L'ALTERNATIVA
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"Se
non posso usare il cavalletto, preferisco
rinunciare alla fotografia" affermava un grande fotografo in una
pubblicità di molti anni orsono.
Ma il cavalletto è davvero così importante? Se sì,
è davvero l'unico modo per
assicurare alla camera la necessaria stabilità? Vediamo insieme
se esistono alternative al tradizionale
treppiede. A volte basta un po' di
fantasia...
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Quando ho l'occasione di leggere certe vecchie riviste di fotografia mi soffermo soprattutto sulla pubblicità. La pubblicità è illuminante: fa capire quanto velocemente sia trascorso il tempo e quanto siano cambiate le tendenze. Negli anni Settanta il target, o bacino di utenza se preferite, comprendeva tutti i fotografi, tanto dilettanti quanto professionisti: "Progresso fotografico" pubblicizzava la Cosina e la Topcon accanto alla Mamiya Press o alla Koni Omega; "Fotografare" pubblicava articoli che mettevano a confronto macchine a banco ottico come Linhof, Plaubel e Sinar insieme alla pubblicità a tutta pagina degli Schneider Symmar. Tempi che mi appaiono lontani almeno quanto la contestazione studentesca o le notti passate nei bistrot del Quartier latin. Nessun rimpianto, solo la constatazione che le cose cambiano in fretta. Oggi il target si è ristretto e abbassato, la gente ha fretta e i fotoamatori sembrano più interessati alla comodità di esercizio che non al piacere di fotografare. Se poi i risultati sono mediocri, poco importa: è il prezzo da pagare e fa parte del gioco. Ma questa è un'altra storia.
Circa un mese fa mi capitò tra le mani un vecchio numero de "Il fotografo", rivista Mondadori che usciva negli anni Ottanta. Ben fatta, ma ebbe una vita troppo breve. Tra gli annunci pubblicitari ne ricordo uno della Manfrotto, che utilizzava come testimonial nientemeno che il celebre Fulvio Roiter, il quale affermava (cito a memoria): "Se non posso usare il cavalletto, preferisco rinunciare alla fotografia". Per quanto mi riguarda non ci credo neppure se lo vedo, ma l'affermazione - la cui perentorietà era giustificata dalla finalità promozionale - contiene in sé una grande verità: il mosso (insieme al ben più subdolo micromosso) è il maggiore responsabile della perdita di nitidezza delle immagini.
Esiste una regola empirica, tramandata da decenni, secondo la quale il fotografo riuscirebbe ad evitare il mosso a mano libera ricorrendo a un tempo di otturazione pari (più o meno) al reciproco della lunghezza focale dell'obiettivo. Secondo questa regola, con un 28 mm non si può scendere al di sotto del trentesimo di secondo; 1/60 di secondo con il normale da 50 mm mentre con un 200 mm è bene restare più veloci di 1/250. Balle. La cosa funziona solo se vi accontentate di stampine formato cartolina. Provate a proiettare l'immagine o a stamparla in formato superiore ai 20x30 cm e poi ne riparliamo.
Attenzione: quando parlo di mosso non intendo soltanto quello banale e scontato che si imprime alla fotocamera quando si aziona il pulsante di scatto (c'è gente che ci mette la forza necessaria a frantumare una nocciola): per evitare questo basta imparare ad impugnare correttamente la reflex (mano sinistra sotto l'obiettivo, con il pollice e il medio pronti a regolare messa a fuoco e anello dei diaframmi); quando dico "mosso" intendo anche - forse soprattutto - le vibrazioni dovute al ribaltamento dello specchio reflex, che in alcuni modelli di fascia economica (ma non solo in quelli, purtroppo) sono in grado di influire pesantemente sulla nitidezza dell'immagine. Non per niente esistono le levette per ribaltare manualmente lo specchio quando si eseguono lavori di precisione. Questo è il mosso più subdolo e più difficilmente evitabile: neppure il cavalletto, a volte, riesce ad attutirlo completamente. L'unica soluzione consiste nel consultare, prima dell'acquisto, i test pubblicati dalle riviste specializzate: accanto ai dati sulla precisione dell'esposimetro TTL c'è anche, di solito, il grafico delle vibrazioni.
Un altro pericolo è dovuto alle vibrazioni meccaniche imposte dalle condizioni esterne: il vento è in grado di muovere lunghi teleobiettivi se fissati al cavalletto in un solo punto; se si fotografa da mezzi in movimento, o anche dall'auto ferma ma con il motore acceso, le vibrazioni sono assicurate.
I metodi per evitare il mosso sono soltanto due:
- Usare il flash, a patto che la luce disponibile non sia in grado di influire significativamente sull'esposizione;
- Non fotografare MAI a mano libera!
La durata del lampo è di per sé sufficiente a "congelare" le vibrazioni: un flash TTL usato da vicino emette luce per un cinquantamillasimo di secondo: quanto basta per fermare le ali di un Bombus terrestris in volo librato. Tuttavia a volte il soggetto è troppo lontano da consentirne l'uso. Pertanto non resta che la seconda soluzione: evitare di fotografare a mano libera. Già, facile a dirsi, ma che succede quando non si può usare il cavalletto? Bene, ecco qui di seguito una tabella che spero potrà tornarvi utile: tutti (beh, insomma, quasi tutti) i sistemi per tener ferma la fotocamera, con descrizione di vantaggi e svantaggi. Dopodiché, a voi la scelta.
Foto a sinistra e sotto - Cavalletti, teste a sfera e a tre movimenti, monopiedi, morsetti di varia foggia e "beanbags": che cosa non si fa per un po' di stabilità in più! Il problema è che ben pochi di questi sistemi sono in grado di sostenere apparecchi più pesanti (o più complessi dal punto di vista operativo) di una reflex di piccolo formato.
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| Sistema |
Vantaggi |
Svantaggi |
Cavalletto o treppiede
(tripod)
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Garantisce una buona
stabilità. Consente
di avere le mani libere e di effettuare con la massima calma tutte le
necessarie regolazioni. Per questo è
irrinunciabile quando si lavora in grande formato (le "press
camera" possono essere usate a mano libera,
ma solo in luce lampo). Consente un elevato grado di precisione grazie
alla testa a tre movimenti e alle bolle di
livello incorporate nei modelli di fascia più elevata. I modelli
più leggeri sono facilmente trasportabili
e possono essere utilizzati all'aperto. I sistemi ad attacco rapido
permettono di montare e smontare rapidamente
l'apparecchio dal supporto. I modelli migliori permettono lo sblocco
delle zampe, che si aprono al massimo per
consentire riprese (quasi) al livello del suolo.
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Usato in esterni pone diversi problemi. In alcuni luoghi (chiese, musei) è espressamente vietato, ed anche in strada può essere oggetto di contestazioni da parte dei tutori dell'ordine. In ogni caso è ingombrante e può costituire intralcio (provate ad aprirlo in piazza Navona alle quattro del sabato pomeriggio!). Per quanto leggero sia (ma per funzionare bene dovrebbe comunque essere più pesante dell'apparecchio che vi è montato) è sempre un oggetto in più da trasportare, con una sua massa e un suo ingombro: questo può costituire un argomento discriminante in caso di trekking o ascensioni in alta quota. I cavalletti metallici non sono in grado di attutire in modo ottimale le vibrazioni impresse dal ribaltamento dello specchietto reflex: per questo vanno meglio i modelli in legno. Il vento può imprimere vibrazioni ai lunghi teleobiettivi se fissati in un solo punto: in caso di riprese in montagna o comunque in luoghi ventosi sarebbero necessari due supporti, tipo un cavalletto sotto il teleobiettivo e un monopiede (o un altro cavalletto) sotto la macchina. Appare evidente come nella maggior parte delle situazioni una simile soluzione sia di fatto improponibile.
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Monopiede
(monopod)
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Consente di non
affaticare la mano quando si debbano
sostenere lunghi teleobiettivi. Permette al fotografo di utilizzare con
maggiore libertà la mano sinistra per
regolare diaframma e messa a fuoco. E' più leggero e più
facilmente trasportabile del classico
treppiede. Non richiede l'uso di teste a tre movimenti o snodi sferici;
non richiede sistemi ad attacco rapido
perché si fa più in fretta ad avvitarlo direttamente ai
fori filettati presenti sul fondo della fotocamera
e degli obiettivi. E' meno appariscente del cavalletto e pertanto
può essere usato in esterni con maggiore
disinvoltura. E' dotato di allungamento telescopico e può essere
bloccato a diverse altezze. Volendo
può essere usato come bastone per appoggiarsi.
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Non può in nessun
caso sostituire il cavalletto.
Richiede comunque che la macchina venga sostenuta con la mano se si
vuole evitare di farla cadere. Evita il
rischio di mosso verticale ma non il mosso dovuto agli spostamenti
laterali. Non è in grado di attutire in
modo ottimale le vibrazioni impresse dal ribaltamento dello specchietto
reflex. Anche se lo si chiude completamente
per usarne una sola sezione, ha comunque una certa altezza da terra e
non consente riprese al livello del suolo.
Non permette il perfetto allineamento della fotocamera come avviene con
i cavalletti dotati di livella a bolla.
Per questo motivo (oltre che per la necessità di doverlo
continuamente sostenere) è del tutto
inutilizzabile con gli apparecchi di grande formato.
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Morsetti
(clamps)
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Permettono di fissare la
fotocamera ai supporti più
disparati quali rami, pali, stipiti di porte; alla portiera o al vetro
dell'auto, alle barre del portapacchi; a tralicci,
palizzate o inferriate delle finestre. Alcuni modelli sono equipaggiati
con ventose per aderire alle superfici lisce.
Estremamente versatili e leggeri, i morsetti sono anche leggeri da
trasportare e poco ingombranti.
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Non hanno la
stabilità del cavalletto tradizionale
e non possono sostenere macchine molto pesanti. Non consentono il
perfetto allineamento dell'apparecchio, a
meno che non siano equipaggiati con una testa separata dotata di livella
a bolla. Non sono in grado di attutire in
modo ottimale le vibrazioni impresse dal ribaltamento dello specchietto
reflex. Il loro uso è subordinato
alla presenza di un supporto, per cui diventa difficile adoperarli nel
deserto, sulla spiaggia o in alta montagna,
al di sopra della fascia della vegetazione arborea.
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Sacchi morbidi (beanbags)
e loro succedanei
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Il classico "sacco
di fagioli" è a
mio avviso il supporto ideale per lavorare con lunghi teleobiettivi. La
sua morbidezza e la sua capacità
di adattarsi alla forma dell'apparecchio, che viene accolto e quasi
avvolto come dalla poltrona di Fantozzi, lo r
endono talvolta più affidabile dello stesso cavalletto. Attutisce
le vibrazioni impresse dal ribaltamento
dello specchio reflex meglio di quanto non faccia il treppiede
tradizionale, nonché le vibrazioni dovute al
vento o a cause meccaniche (ad esempio quando si fotografa dall'auto con
il motore acceso). Può essere
appoggiato in terra assicurando riprese a livello del suolo; su una
roccia per ammorbidire il contatto tra la pietra
e la carrozzeria dell'apparecchio, alla portiera dell'auto quando si
fotografa dalla macchina. Economico, facile da
realizzare in casa e leggerissimo, può assolvere alle più
diverse funzioni, non ultima quella di
cuscino capace di dare ristoro alle stanche terga del fotografo. Il
sacco (va benissimo la federa di un cuscino)
può essere riempito di fagioli o lenticchie secche, gommapiuma a
pezzetti, segatura, gelatine sintetiche,
lana o fibre acriliche. Gli effetti sono diversi a seconda del
materiale: la gommapiuma è morbida ma
relativamente elastica, le lenticchie o la segatura sono più
stabili. Il segreto sta nel non riempire troppo
il sacco, per consentirgli la migliore adattabilità. Può
essere sostituito da tutto ciò che gli
assomiglia: la giacca a vento ripiegata, lo zaino (purché
riempito con oggetti morbidi), maglioni vari,
coperte. Va comunque detto che il classico cuscino è la soluzione
migliore, proprio perché capace
di adattarsi alla forma della fotocamera e dell'obiettivo che vi si
adagiano.
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Se non viene appoggiato a
terra, il sacco richiede
comunque un supporto, il che lo rende simile ai morsetti quanto a
limitazioni d'uso. Adatto a sostenere lunghi
teleobiettivi, non può essere usato per sostenere oggetti di
dimensioni più "raccolte",
che rischierebbero di non trovare un loro punto d'equilibrio. Può
sostenere una folding leggera ma non
garantisce il perfetto allineamento della fotocamera a causa della sua
relativa instabilità. Non è
comunque da ritenersi adatto alla fotografia in grande
formato.
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La cinghia
arrotolata
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La cinghia a tracolla
della fotocamera può essere
avvolta intorno a supporti quali pali, rami, tronchi d'albero o
tralicci, e tirata con forza allo scopo di mantenere
l'apparecchio saldo e quasi "legato" al supporto.
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E' più facile a
dirsi che a farsi. Inoltre il sistema
richiede la presenza dei supporti necessari. Lo sforzo che il fotografo
esercita nel tenere tesa la cinghia può
aumentare (anziché diminuire) il rischio di mosso a causa della
tensione muscolare. Il sistema
funzionerebbe alla perfezione se il fotografo avesse tre
mani.
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La spalla di un
amico
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Nessuno.
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E' necessario l'amico, il
che esclude di fatto i fotografi
che lavorano da soli. Se è ancora vivo, l'amico respira e
inevitabilmente si muove. Se lo uccidete prima
(e se è sufficientemente grasso) può funzionare come
descritto al capitolo "Sacchi morbidi
(beanbags) e loro succedanei", al quale si rimanda per la
descrizione.
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La picozza
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Per chi fotografa sul
ghiacciaio, la picozza costituisce un
supporto abbastanza sicuro. Il foro presente sulla paletta può
essere usato per fissare la fotocamera,
facendovi passare attraverso una vite da 1/4" (o da 3/8", a
seconda del foro filettato presente sul fondo
della fotocamera o dell'obiettivo) tenuta in sede da una rondella
sufficientemente larga. La picozza va piantata
saldamente nella neve o nel ghiaccio.
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La picozza deve essere
dotata di foro sulla paletta,
altrimenti non si può fare. Il punto di ripresa è sempre
piuttosto basso. Il perfetto allineamento
della fotocamera è difficile da ottenere, anche se quest'ultima
fosse dotata di livella a bolla; certamente
occorrerebbe fare diversi tentativi e piantare l'attrezzo nella neve
più volte, ogni volta con forza
(voi non lo sapete, ma potreste trovarvi sopra un ponte di neve gettato
al di sopra di un invisibile crepaccio:
meglio evitare). Il sistema cessa di funzionare non appena si abbandona
la zona delle nevi eterne.
Non è detto che non possiate tentare di piantare l'attrezzo nel
sottile strato di humus che ricopre la
zona degli alti pascoli, ma sotto quei pochi centimetri di terriccio
c'è solida roccia, e voi non volete
rovinare irrimediabilmente il vostro costosissimo puntale,
giusto?
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Superfici naturali e
artificiali
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All'aperto: pietre,
rocce, tronchi d'albero; al chiuso: i
banchi di una chiesa, colonne mozze, acquasantiere, vetrinette
espositive, mensole, davanzali di finestre,
elementi d'arredo. Tutto ciò che costituisce una superficie piana
può essere usato per appoggiare
la fotocamera, dalla reflex alla folding di grande formato. Il segreto
sta nell'usare un cavetto di scatto flessibile,
o meglio l'autoscatto, per evitare spostamenti laterali dovuti alla
pressione sul pulsante.
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E' necessaria la presenza
di un supporto orizzontale
(e che sia davvero orizzontale) al posto giusto. Le superfici
cristalline o microcristalline (roccia, marmo)
rischiano di amplificare le vibrazioni impresse dal ribaltamento dello
specchio reflex: in questo caso si rende
necessario interporre tra la superficie e la macchina un materiale
assorbente (coperta, maglione, giacca a vento).
Non sono possibili riprese in verticale se non si dispone di dorso
riposizionabile.
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Michele Vacchiano © 03/2002
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