STEREOFOTOGRAFIA
Realizzare da sé un visore per foto stereo
Daniele Colciago, luglio 2009

Chi non ha mai avuto tra le mani, nel corso della vita, un visore stereoscopico Viewmaster?

I vecchi visori Viewmaster e le confezioni dei dischetti.

Una fotocamera Kodak degli anni Cinquanta per la fotografia stereoscopica.

Già, stiamo parlando proprio del visore 3D di plastica grigia o di bakelite nera, in cui si introducevano i dischetti Viewmaster che permettevano di osservare, in tre dimensioni, i grandi parchi africani, le capitali del mondo, l'esposizione dei tulipani in Olanda, gli usi e costumi delle isole Hawaii, le valli alpine con i loro centri turistici, le orchidee spontanee, i fiori delle isole Canarie, i fossili, i minerali, la grotta di Lourdes, il Monte Bianco, New York, il cambio della Guardia a Buckingham Palace, la Mammoth cave, Il mercato del formaggio di Alkmaar... e l'elenco potrebbe continuare con migliaia di esempi, escludendone altrettanti, dai personaggi dei telefilm in voga fra gli anni Sessanta e gli Ottanta ai disegni animati di Walt Disney.

La linea Viewmaster, che comprendeva la macchina fotografica, i dischetti, i visori, i proiettori 2D e i proiettori 3D, nacque poco prima degli anni Quaranta e vide il suo tramonto negli anni Ottanta. Oggi la produzione delle macchine fotografiche per creare i dischetti Viewmaster è stata dismessa, però sono ancora prodotti i dischetti, con disegni di fantasia, di dubbio carisma tridimensionale e orfani di un messaggio culturale. Di non minore entità è la quantità di materiale fotografico stereoscopico in formati diversi da quello utilizzato dalla linea Viewmaster. Citiamo ad esempio i fotogrammi nei formati 6x6 o 24x24, le stampe e il materiale costituito dagli anaglifi, immagini tridimensionali visibili con i classici occhialini colorati rossi e verdi o rossi e blu, ecc.

Chi volesse approfondire l’argomento può divertirsi a cercare in Internet notizie sulla linea Viewmaster.

Su eBay e sui siti di aste online si trovano ancora i materiali: basta digitare, ad esempio, “viewmaster” (o la variante “view master”), “dischetti”, “visore”, “stereo”, “3d”. E ancora “Viewmaster reels viewer camera projector”, oppure, in tedesco, “Viewmaster Scheiben Raumbild Stereobetrachter Kamera Projektor”.

A parte i ricordi d’infanzia, che possono costituire l’aspetto romantico della cosa, si pensi all’enorme quantità di materiale di interesse geografico prodotto in passato da questa ditta o anche dai singoli amatori sparsi sulla faccia della Terra; e si pensi al fatto che oggi tutto questo materiale è sparso ai quattro angoli del globo, magari in pessimo stato di conservazione, chiuso in fondo a qualche ripostiglio, o peggio smaltito come rifiuto perché non riconosciuto per il suo vero valore. Un vero museo sparpagliato tra cantine e soffitte di tutto il mondo!
Qualche pezzo fortunato è finito tra le mani degli amatori per essere tuttora utilizzato, altre volte in un museo, protetto dalla polvere, ma soggetto allo sguardo dubbioso di persone spesso incompetenti e non in grado di riconoscerne l’intrinseco valore documentario e culturale.
Ancora più inquietante è il fatto che nessuno abbia portato avanti l’idea di creare immagini tridimensionali capaci di illustrare le bellezze, i luoghi, le vicende del pianeta Terra.

Su Internet, avendo a disposizione un paio di occhialini per anaglifi (gli occhiali rossi e blu per vedere i film in 3D) è possibile ammirare delle panoramiche tridimensionali del suolo marziano, inviateci dai robot esploratori, mentre nulla di simile è stato realizzato per la superficie terrestre, nonostante il fatto che oggi la fotografia digitale consentirebbe una migliore gestione delle immagini dal punto di vista della riproducibilità e della fedeltà all’originale.
Produrre un dischetto Viewmaster su pellicola implicava un lavoro enorme: ogni dischetto era costituito da sette coppie di immagini, ed accompagnato da un libretto stampato che descriveva in modo semplice e didascalico le fotografie. In alcuni casi venivano venduti kit di tre dischetti, per un totale di 21 coppie stereoscopiche (ovvero 21 scene tridimensionali). Un lavoro di gran lunga più lungo e complesso di quanto sarebbe oggi produrre un CD-Rom.
Non vorremmo sembrare nostalgici, ma crediamo che sarebbe bello poter supportare i testi di geografia con immagini stereoscopiche, è il caso di dirlo, proprio come una volta.
C’è da chiedersi perché la società odierna si sia in certo qual modo fermata, tornando alla semplice visione bidimensionale e segregando l’immagine stereoscopica negli ambiti inerenti la realtà virtuale, come i videogame, senza sfruttarne le potenzialità come veicolo di conoscenza e di cultura.

Come fotografo specializzato in stereoscopia, disciplina che pratica da anni e insegna presso i circoli fotografici, chi scrive tiene a sottolineare con forza il contributo che la stereoscopia ha dato e potrebbe dare alla cultura geografica (e non solo geografica) molto più dei suoi approssimativi sostituti (oltretutto inaccessibili ai più), come il rendering 3D o la realtà virtuale, i quali oltretutto non rappresentano la realtà ma una sua approssimazione.
Non sarebbe bello poter ritornare a beneficiare della visione stereoscopica per documentare il nostro pianeta? Abbiamo oggi a disposizione immagini tridimensionali del suolo marziano, inviateci dai pathfinder che ne esplorano la superficie, ma nessuna immagine stereoscopica dei più consueti siti di interesse turistico.
Se in un futuro non lontano la fotografia stereoscopica si diffondesse al punto che ogni fotoamatore la potesse utilizzare normalmente, si potrebbero inviare le coppie di immagini a server centralizzati in grado di elaborarle e generare l’anaglifo 3D. In un paio di anni (la postproduzione è un lavoro lungo!) si arriverebbe ad avere una galleria tridimensionale “globale”.

Un visore stereo casalingo ottenuto unendo due piccoli visori economici.

Il visore casalingo nel quale sono state inserite le diapositive destra e sinistra.

Ma torniamo a quello che può fare il singolo fotoamatore. La procedura è complessa ma non difficile. Per generare un’immagine tridimensionale è sufficiente scattare due immagini sincrone, traslando la macchina lateralmente senza farla ruotare. Nulla si deve muovere nella scena, perciò attenzione alle nuvole, ai veicoli in movimento, alle foglie mosse dal vento, alle persone che camminano.
Si possono utilizzare due macchine identiche affiancate, premendo contemporaneamente i due pulsanti di scatto, oppure la stessa macchina che andrà traslata lateralmente per effettuare due scatti distinti. La distanza fra le due macchine (o la distanza tra i due punti di ripresa quando si usa una macchina sola) dovrà essere pari a un trentesimo della distanza tra il punto di ripresa e il soggetto più vicino.
Le fotografie possono essere scattate indifferentemente su pellicola invertibile o in digitale.

Se si lavora su pellicola, è necessario chiedere al laboratorio di sviluppo di non tagliare né intelaiare i fotogrammi. I due fotogrammi (destro e sinistro) vanno montati allineandoli all’interno dei telaietti sia verticalmente che orizzontalmente.
Il visore si costruisce unendo fra loro due visori per diapositive, di quelli economici che si osservano per trasparenza. I due visori possono essere uniti con del silicone in modo che le due lenti siano posizionate a una distanza di 6,5 centimetri.
A questo punto basta inserire la diapositiva scattata a sinistra nel visore di sinistra e quella destra nel visore di destra e godersi lo spettacolo!

Chi lavora in digitale può assemblare i due file con uno dei tanti programmi freeware scaricabili da Internet ed ottenere così un’immagine a falsi colori (solitamente rosso e ciano) detta anaglifo.
Una volta aperta, l’immagine ottenuta può essere osservata indossando un paio di occhialini con la lente rossa a sinistra e la lente ciano a destra.
Lavorando in digitale, occorre prestare attenzione a non riprendere soggetti di colore rosso o di colore blu-ciano, altrimenti l’anaglifo rimane di difficile visone a causa dell’interferenza cromatica tra le lenti degli occhialini ed il soggetto.
Con questi pochi accorgimenti sarà possibile a tutti entrare nel mondo magico ed entusiasmante della stereofotografia.

Daniele Colciago © 07/2009
Riproduzione Riservata

Lago d'Orta e Isola San Giulio. Il disegno stilizzato delle due fotocamere mostra la posizione reciproca dei due apparecchi (o, in alternativa, le due posizioni dello stesso apparecchio). La distanza AB fra i due apparecchi deve essere pari a 1/30 della distanza DC, che è la distanza tra il punto di ripresa e il soggetto più vicino (che non è necessariamente il soggetto principale). In questa fotografia il soggetto più vicino è il fiore di colore rosso. In realtà, come è detto nel testo, il fiore rosso potrebbe costituire un problema, dato che si potrebbe creare un'interferenza cromatica tra il colore del fiore e la lente rossa degli occhiali per l'osservazione dell'anaglifo.