
| CON IL SOLE NEGLI OCCHI Come gestire, sfruttare ed eliminare i riflessi nell'obiettivo |
Come si comporta il vostro obiettivo quando fotografate controluce? E perché certe ottiche non sono in grado di fotografare il sole (ma anche soltanto un lampione stradale) senza creare fastidiosi poligoni luminosi che rovinano l'immagine? Quanto è importante il trattamento antiriflessi? Il paraluce serve davvero? Michele Vacchiano cerca di mettere ordine fra tutte queste domande sfatando luoghi comuni e suggerendo strategie di intervento |
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Figura 1. Il sole tramonta tra il Mont Glacier e la Tersiva. Un efficace trattamento antiriflesso multistrato e uno schema ottico semplice hanno consentito di scattare questa immagine in modo assolutamente "pulito" e privo di fastidiosi riflessi, che avrebbero disturbato la scarna essenzialità della composizione. ![]()
Figura 4. Punta Regina e Mont Néry da Estoul, al pomeriggio.
Figura 5. Albero fiorito nel Vallone di Neraissa. Anche in questo caso il controluce spinto ha causato immagini fantasma del foro del diaframma. Questa volta la colpa è di un obiettivo "vecchio" e dotato di trattamento a un solo strato.
Figura 6. Baite a Estoul in inverno. Il trattamento antiriflesso ha consentito di mantenere un buon contrasto, ottenendo un'immagine priva di flare e riflessi parassiti.
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Fotografare il sole. O anche solo una lampada, una candela, una qualunque fonte di luce. Per alcuni obiettivi è un'impresa, o peggio, una catastrofe. Per bene che vada la nitidezza e il contrasto diminuiscono drasticamente, si crea una specie di foschia, i colori si desaturano. E' il cosiddetto flare, che trasforma un'immagine potenzialmente suggestiva in una vera schifezza. Se poi si è proprio sfortunati, al flare si aggiunge una grappolata di poligoni luminosi (immagini fantasma del foro del diaframma) che si dispongono in fila lungo il percorso di un raggio di luce. A che cosa sono dovuti questi fenomeni? E quali sono i rimedi possibili? Le cause Quando si parla di riflessi interni e di flare viene di solito tirato in ballo il trattamento antiriflesso. In realtà un trattamento antiriflesso inesistente o carente non è l'unico colpevole. Come vedremo, il trattamento antiriflesso ha una funzione primaria diversa. La prima causa della presenza di riflessi interni e rifrazioni parassite risiede nello stesso schema ottico dell'obiettivo. La forma, la curvatura, la disposizione delle lenti, ma soprattutto il loro numero, influiscono pesantemente sulla nitidezza. Quanto più un disegno ottico è semplice (fatto cioè di poche lenti) tanto meno elevato sarà il rischio di perdite di nitidezza (figura 1). La spiegazione di questo sta nel fatto che la lente non è soltanto un mezzo attraverso cui la luce passa, ma è anche un corpo solido caratterizzato da superfici sulle quali la luce si riflette. Quando un raggio di luce colpisce una lente, ne viene in parte rifratto ed in parte riflesso. Allo stesso modo, nel passaggio successivo (dal vetro all'aria), il raggio rifratto dalla lente è anch'esso in parte riflesso all'interno della lente stessa. L'illustrazione che segue evidenzia questo fenomeno. La linea nera rappresenta il raggio che - rifratto dalla lente - andrà a colpire il piano focale; le linee rosse rappresentano invece la quantità di luce che viene riflessa all'indietro nel passaggio aria-vetro e vetro-aria.
Queste riflessioni parassite provocano una diminuzione della quantità di luce che attraversa la lente e contestualmente una diminuzione del contrasto. Moltiplicando quanto descritto per il numero di lenti che costituisce un obiettivo, ci si può spiegare perché il contrasto globale di un'immagine possa risultare appena la metà del contrasto presente nella scena inquadrata. I rimedi
Il fotografo potrà contribuire al miglioramento qualitativo delle proprie immagini privilegiando gli schemi ottici semplici. Di fronte a due obiettivi di pari focale ma di differente luminosità chiediamoci se davvero abbiamo bisogno di quel diaframma in più, che non solo si rivelerà oneroso in termini economici, ma che soprattutto potrebbe dimostrarsi dannoso in termini di qualità di immagine, a causa del maggior numero di lenti necessario a correggere le aberrazioni presenti alle maggiori aperture. Alla fine degli anni Sessanta Asahi brevettò il metodo SMC (super multi coating) affermando - tra lo scetticismo generale - di riuscire a stendere ben sette strati antiriflesso sulla superficie delle lenti. Fuji rispose di essere ancora più avanti nella ricerca, dato che il suo sistema EBC (electron-beam coating) prevedeva ben undici strati. Applicato, fino a quel momento, ai soli obiettivi cinematografici, il sistema EBC venne esteso presto anche agli obiettivi per fotocamere. Gli ultimi a convincersi dell'efficacia del trattamento antiriflessi furono i progettisti della Leitz, che tuttavia si affrettarono ad adottarlo allo scadere del brevetto Asahi. Oggi il trattamento multistrato è uno degli elementi di forza di case come Zeiss o Rodenstock (che lo utilizza anche per i suoi occhiali da vista). Un severo trattamento antiriflesso multistrato garantisce, anche nel controluce, immagini nitide e ben contrastate (figura 6). Come si riconosce se un obiettivo è dotato di trattamento antiriflesso multistrato? Tutti gli obiettivi prodotti a partire dagli anni Ottanta ne sono dotati. Il problema può riguardare certe ottiche più vecchie acquistate sul mercato dell'usato. La verifica più semplice consiste nell'osservare la montatura in metallo dell'obiettivo. Il trattamento antiriflesso è identificato dalla sigla MC (multicoated), oppure - per gli obiettivi Fujinon - dalla sigla EBC. Leggende metropolitane Il paraluce migliora la situazione? No, almeno non quando il sole entra direttamente nell'obiettivo. Esso è comunque in grado di migliorare la resa generale grazie alla sua capacità di bloccare i raggi di luce che provengono da aree estranee al campo inquadrato e che colpiscono obliquamente la lente frontale. Il filtro polarizzatore migliora il contrasto? Assolutamente no! L'efficacia del polarizzatore è nulla nelle riprese controluce. Il suo uso, anzi, può rivelarsi dannoso a causa dei riflessi in più generati da un'ulteriore coppia di superfici aria-vetro messa davanti all'obiettivo. Per lo stesso motivo vanno rimossi (e mai più utilizzati, per favore) tutti quei filtri che il dilettante lascia costantemente avvitati alla filettatura dei suoi obiettivi allo scopo di proteggere la lente frontale da urti e polvere. Il controluce e l'esposizione Una delle possibili soluzioni è il ricorso a un filtro digradante grigio-neutro, che decrementa l'esposizione nella zona del cielo e riequilibra lo scarto tonale esistente tra questo e il paesaggio terrestre, anche se - su questo non si insisterà mai abbastanza - i migliori risultati si otterranno soltanto ricorrendo ad un'accurata, ragionata e meticolosa scelta dell'esposizione. Michele Vacchiano, © 4/2005 |