FOTOGRAFARE L'ARCHITETTURA: RIPRODUZIONE O TRADUZIONE?
Michele Vacchiano, febbraio 2008

Dicevano i vecchi professionisti che per fotografare l'architettura ci vuole del "mestiere". Ma non solo. Ci vuole anche sensibilità. E un'altra cosa che non si improvvisa: lo studio della storia dell'arte. Qualche considerazione e un corso specifico.

Fotografare di notte permette di eliminare o comunque di ridurre la presenza umana. L’oscurità contribuisce inoltre a minimizzare eventuali elementi di disturbo. Il selciato bagnato a causa della pioggia riflette e diffonde le luci, infondendo all’immagine una luminosità speciale.

“Opera per Torino” dell’artista danese per Kirkeby. L’opera è un falso parallelepipedo di mattoni, caratterizzato dall’alternanza di pieni e di vuoti. Di giorno, il sole crea effetti di chiaroscuro che ne esaltano le forme e ne scandiscono i volumi con un ritmo quasi musicale. Di notte lo stesso effetto è ottenuto con l’illuminazione artificiale. Inoltre la fotografia notturna permette di eliminare lo sfondo costituito dalle facciate dei palazzi e dal traffico cittadino. La struttura è una delle tante opere d’arte a cielo aperto disseminate lungo il tracciato della “Spina”, l’arteria viabile sorta sul vecchio passante ferroviario e destinata a diventare il nuovo asse portante della vita politica e culturale della città. “Opera per Torino” è – abbiamo detto – un falso parallelepipedo. Viste da fuori, le sue linee appaiono perfettamente ortogonali, proprio come le strade di Torino, città sorta e sviluppata sui resti di un accampamento romano. Ma una volta entrati si scopre che la piante non è rettangolare, ma trapezoidale. Questo non soltanto crea una falsa prospettiva (la struttura sembra più lunga del reale), ma richiama simbolicamente l’ambiguità della città (il titolo non è casuale), apparentemente razionale e ordinata, ma non priva di aspetti inquietanti.

La facciata del “Palaisozaki” è interamente ricoperta di acciaio inox. La struttura, progettata da Arata Isozaki come palazzo del ghiaccio per le olimpiadi invernali 2006, è oggi utilizzata come sede di gare internazionali di pattinaggio, hokey e altri sport su ghiaccio. Inserita nella nuova cornice di Piazza d’Armi, accanto allo stadio olimpico, è uno dei simboli della “nuova Torino”. Le verticali convergenti non sono state corrette apposta per esaltare la fuga prospettica dei pannelli d’acciaio alternati alle superfici illuminanti.

Torino. Lingotto. La pista nord. Nel vecchio stabilimento del Lingotto (ora ristrutturato e adibito a funzioni commerciali, ricreative, espositive e del terziario) la catena di produzione saliva dal basso verso l'alto. Le auto da collaudare percorrevano questa pista elicoidale (oggi ristrutturata) e – dopo avere percorso la grande pista parabolica sul tetto dello stabilimento – scendevano dalla pista elicoidale posta a sud (ancora rimasta nello stato originario), oggi situata dal lato Lingotto Fiere (dove si svolgono varie manifestazioni tra cui l'annuale Fiera del libro).

Torino. Lingotto. L'arco olimpico, simbolo dei giochi olimpici di Torino 2006. Il complesso architettonico è formato da una passerella pedonale lunga 400 metri che unisce il villaggio olimpico al centro direzionale del Lingotto, e che è sorretta da un arco rosso alto 69 metri e lungo 55.

Dobbiamo renderci conto che l'architettura – esattamente come ogni altra forma d'arte, fotografia compresa – è un "codice", cioè un sistema di segni organizzato e strutturato per comunicare.

In altre parole, l'architettura ha un suo "linguaggio" attraverso il quale l'architetto ci comunica la sua personale visione del mondo.

Fotografare l'architettura significa "tradurre" da un linguaggio ad un altro (da un codice ad un altro), per trasmettere allo spettatore non solo il messaggio originale (quello dell'architetto) ma anche il messaggio del fotografo, che rivisitando e interpretando l'opera ci racconta come lui l'ha saputa vedere.

Un compito non facile, che può essere paragonato a quell'arduo e delicato lavoro che è la traduzione dei testi letterari.

Tradurre, in realtà, non vuole dire semplicemente passare da una lingua all'altra: il linguaggio non è un insieme di parole organizzate (lessico), ma un codice che permette di verbalizzare le strutture del pensiero, le quali differiscono da cultura a cultura.

Tradurre quindi significa saper capire e interpretare una visione del mondo diversa dalla propria.
Se a tradurre i lirici greci è uno studente al quarto anno di liceo, il testo che ne risulterà sarà frutto di una traduzione letterale, cioè di fatto spenta e priva di anima. Non soltanto lo studente non avrà raccontato nulla di sé, ma non sarà neppure riuscito a trasmetterci il messaggio "vero" del poeta, quello che va al di là della pura espressione verbale.

Ma se a tradurre i lirici greci è Salvatore Quasimodo, allora le cose cambiano: il lettore sarà trascinato nel mondo di un poeta vissuto 2500 anni fa e appartenente a una cultura diversa dalla sua, ma nonostante questo verrà travolto dalle sue emozioni, a loro volta filtrate attraverso la sensibilità interpretativa di un secondo poeta, la cui traduzione non solo non ha alterato il messaggio originario, ma anzi lo ha esaltato e sublimato, rendendolo condivisibile da noi lettori di oggi.

Per tradurre i lirici greci bisogna conoscerli, conoscere il loro mondo e la loro cultura, che cosa speravano, per che cosa soffrivano…

Analogamente, per fotografare l'architettura bisogna averla studiata. In caso contrario il risultato sarà incerto e balbettante: per bene che vada, una banale cartolina.

Il bugnato che riveste la facciata di Palazzo Strozzi a Firenze riduce il suo spessore a mano a mano che si innalza verso il tetto. Questo "trucco" fa apparire il palazzo più alto di quanto non sia in realtà. L'effetto è massimo quando la luce è angolata: allora il palazzo sembra una cosa viva, una creatura ricoperta da squame di pietra. Se si ignora questo e si riprende la facciata a un'ora qualunque si otterrà un'immagine forse tecnicamente perfetta ma non una vera fotografia di architettura, perché non si sarà stati capaci di interpretare il pensiero, lo stile, il linguaggio dell'architetto, che con quella realizzazione ci ha raccontato qualcosa di sé della sua arte, del suo modo di vedere il mondo. L'Opera per Torino di Per Kirkeby, illustrata in questo articolo, non può essere fotografata se non se ne conosce la genesi formativa e non si indaga sui suoi veri significati, nascosti all'interno della struttura stessa, come illustrato nella didascalia che accompagna le immagini.

Fotografare le ville venete del Palladio implica il saperle mettere in relazione con la dolce campagna che le circonda, perché solo in questo modo riusciremo a tradurre il contrasto esistente tra le severe, rigorose ortogonalità neoclassiche e le linee morbide e naturali della vegetazione, contrasto al quale sicuramente l'architetto pensava quando decise di edificare lì, e non altrove, i suoi capolavori. A volte è necessario che il fotografo non si limiti a riprendere una facciata, ma inserisca la struttura nel suo ambiente, perché è lì che il progettista l'ha pensata e voluta.

Un ultimo esempio. Il tempio della Gran Madre di Dio in Torino, voluto dai Savoia per celebrare la restaurazione e il ritorno della monarchia in Piemonte dopo la parentesi napoleonica, è edificato in asse con l'antica "contrada di Po" e risulta prospiciente a Palazzo Madama, edificato nel centro di piazza Castello. Il potere statale e il potere religioso si guardano, uniti da circa un chilometro di via porticata sulla quale si affacciano l'università e i palazzi dei nobili. Poco prima del ponte sul Po, la strada si allarga a formare l'elegante piazza Vittorio Veneto, all'epoca “piazza d'armi” nella quale si svolgevano le parate militari dell'esercito sabaudo. La Gran Madre è una chiesa fortemente connotata in senso storico-politico e risulta perfettamente inserita in un contesto urbanistico che – come abbiamo appena visto – racconta un aspetto della vita della città. Ma c'è un'altra particolarità: la facciata, rivolta a nord-ovest, non è quasi mai illuminata dal sole. Eppure sembra esserlo ad ogni ora del giorno. Ferdinando Bonsignore non era un genio e tantomeno un mago, ma semplicemente un architetto che conosceva il suo mestiere.

Il fotografo che conosce il suo mestiere deve essere in grado di tradurre questi messaggi se vuole a sua volta comunicare non solo l'esistenza del monumento, ma anche le sensazioni e le emozioni che esso gli ha ispirato.

Tutto questo implica non solo la conoscenza della storia dell'architettura, ma anche la capacità di cogliere le situazioni di illuminazione che più delle altre sono in grado di evidenziare il messaggio dell'artista.

Gli architetti del passato edificavano pensando al sole, non certo alle lampade al sodio che oggi deturpano con colori improbabili le facciate di chiese e palazzi, contribuendo all'inquinamento luminoso delle nostre città.

Perciò il fotografo dovrà porre particolare attenzione al percorso del sole e agli effetti che le diverse ore del giorno creano sul (e intorno al) soggetto.

Non è infrequente dover aspettare per ore che si verifichi la luce giusta, oppure tornare sul posto molte volte durante la giornata, per eseguire scatti diversi ognuno dei quali in grado di raccontare un peculiare aspetto del monumento.

Talvolta, invece, risulta più efficace fotografare durante la notte, ad esempio per eliminare uno sfondo disturbante (ad esempio la facciate dei palazzi moderni). La fotografia notturna immerge strutture, palazzi e monumenti in un'atmosfera sospesa, dovuta anche alle alterazioni cromatiche indotte dall'illuminazione artificiale.

Anche durante il giorno può rivelarsi necessario minimizzare l'importanza dello sfondo, che potrebbe distogliere l'attenzione dello spettatore dal soggetto principale. Un cielo troppo ricco di nuvole, ad esempio, rischia di diventare un centro di interesse e di alterare i rapporti tra soggetto e sfondo. Fotografando in bianco e nero un filtro azzurro può aiutare. Il risultato sarà un cielo lattiginoso e scialbo, che ci farebbe inorridire se fotografassimo il paesaggio ma che risulta ideale come sfondo muto.

Il passaggio di veicoli e pedoni è un altro problema, per ovviare il quale si fa a volte ricorso a filtri di densità neutra, capaci di decrementare l'esposizione imponendo tempi di otturazione sufficientemente lunghi da rendere invisibile tutto ciò che si muove. Attenzione, in questo caso, al movimento del sole, che rischia di creare ombre dall'aspetto innaturale.

Come si vede la fotografia di architettura non è un genere facile, ma proprio per questo rappresenta una sfida stimolante, un esercizio di intelligenza che ci costringerà non soltanto a rapportarci con problemi tecnici (complicati soprattutto per chi lavora con apparecchi a corpi mobili e deve saper padroneggiare focali, decentramenti e gradi di basculaggio), ma anche e soprattutto con la storia, la civiltà e l'arte dei luoghi in cui ci troveremo ad operare.

Michele Vacchiano © 02/2008
Riproduzione Riservata

WORKSHOP
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