

L’uso del flash sul campo è quasi sempre irrinunciabile, anche quando la macchina è montata su cavalletto. Gli insetti si muovono e i fiori sono sempre mossi dal vento: basta una leggera brezza per rendere improponibile l’uso della luce naturale, dati i tempi di otturazione piuttosto lunghi imposti dalla necessità di chiudere il diaframma (per guadagnare profondità di campo) e dalla caduta di luce dipendente dall’incremento del rapporto di riproduzione.

Confesso che sul campo l’insieme non può definirsi leggero, ma di sicuro garantisce risultati di tutto rispetto, come si può osservare (fatta salva la riduzione web) nelle fotografie che illustrano questo articolo.

Michele Vacchiano © 07/2012
Riproduzione Riservata