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FOTOGRAFIA DIGITALE IN BN: IL SISTEMA ZONALE HA ANCORA UN SENSO? |
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La nostalgia del Sistema Zonale si fa sentire, ma ha ancora un senso? Facciamo un salto indietro nel tempo: il rapporto di Ansel Adams con la fotografia era principalmente estetico, e si fondava su una straordinaria abilità, sostenuta a sua volta da un rigoroso e costante esercizio, nel percepire i giochi di luce ed ombre del soggetto e nel tradurli in tonalità di grigio che esistevano solo nella sua immaginazione. Il Sistema Zonale nacque come una procedura per conferire ordine e riproducibilità ad un processo che già l'autore dominava in pieno, e si rivelò un utilissimo strumento didattico ed un trampolino per affinare la visione fotografica. Come spesso accade il nome diventò sinonimo di fotografia alla Adams, e fin qui poco male, il linguaggio fa di questi scherzi. Se però, tornati nella nostra epoca, facciamo riferimento al Sistema Zonale nel contesto della tecnologia digitale per il bianconero, in realtà stiamo parlando di una tecnica, e come tale dobbiamo valutarla. Qualunque sia la conclusione alla quale arriveremo ne sarà valsa la pena, perché il digitale, anche se ancora con qualche limite, offre eccellenti opportunità per continuare con altri mezzi l'esperienza estetica iniziata con la pellicola.
La gamma dinamica è presto spiegata e non dovrebbe comunque essere un mistero per i cultori del Sistema Zonale. In termini di pellicola non è che la gamma di densità del negativo che può essere riprodotta integralmente da un carta fotografica, ed i cui estremi sono appena distinguibili dal massimo bianco e dal massimo nero della carta stessa. In realtà un negativo può raggiungere gamme di densità più ampie, e sappiamo che esse possono essere riportate entro il giusto limite agendo sullo sviluppo, ma per il momento occupiamoci di questo valore critico imposto dalla carta: prendendo come base di partenza lo sviluppo standard ed una carta di gradazione 2, se il limite minimo di densità utile del negativo si ottiene con un'esposizione in Zona I, quello massimo (la Zona IX) si raggiunge con un'esposizione maggiore di 8 stop. Ciò vuol dire che con la pellicola si può fotografare e stampare senza particolari accorgimenti una scena con una gamma di luminosità di 1:256. Non sarà necessariamente la scelta ideale, ma è un valore utile per fissare i limiti del possibile.
È tipico dei sensori che, a parità di soggetto ed entro i limiti della loro gamma dinamica, un'immagine sovraesposta contenga più informazioni di un'immagine esposta correttamente ed a maggior ragione di un'immagine sottoesposta. La teoria è semplice: un soggetto con una gamma di luminosità continua, compresa tra x e 2x verrà riprodotto come una serie di:
Ne consegue che, in previsione di successive trasformazioni in postproduzione, si ha tutto l'interesse a spostare l'esposizione verso l'alto. Questo dovrebbe risultare più chiaramente dalle Figg. 1 e 2.
Fig. 1 |
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A sinistra: Fig. 2 In Fig. 1 troviamo tre immagini dello stesso soggetto, ma con diversa esposizione. Dall'alto in basso:
A queste immagini corrispondono in Fig. 2 gli istogrammi 1, 2, 3, ed è chiaramente visibile come essi non solo siano spostati verso destra ma al tempo stesso essi abbiano espanso la loro base, a conferma del fatto che con l'esposizione il numero di grigi compreso tra i due estremi aumenta.
Fig.3 |
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Per chi vuole avvicinarsi al digitale prendendo le mosse dal Sistema Zonale c'è quindi ben poco da fare: la gamma dinamica limita fortemente la flessibilità nell'esposizione anche quando questa flessibilità esiste grazie ad un ridotto contrasto del soggetto l'esigenza della massima qualità dell'immagine forza a sovraesporre, lasciando ai programmi di grafica come Photoshop l'onere di ricondurre l'immagine nei limiti di luminosità desiderati.
Da notare che, grazie alla possibilità di leggere l'istogramma del soggetto sul display della maggior parte delle fotocamere, il compito del fotografo al momento dello scatto è enormemente facilitato. Resta ancora da vedere se c'è altro da fare in fase di ripresa o se tutto è rinviato alla fase di postproduzione. Elenchiamo tre possibilità: Fotografare in RAW. Si guadagna circa uno stop di gamma dinamica, con una notevole apertura delle ombre, e non è cosa da poco. Naturalmente c'è da prendere in considerazione il peso e di conseguenza il ridotto numero di file che la fotocamera può memorizzare, ma il fotografo proveniente dalla scuola della foto meditata non è portato a sparare a raffica, e questa limitazione non rappresenta un inconveniente, almeno per quanto riguarda le uscite nel proprio ambiente o le escursioni di fine settimana.
Fig. 4 Fusione di due file. Richiede un cavalletto, e consiste nello scattare due foto identiche ma esposte in modo da favorire rispettivamente le luci e le ombre. In linea di massima è sufficiente impostare la macchina per il bracketing con sovra- e sottoesposizione di 1 stop; con la pratica si arriverà a stimare la correzione ottimale per ogni soggetto. La foto esposta senza correzione servirà come elemento di riferimento, mentre quelle sovra- e sottoesposte verranno miscelate in fase di postproduzione con Photoshop e seguendo questa procedura, più lunga da descrivere che da eseguire:
La Fig. 5 è un esempio di ombre parzialmente chiuse e luci sbiadite per eccesso di contrasto del soggetto.
Fig. 5 La Fig. 6 è la stessa foto, sottoesposta di uno stop: le ombre sono completamente chiuse, le luci sono scure ma i caratteri di stampa hanno acquistato più definizione.
Fig. 6 La Fig. 7 mostra l'effetto della sovraesposizione di uno stop: le ombre sono praticamente aperte al 100%, le luci sono bruciate.
Fig. 7 La Fig. 8 è il risultato della procedura descritta più sopra, con in più un piccolo ritocco dei livelli per schiarire le luci (nel caso particolare la carta non era bianca ma leggermente grigia).
Fig. 8 In conclusione, il bianconero digitale può riservare grosse soddisfazioni ma richiede un drastico adattamento alle nuove condizioni, rinunciando alla magia del frugare con l'occhio indiscreto dell'esposimetro nei segreti delle ombre e del chiamare a raccolta tutte le vecchie conoscenze accumulate per domare le luci più prepotenti. Questo non significa che la cosa non possa essere portata avanti in parallelo alla fotografia tradizionale: l'autore continua imperterrito ad usare Contax e Hasselblad a pellicola secondo ciò che le circostanze ed il capriccio del momento gli dettano. Il comune denominatore tra le due tecniche è lo spirito di ricerca dell'immagine e di metodi per raggiungere i risultati prefissi. E questa, in ultima analisi, è l'unica cosa che conti. |
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