Nella mia esperienza fotografica non sono esistite solo Leica e Zeiss, anche se sono particolarmente legato a questi marchi, su cui ho scritto ben 9 libri. Vi sono altre marche da me spesso utilizzate, tra tutte il sistema Canon FD, cui sono legato da affetto, perché mi ha accompagnato spesso in avventure di caccia fotografica ed anche in alcuni viaggi particolarmente ostici.
Tra le tante ottiche Canon da me utilizzate ripetutamente quella che complessivamente mi ha più impressionato rimane sicuramente lo 85mm f/1.2 Asferico, anche se gli altri 3 fratelli asferici, marcati L e una linea rossa sul barilotto, sono ottiche di alto livello, e mi riferisco al 24/1.4, 55/1.2 (il primo obiettivo nipponico dotato di lenti asferiche) e lo storico 300/2.8. Tuttavia lo 85mm si pone al di sopra della mischia, rimanendo un punto fermo non solo dell’ottica nipponica ma dell’intera storia degli obiettivi per il formato 24x36mm.
Pur avendolo adoperato per anni e in diverse occasioni di luminosità, non sono mai riuscito a metterlo in crisi: è vero che è grosso e pesante, ben 750g, specie rispetto al fratello minore 85/1.8, vera ottica da viaggio, ma proprio la sua luminosità da primato e la sua perfezione ottica me lo hanno fatto preferire in tante occasioni, specie con pellicole da 50 ISO, quando occorre scegliere tempi di otturazione adeguati.
L’ottica è apparsa inizialmente nel 1976 come SSC Aspherical con montatura ad anello di serraggio, poi divenuto 85/1.2 L con anello integrato e bottone di sblocco. La differenza tra le due ottiche manuali, risiede nel numero di lamelle del diaframma che passano da 9 a 8, mentre lo schema ottico rimane invariato, con 8 lenti in sei gruppi. La lente asferica è la parte anteriore del secondo elemento.
Essendo abituato a maneggiare materiale Leitz e Zeiss, sono sempre abbastanza critico sulla costruzione meccanica di altri marchi: devo confessare che il materiale FD da me utilizzato era sempre di buona qualità costruttiva, molto robusto sia nel barilotto che nei movimenti, e lo 85/1.2 non fa eccezione, con ghiere corrette nel movimento progressivo e forse solo un poco di gioco nella ghiera dei diaframmi.
Ho sempre usato quest’ottica tra TA ed f/4, che possiede già i massimi risultati ottenibili, e mi ha sempre restituito immagini con grinta nel contrasto e risoluzione molto fine. I colori, importanti in India, sono sempre risultati squillanti e molto colorati, lontani nella resa dai freddi Leitz e i neutri Zeiss. Ottima nel Canon la compensazione dei chiaroscuri ai diaframmi intermedi (tra f/2,8 e f/4, diaframmare oltre è francamente inutile, per quest’ottica), caratteristica importante nei ritratti.
Tra gli aspetti negativi segnalo la mancanza di un paraluce adeguato (avrei dovuto all’epoca ordinarlo a parte) e una tendenza al flare in casi di controluce, accentuato dalla mancanza appunto del paraluce.
In India e in Rajasthan in particolare i ritratti sono essenziali: nella società indiana la bellezza fisica occupa un posto importante e spesso mi è stato domandato perché facevo ritratti alla gente che vedevo. La mia risposta classica I like indian people because they are beautiful (mi piacciono gli indiani perché sono belli), è sempre sembrata sufficiente ad aprire tutte le porte e tutti i personaggi incontrati sono stati sempre ben disponibili a farsi ritrarre.
In effetti negli anni ottanta, ovvero il periodo in cui sono state scattate queste immagini, il favoloso Rajasthan, una terra semi desertica in mezzo al deserto del Thar, al confine col Pakistan, non era ancora una località turistica, ma era piena di favolosi palazzi dei Raja, ricchissimi e fantasiosi, dromedari, mucche, maialini, avvoltoi, galline e persone con turbanti di mille tinte e donne bellissime, con occhi di un nero profondo, affascinanti nei loro costumi colorati.
Una moltitudine di soggetti che scorrevano davanti agli occhi come un fiume impetuoso e per ogni foto scattata se ne perdevano contemporaneamente altre nove, tra persone, palazzi, bambini, giocolieri, animali, artigiani di tutti i tipi e curiosi che si fermavano ad osservare.
La macchina da me utilizzata era la Canon F-1 New, dotata di mirino esposimetrico AE (che dava alla macchina l’automatismo con priorità dei diaframmi) e il winder (che dava contemporaneamente l’automatismo a priorità dei tempi e possedeva il comodo bottone di scatto sull’impugnatura). In più l’avevo dotata del vetrino di messa a fuoco con misurazione spot completamente smerigliato, guadagnando circa uno stop di luminosità rispetto al vetrino di serie. La combinazione del corpo, col vetrino extra luminoso, in unione all’obiettivo di luminosità f/1.2 permetteva una messa a fuoco estremamente precisa, malgrado la ridottissima profondità di campo, ed anche a f/2 la precisione risultava quasi sempre perfetta.
La F1-New possedeva una costruzione eccezionale e un funzionamento sicuro in tutte le occasioni: più leggera e pratica della F-1 Old presentava un prezzo di base notevole (destinato ad aumentare con i 3 accessori sopra indicati), in diretta concorrenza con la Contax RTS e la Leica R4.
Un viaggio che sembra uscito dai ricordi di Marco Polo, un intrico di uomini, animali, paesaggi desertici e palazzi da favola, scampoli di vita vissuta su un altro pianeta, fantastico e incomprensibile, che talvolta bussano alle porte della mia memoria e che ricordo con vividezza proprio grazie a questo obiettivo, che considero (e non solo io) una pietra miliare dell’ottica mondiale.
Il peso di un obiettivo si dimentica presto, l’immagine che ne ottieni rimane tutta la vita!
Pierpaolo Ghisetti © 09/2026
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