SOLITUDINE
Archeologia industriale polare con Zeiss e Hasselblad
Pierpaolo Ghisetti, gennaio 2012

La visita ai siti dei cacciatori di balene, ci riporta lontano nel tempo, al mito immortale di Moby Dick, a storie di coraggio, allo sfruttamento industriale della Natura, ad una solitudine profonda e totale.
Nell’Artico e nell’Antartico non è facile arrivare a visitare queste località remote, che hanno radicalmente convertito la grande strage dei cetacei in sfruttamento industriale organizzato, per mezzo del quale, trasformando il grasso in olio, s’illuminavano le grandi città del mondo.

Antartide, Deception Island

Occorre ancora oggi allontanarsi dalle rotte più battute e attraccare in posti così remoti che talvolta non sono neanche più segnati sulle carte geografiche, se non forse come ricordo storico.
Bisognerebbe immaginarsi, come era una volta, le grandi masse di cetacei dominare gli Oceani, segnalando la loro straordinaria presenza col leggendario soffio, l’attesa spasmodica del loro ritorno in superficie, l’inseguimento implacabile ed infine il lancio dell’arpione fatale, una volta manuale poi divenuto meccanico, grazie ad appositi cannoni.

Antartide, Deception Island

E poi il ritorno alla base, il lavoro di smembramento dell’enorme animale (dai 15 ai 30 metri, secondo la specie), la lavorazione industriale, lo stoccaggio delle masse oleose, e, alla fine, il riposo in misere baracche freddolose e maleodoranti, in mezzo ad una solitudine che ancora oggi sgomenta per la sua assoluta grandezza, ma che, evidentemente, a questi uomini duri e temprati, faceva un’impressione relativa.

Antartide, Deception Island

E le distanze: già enormi oggi, con i mezzi che abbiamo a disposizione, appaiono immense per uomini che dovevano tenere presente le correnti stagionali, la velocità delle navi a vela o col vapore dell’ottocento, le tempeste, gli icebergs e le nebbie improvvise di quelle regioni remote e difficilmente accessibili.

Antartide, Deception Island

E le leggende terrifiche, che popolavano gli oceani di mostri inesauribili e spietati, dalle forme misteriose e fantastiche, la cui visione, nelle illustrazioni del Settecento, provoca ancora oggi un moto di sorpresa.
Confesso che, accanto alla ripulsa per un massacro che, al culmine della mattanza, faceva lavorare in questi siti, anche 20 e più cetacei al giorno, provo curiosità ed ammirazione per gli uomini che si sottoponevano a questa vita, che definire di solitudine è riduttivo.

Antartide, Deception Island

Eppure dal lavoro di questi uomini è dipeso, per secoli, il confine tra la luce e le tenebre, la possibilità di leggere un libro la sera, di camminare con sicurezza nelle città illuminate di lampioni ad olio, di spezzare il vincolo naturale dell’alternanza di giorno e notte. Un lavoro sociale oggi dimenticato, ma che, evidentemente, spronava questi uomini ad affrontare sacrifici e pericoli, e che permetteva anche guadagni favolosi, che regolarmente finivano nelle casse delle società che monopolizzavano la caccia e il commercio delle balene.

Georgia del Sud, Stromness

Intorno a queste capanne, ora sbilenche, a questi silos, ora affondati nella melma, a queste vecchie barche, ora abitate da sterne artiche, non vi è assolutamente Nulla. Ma non il Niente cui siamo abituati oggigiorno, ovvero uno spazio vuoto tra altri spazi pieni di costruzioni ed umanizzati, ma una Niente fatto da migliaia di chilometri di mare, di ghiaccio, di montagne ed enormi ghiacciai di cui non si vede la fine.
Una Natura terrorizzante ed assoluta, indifferente all’uomo e alle sue attività, una Natura contro cui è impossibile combattere, perché quando il mare si ghiaccia e il vento inizia a correre a 200 kilometri all’ora, non c’è niente che l’uomo possa opporre.

Isole Svalbard

Ho visitato diversi siti di balenieri nel mondo polare, l’ultimo dei quali aveva chiuso nel 1965: la solitudine era tangibile nella precarietà del tutto, nelle rovine di un mondo che era stato florido e ora era già totalmente dimenticato, nella terribile funzione di questa archeologia industriale destinata allo sterminio impietoso di quegli esseri meravigliosi che sono i cetacei, così enormi eppure così indifesi.
Oggi di questi posti rimane ben poco, e quel poco, senza più manutenzione, è oggetto di un deperimento continuo, frutto di tempeste, ghiaccio ed anche terremoti. Solo gli animali si aggirano sicuri e tranquilli in questi posti: pinguini reali ed otarie nella Georgia del Sud, pinguini di Adelia in Antartide, sterne artiche nelle isole Svalbard. Ben poco di quello che circondava questi siti è mutato, anzi forse nulla: solo il soffio delle balene non si vede più con la frequenza di cinquant’anni fa.
Fermare l’enorme massacro non è bastato a far ripopolare gli oceani, e le balene, una volta abbondanti, sono sempre rare ed elusive.
Come le balene anche i cacciatori sono scomparsi: in fondo erano legati indissolubilmente e il massacro dei cetacei ha portato all’estinzione anche quella genia di uomini senza paura e senza rimorsi ambientali.
In questi luoghi ha vinto ancora la solitudine della Natura vera: senza compromessi.

Pierpaolo Ghisetti © 01/2012
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GRANDANGOLI PER HASSELBLAD
Per queste foto mi sono essenzialmente servito di due classici grandangolari Carl Zeiss per Hasselblad: il Biogon 38mm f/4,5 montato permanentemente sulla 903 (macchina introdotta nel 1989, ultima denominazione dell’immortale Super Wide) e il meno noto Distagon 60/3,5 CF, ovvero i due estremi della focale grandangolare del sistema.
Il Biogon rappresenta una delle focali grandangolari più note di tutti i tempi e uno degli obiettivi più famosi della Carl Zeiss: progettato da L.Bertele nei primi anni Cinquanta in 8 lenti in 5 gruppi, fu introdotto nel sistema Hasselblad nel 1959: possiede una eccezionale uniformità di resa a tutti i diaframmi e bassissima distorsione, grazie allo schema ottico simmetrico. Rappresenta una delle macchine-obiettivo da me preferite per la compattezza e magnifica resa, che non mi ha mai deluso. Inoltre la mancanza dello specchio permette di scattare a mano libera anche con tempi di 1/30-1/60 di secondo, che nelle reflex classiche del sistema portano quasi invariabilmente al micromosso, vanificando la magnifica resa degli obiettivi impiegati.
Il Distagon f/3,5 CF rappresenta la quarta versione di questo obiettivo dopo la versione f/5,6 C del 1958 e la versione f/4 C del 1962, entrambe in finitura cromata. Fu completamente ridisegnato nel 1976 per la versione C nera f/3,5 per approdare finalmente alla versione CF nel 1982. Ottica piccola e leggera, facilmente manovrabile a mano libera con buona sicurezza, offre una resa elevata già a f/4 e una distorsione del 2%. Rappresenta in definitiva un’alternativa leggermente grandangolare e di uso più generale rispetto al classico Planar 80mm.

BACKSTAGE
Spesso, durante le proiezioni pubbliche o alcune conferenze, mi è stato chiesto come era in realtà la situazione ai due Poli, al di là delle immagini patinate che l’Hasselblad e i suoi obiettivi restituiscono. Non sempre facile, naturalmente fredda e repulsiva. Incredibilmente, si tratta di una realtà spesso affollata di animali, tranquilli pinguini, nervose otarie o più pericolosi trichechi ed elefanti di mare. Mostro pertanto alcune immagini del dietro le quinte, tutte scattate da mia moglie Anna con Contax T3, macchina scelta per la sua eccezionale compattezza e qualità.