ALLA SCOPERTA DEL RAW
Agostino Maiello, marzo 2007

"Ah, perché, tu scatti in JPEG?" Se vi urta che il vostro amico esperto (tutti ne abbiamo uno, in fondo) vi apostrofi in questo modo, magari con una certa sufficienza, è il momento di familiarizzare con il formato RAW.

Quando premiamo il pulsante di scatto della nostra fotocamera digitale, il sensore raccoglie della luce e la converte in un segnale elettrico che passa poi ai circuiti interni della fotocamera. Questi circuiti elaborano il segnale sottoponendolo a diverse operazioni che determineranno l'aspetto dell'immagine finale: colori, bilanciamento del bianco, riduzione del rumore, antialiasing (per prevenire lo scalettamento dei bordi), gamma tonale; nonché contrasto, nitidezza, saturazione e così via (secondo i valori di fabbrica oppure quelli impostati dal fotografo sulla fotocamera). Infine, il tutto viene compresso e salvato in un file JPEG.

La maggior parte delle fotocamere in commercio fa un buon lavoro, e se non si è invitati ad esporre al MOMA né si vince il premio Pulitzer difficilmente la colpa sarà dell'aver scattato in JPEG anziché in RAW. Ma ciò non toglie che, appunto, il file JPEG non è tanto "la foto che abbiamo scattato", bensì "la foto che abbiamo scattato interpretata secondo i parametri di fabbrica decisi dal produttore", fatta salva la ridotta personalizzazione che possiamo ottenere agendo, prima dello scatto, sui parametri disponibili nella fotocamera. Esiste una soluzione a tutto questo? Certo, scattare in formato RAW.

RAW è un termine inglese che significa "grezzo", "non elaborato"; sintetizzando al massimo, i dati così come escono dal sensore vengono salvati in un file senza subire tutti i trattamenti sopra menzionati, che possono invece essere applicati in fase di postproduzione, ampliando notevolmente le possibilità creative del fotografo.
In realtà alcune operazioni vengono comunque effettuate (come esempi si possono citare, tra i più frequenti, la riduzione del rumore, o l'individuazione di eventuali pixel troppo chiari o troppo scuri nell'immagine), ma il grosso viene demandato alla postproduzione, da farsi su un computer con un apposito software: un binomio sicuramente più potente di quello che si possa incorporare all'interno di una fotocamera, anche la più evoluta.


PER UN PUGNO DI PIXEL
Molte fotocamere - quale più quale meno - tendono a generare dei file JPEG saturi e brillanti, dal forte impatto immediato; questo significa che ai dati RAW è stata applicata, tra le altre cose, una curva di contrasto piuttosto esasperata, comprimendo la gamma tonale dell'immagine (e scartando un bel po' di informazioni). Certo, molto spesso il fotografo farebbe la stessa cosa, ma non sarebbe male poter decidere quali sono i dati cui si rinuncia per aumentare il contrasto di una foto, anziché lasciar fare ciecamente ad un ingegnere giapponese che non ci ha mai visto in faccia. Oltre a questo bisogna considerare che la conversione dal segnale da analogico (la tensione elettrica) a digitale (un numero) avviene considerando, per ogni pixel, un certo numero di, diciamo così, sfumature possibili, a seconda dei bit utilizzati: è questo il significato delle sigle tipo "ADC 12 bit" o "A/D 10 bit" che leggiamo nelle schede tecniche delle fotocamere digitali (ADC sta per Analog-to-Digital Converter). Volendo semplificare, più è alto quel numero più è precisa la conversione del segnale da analogico a digitale; il rovescio della medaglia è che più sono i bit, più è gravoso il lavoro che il convertitore deve fare, quindi la fotocamera è più lenta, si consuma più energia, ed il file risultante è di maggiori dimensioni. In generale il campionamento avviene a 12 o 14 bit, un buon compromesso tra precisione e carico di lavoro risultante. E poiché il formato JPEG supporta 8 bit per pixel (stiamo semplificando per non appesantire il discorso, ma il concetto è questo), nel passaggio da RAW a JPEG si rinuncia ad una discreta fetta delle informazioni raccolte dal sensore; all'atto pratico, ne fanno le spese i passaggi di colore, che perdono di gradualità, e la resa dei dettagli più fini.

In generale, lavorando in RAW si riesce a recuperare almeno uno stop abbondante di gamma dinamica, ed i vantaggi appaiono ancora più evidenti se a tutto questo si aggiunge la possibilità di poter intervenire sull'esposizione in maniera molto più ampia rispetto a quanto si possa fare con il JPEG, continuando ad avere sempre a disposizione il file originale, intonso. Non ultima va segnalata la preziosa possibilità di poter impostare il bilanciamento del bianco dopo lo scatto, con la precisione consentita da un software e non con i rigidi valori preimpostati nelle fotocamere quali Luce Diurna, Tungsteno, e così via.

Tutto questo, beninteso, non vuol dire che se si scatta in RAW si possa esporre alla come viene viene ("tanto poi lo aggiusto in software"): quanto meglio si lavora prima dello scatto, tanto meno si dovrà sudare dopo per tirar fuori una bella foto.
Tirando le somme, si dovrebbe sempre e comunque scattare in RAW? Non ci sentiamo di affermarlo. Gli anglofoni dicono "no meal is for free", nessun pasto è gratis. Vediamo gli svantaggi del RAW:

  • i file sono molto più grandi: dunque ce ne vanno molti di meno sulla scheda di memoria;

  • i file sono molto più grandi: dunque la fotocamera ci mette più tempo a scriverli sulla scheda di memoria;

  • i file sono molto più grandi: dunque il computer ci metterà molto più tempo ad elaborarli, e vi serviranno ancora più DVD per l'archiviazione;

  • un file RAW senza postproduzione è come uno spartito senza pianoforte: potenzialmente un capolavoro, ma in pratica ci si può fare ben poco. Un JPEG, invece, è bell'e pronto, e richiede molto meno tempo di un RAW per essere inviato ad una stampante o per email o pubblicato online;

  • la postproduzione bisogna saperla fare, altrimenti tanto valeva affidarsi al JPEG prodotto dalla fotocamera.

Dunque, come spesso avviene non esiste una risposta univoca alla questione; RAW e JPEG sono due strumenti, e sta alla saggezza del fotografo scegliere di volta in volta quale utilizzare soppesando pro e contro in base alle proprie esigenze relative alla qualità richiesta, ai tempi di consegna, alla destinazione dell'immagine finale, e così via.


UNA VOLTA QUI ERA TUTTA CAMPAGNA...
Prima di procedere, sgombriamo il campo da alcuni luoghi comuni.

  • "Le foto in RAW sono di migliore qualità". Falso. Un'immagine RAW non è né migliore né peggiore, è solo un insieme di dati che ha bisogno di un certo lavoro di postproduzione per raggiungere un risultato reputato adeguato, e che a differenza di un'immagine in JPEG consente molta più libertà di intervento. Sempre che, lo ripetiamo, si sappia poi dove mettere le mani in postproduzione;

  • "Le foto in JPEG sono di qualità inadeguata". Falso anche questo. Se il sistema di elaborazione interno della fotocamera fa un buon lavoro, il JPEG, diciamo così, "di fabbrica", va benissimo anche per stampe in formato poster e, per il punto precedente, le foto JPEG non sono direttamente confrontabili con quelle RAW (in un certo senso è come confrontare un negativo con una stampa);

  • "Chi scatta in JPEG fa fare tutto alla macchina". Falso in linea generale, perché se si conosce la risposta della propria fotocamera, come un tempo si conoscevano pellicola ed obiettivi, si può ottenere ciò che si vuole anche lavorando in JPEG. Anzi, conoscendo i limiti della propria attrezzatura si può decidere coscientemente se sia necessario scattare in RAW oppure no;

  • "Scattare in JPEG è come gettare via i propri negativi". Vero (ehi, non avevamo mica detto che avremmo smontato tutti i luoghi comuni);

  • "Chi scatta in RAW ha tempo da perdere". Falso in linea generale; se si scatta in RAW per partito preso, e poi dopo ore davanti al computer ci si ritrova con un risultato equivalente a quello che avrebbe prodotto il JPEG della fotocamera, si sta effettivamente perdendo tempo; ma se si scatta in RAW con coscienza, sapendo che cosa si vuol ottenere e sapendo operare in postproduzione per ottenerlo, si sta lavorando bene.


A CIASCUNO IL SUO (RAW)
Molti definiscono il RAW il "negativo digitale", ed a ragione, perché in effetti l'immagine RAW, non subendo alcuno dei processi riferiti poc'anzi, è di fatto influenzata solo da tempo, diaframma e sensibilità impostata. Tutto il resto può essere deciso dopo, usando un programma apposito che gestisca i file RAW, proprio come quando, avendo un negativo a disposizione, si può decidere di stamparlo, e quindi interpretarlo, come meglio si crede.
A questo punto è il caso di dire che noi stiamo usando il termine generico RAW, ma non tutti i file RAW sono uguali; o, se preferite, non tutti i file RAW hanno l'estensione RAW, proprio perché, essendo intimamente legati allo specifico modello di fotocamera che li ha prodotti, non sono tutti dello stesso tipo. In altre parole, non esiste "il" formato RAW in senso stretto (come invece esiste "il" formato JPEG), bensì esistono i file RAW della Nikon D80, quelli della Canon 5D, della Olympus E-500, e così via. Questo vuol dire che un programma che gestisca i file RAW, programma che di solito si definisce "convertitore RAW", deve supportare ogni specifico modello di fotocamera. Nel resto dell'articolo, comunque, continueremo ad usare il termine "file RAW" riferendoci in modo generico ai file di tipo RAW, qualunque ne sia l'estensione (NEF nel caso di Nikon, ARW nel caso di Sony, ecc.).

Esiste una soluzione a questa Babele di estensioni? Sì, il formato DNG, sigla che sta per Digital Negative; sviluppato da Adobe, si propone di diventare il formato RAW universale, unificando in un'unica specifica liberamente utilizzabile i vari formati RAW in circolazione (un po' come il PDF è diventato lo standard per la distribuzione dei documenti). Al momento in cui scriviamo, però, la gran parte dei produttori di fotocamere, compresi i due pesi massimi Canon e Nikon, continua ad adoperare i formati RAW proprietari. Vedremo il futuro cosa ci riserverà.

"ESCI DA QUESTO CORPO (MACCHINA!)"
Un convertitore RAW è presente in ogni fotocamera: è per l'appunto la componente che si occupa di prendere i dati grezzi ed ottenerne un'immagine JPEG, se abbiamo impostato la fotocamera per lavorare in questo modo. Il suo compito principale, oltre a tutte le altre operazioni citate all'inizio dell'articolo, consiste in quello che si chiama "demosaicing", cioè il (ri)costruire l'immagine finale partendo per l'appunto dai dati grezzi forniti dal sensore. Un altro convertitore RAW, oltre a quello incorporato nella fotocamera, è spesso fornito in dotazione su un CD (con l'ovvia eccezione delle fotocamere, di solito le compatte, che non consentono di scattare in RAW); infine, nulla vieta ad aziende e singoli sviluppatori di creare ulteriori convertitori RAW, scegliendo di supportare queste o quelle fotocamere.

Poiché esistono diversi algoritmi utilizzabili per l'operazione di demosaicing, ogni convertitore RAW interpreta i dati alla sua maniera, e da ciò dipende una certa variabilità dei risultati. In un certo senso si può dire che ogni convertitore RAW abbia una propria "personalità", ed una volta presa confidenza con questo mondo non è una cattiva idea provarne diversi fino a trovare quello che più si confà alle proprie esigenze. Peraltro, è presumibile che col tempo la qualità dei convertitori RAW migliori, visto che aumenta l'esperienza di chi li sviluppa; sarà dunque possibile beneficiare di questa migliore qualità anche sui file RAW vecchi, proprio come, ad esempio, si può stampare un negativo di vent'anni fa sfruttando nuovi chimici e nuovi obiettivi da ingrandimento.

Oltre a quelli forniti di serie con le varie fotocamere, tra i programmi più diffusi si possono menzionare: Adobe Camera Raw, che opera come plug-in per Adobe Photoshop; Adobe Lightroom, che è invece un'applicazione stand-alone; Apple Aperture, solo per Macintosh e recensito su Nadir; dcraw, nato su Linux (ed opensource, che è sempre una bella cosa), ed UFRaw, basato su dcraw ed adatto a funzionare come plug-in per Gimp; e poi ancora CaptureOne, Silkypix, Bibble Pro, Silverfast… c'è molto da scoprire e da imparare, insomma. C'è ancora qualcuno che crede che il digitale sia una specie di bacchetta magica?

Agostino Maiello © 03/2007
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