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L'ITALIA DI TONY VACCARO |
Fotoreporter in guerra e brillante fotografo di moda,
Tony Vaccaro ha saputo regalarci, nel corso della sua lunga
carriera, anche un toccante ritratto di un'Italia intenta
alla rinascita all'indomani della Seconda guerra mondiale.
Breve storia di uno sguardo poliedrico quanto
eccezionalmente umano e partecipe |
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Due anni di atrocità vissuti in prima persona e
racchiusi in circa 8 mila fotogrammi, che salgono a
20 mila se si considerano quelli scattati fino al '49, in
veste di fotografo del Ministero degli Esteri americano
a Parigi, prima (le foto che documentano la Liberazione
di Parigi gli varranno, nel 1994, la medaglia di
'Cavaliere della Legione d'Onore'), e del giornale delle
Forze Armate Americane in Germania The Stars and
Stripes, poi. Un lungo
reportage che scaturisce da una necessità
non solo documentaria ma anche - e soprattutto -
comunicativa, che ha dovuto fare i conti,
inevitabilmente, con le enormi difficoltà pratiche
proprie del
contesto in cui ci si trovava ad operare, sviluppando
nel fotografo un'estemporanea
quanto efficace 'arte dell'arrangiarsi'; ricorda, a questo proposito,
Tony Vaccaro: "Durante la battaglia del
villaggio di Sainteny, in Normandia, mi trovai nelle
rovine di una casa senza tetto e vidi fra un mucchio di
pietre e polvere un pacchetto con su scritto a mano
'Hydroquinone' (alla High School il maestro, Mr. Lewis, mi aveva insegnato la formula per preparare lo
sviluppo Kodak D-76, che contiene, appunto, l'Hydroquinone).
Guardai intorno, e fra i rumori dell’artiglieria e dei
fucili, realizzai di trovarmi tra le rovine di un
negozio di fotografia. Cercai e trovai altri pacchetti
di sostanze che mi sarebbero servite sia per sviluppare
le pellicole che per il fissaggio. L'unico contenitore
per sviluppare i miei rullini era il mio elmetto. Ma ne
servivano cinque: quello con lo sviluppo, il D-76, poi
l'acqua, l'iposolfito, l'acqua per il primo lavaggio
dell'iposolfito e, alla fine, un secondo lavaggio più
lungo. Per questo avevo preso un elmetto da un cadavere
che mi stava vicino. Senza termometro e senza bilancia
ho sviluppato il primo rullo di notte, a cielo aperto,
tenendo le estremità della pellicola con le due mani e
facendola scorrere su e giù per 11 minuti, quanto era
necessario per svilupparla. Al termine del lavaggio,
appendevo la pellicola sui rami degli alberi e, la
mattina dopo, il negativo era pronto".
Ricordi che forniscono lo spunto per una riflessione - scontata, sì, ma pur sempre emblematica - su quanto e come possa essere mutato l'impegno richiesto ad un fotoreporter di guerra nel corso degli anni; al di là dell'onnipresente rischio estremo, da un punto di vista prettamente logistico è definitivamente archiviata l'era delle pellicole che si accumulano nello zaino, pesando sulla schiena e rubando spazio all'equipaggiamento necessario; aneddoti come questo difficilmente avranno di che essere raccontati, in futuro: "Le pellicole che
sviluppavo le portavo sempre con me, nello zaino, ma man
mano che aumentavano facevano sempre più volume. Così,
quando arrivammo a Parigi, in un teatro distrutto dai
bombardamenti trovai uno di quei reel che si usavano per
avvolgere le pellicole cinematografiche; la larghezza
era la stessa, 35mm. In questa grande bobina avvolsi
allora tutte le mie pellicole, una dietro l'altra, man
mano che le sviluppavo. Ma
per farcele entrare tutte le dovevo tirare, così la
polvere e l'umidità crearono delle irrimediabili
micro-rigature. Nelle stampe si notano, ma io li ho
considerati segni lasciati dalla guerra, come ferite
indelebili". L'asettica perfezione di un file
digitale, per quanto incomparabilmente più pratica,
difficilmente potrà mai ambire all'eloquenza della
pellicola, proprio in forza della capacità
di quest'ultima di rimanere materialmente 'ferita' dalla brutalità delle
circostanze. Certo, basta un click su un qualsiasi
programma di fotoritocco per imitare la sensibilità - o
ancor meglio: la vulnerabilità - della pellicola; ma, a
mio avviso, in tal caso non potrà che trattarsi di un
esito fine a se stesso, un capriccio estetico gratuito
quanto
desolatamente muto.
Basta uno sguardo alle poche immagini qui presentate
per cogliere la delicata poesia che le anima, e che in
più di un caso riporta alla mente celebri capolavori
della storia dell'arte, stimolando un interessante
confronto tra rappresentazione fotografica e pittorica. Prendiamo per esempio la foto Occhi
stanchi (qui sopra): un'immagine che - pur nella sua
naturalezza priva di manierismi - non può non rimandare
a certi effetti di luce propri del Seicento fiammingo
(il paragone con alcuni quadri di Vermeer è inevitabile:
La merlettaia prima di tutto, non foss'altro per
l'identità dei soggetti); e il gioco di macchie scure che
anima la dinamica scena di
Ragazzi con ombrelli non evoca forse la
struttura che sta alla base di due capolavori quali
Strada di Parigi in un giorno di pioggia di Gustave
Caillebotte, o la tela di Renoir intitolata, appunto,
Ombrelli? La
malinconica figura del
Violinista in una calle, infine, sconfina nel
fiabesco: ci spiazza con la sua presenza vaga e
improbabile quanto può esserlo un'apparizione a cui non
si è certi se credere o meno; è un'immagine 'da sogno',
che con la sua miscela di nostalgia e immaginazione diviene l'ideale
corrispettivo fotografico di un quadro come Il
violinista di Chagall (per la visione delle opere
pittoriche citate si veda il box in fondo all'articolo).
Rimandi tanto più significativi quanto non
volontariamente ricercati dal fotografo al momento dello
scatto: il lavoro di Vaccaro è infatti consacrato ad un
regime di 'istantaneità' proprio del reportage, e non
prevede quindi l'imposizione di alcuna 'posa' (che
comporterebbe inevitabilmente un'alterazione
dell'identità originaria del reale fotografato).
Al di là di più o meno dotti
riferimenti individuati 'a posteriori', dunque, ciò che
più conta è l'immediatezza di queste immagini, che
parlano di un lento ritorno alla normalità, e lo fanno
cogliendone il riflesso nei volti e nei gesti delle
persone ritratte, con infinita semplicità e inesauribile
sentimento. Scatti in cui non c'è traccia di superbia o
presunzione da parte di chi guarda e che sembrano
scaturire essenzialmente da una calorosa quanto umile
apertura del fotografo nei confronti della gente:
un'umanità generosa, che investe democraticamente scorci
di città e campagne, animali, volti e storie.
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