 
Nel corso dei mesi passati, ai più accorti frequentatori
di mostre fotografiche non sarà sfuggito il nome di
questo fotografo italo-americano; grazie all'impegno
dell'Associazione Culturale "Balbino del Nunzio" di
Padova e alla curatela appassionata di Andrea Morelli,
infatti, Tony Vaccaro è stato il protagonista di una
mostra intitolata La mia Italia. Fotografie 1945-1955 che, in passato, ha fatto tappa a Padova, Teramo e
Bologna. Nella speranza di avere presto una nuova
occasione per goderci dal vivo le sue foto
(magistralmente stampate da lui stesso con procedimento
tradizionale all'argento),
cerchiamo nel frattempo di approfondire la conoscenza
del lavoro di questo importante nome della fotografia
internazionale della seconda metà del XX secolo, inspiegabilmente poco noto
proprio in un paese a lui tanto caro come l'Italia. Tony
Vaccaro, che attualmente vive a New York, nasce nel 1922
a Greensburg (Pennsylvania) da genitori molisani
emigrati; ed è proprio in Molise - nel paesino di
Bonefro - che passerà anni fondamentali come solo
possono esserlo quelli dai 3 ai 17: una semplice visita
ai parenti italiani si trasformerà, a causa della morte
di ambedue i genitori a poca distanza l'uno dall'altra,
in una permanenza talmente estesa da fargli sviluppare
un particolare attaccamento a quella che nel frattempo è
divenuta, a pieno titolo, la "sua terra". Ma intanto, al
di fuori della quiete semplice di Bonefro, la Storia
incalza: il 1939 vede il giovane Tony tornare in
America, richiamato in vista dell'arruolamento; pochi
anni dopo acquisterà la sua prima fotocamera, una Argus
C3 (35mm). E' nel 1943 che inizia la sua partecipazione
alla Seconda guerra mondiale: arruolato nello US Army,
torna in Europa prendendo parte allo sbarco in
Normandia, fino ad arrivare alle porte di Berlino
liberata.

Due anni di atrocità vissuti in prima persona e
racchiusi in circa 8 mila fotogrammi, che salgono a
20 mila se si considerano quelli scattati fino al '49, in
veste di fotografo del Ministero degli Esteri americano
a Parigi, prima (le foto che documentano la Liberazione
di Parigi gli varranno, nel 1994, la medaglia di
'Cavaliere della Legione d'Onore'), e del giornale delle
Forze Armate Americane in Germania The Stars and
Stripes, poi. Un lungo
reportage che scaturisce da una necessità
non solo documentaria ma anche - e soprattutto -
comunicativa, che ha dovuto fare i conti,
inevitabilmente, con le enormi difficoltà pratiche
proprie del
contesto in cui ci si trovava ad operare, sviluppando
nel fotografo un'estemporanea
quanto efficace 'arte dell'arrangiarsi'; ricorda, a questo proposito,
Tony Vaccaro: "Durante la battaglia del
villaggio di Sainteny, in Normandia, mi trovai nelle
rovine di una casa senza tetto e vidi fra un mucchio di
pietre e polvere un pacchetto con su scritto a mano
'Hydroquinone' (alla High School il maestro, Mr. Lewis, mi aveva insegnato la formula per preparare lo
sviluppo Kodak D-76, che contiene, appunto, l'Hydroquinone).
Guardai intorno, e fra i rumori dell’artiglieria e dei
fucili, realizzai di trovarmi tra le rovine di un
negozio di fotografia. Cercai e trovai altri pacchetti
di sostanze che mi sarebbero servite sia per sviluppare
le pellicole che per il fissaggio. L'unico contenitore
per sviluppare i miei rullini era il mio elmetto. Ma ne
servivano cinque: quello con lo sviluppo, il D-76, poi
l'acqua, l'iposolfito, l'acqua per il primo lavaggio
dell'iposolfito e, alla fine, un secondo lavaggio più
lungo. Per questo avevo preso un elmetto da un cadavere
che mi stava vicino. Senza termometro e senza bilancia
ho sviluppato il primo rullo di notte, a cielo aperto,
tenendo le estremità della pellicola con le due mani e
facendola scorrere su e giù per 11 minuti, quanto era
necessario per svilupparla. Al termine del lavaggio,
appendevo la pellicola sui rami degli alberi e, la
mattina dopo, il negativo era pronto".

Ricordi che forniscono lo spunto per una riflessione - scontata, sì, ma pur sempre emblematica - su quanto e come possa essere mutato l'impegno richiesto ad un fotoreporter di guerra nel corso degli anni; al di là dell'onnipresente rischio estremo, da un punto di vista prettamente logistico è definitivamente archiviata l'era delle pellicole che si accumulano nello zaino, pesando sulla schiena e rubando spazio all'equipaggiamento necessario; aneddoti come questo difficilmente avranno di che essere raccontati, in futuro: "Le pellicole che
sviluppavo le portavo sempre con me, nello zaino, ma man
mano che aumentavano facevano sempre più volume. Così,
quando arrivammo a Parigi, in un teatro distrutto dai
bombardamenti trovai uno di quei reel che si usavano per
avvolgere le pellicole cinematografiche; la larghezza
era la stessa, 35mm. In questa grande bobina avvolsi
allora tutte le mie pellicole, una dietro l'altra, man
mano che le sviluppavo. Ma
per farcele entrare tutte le dovevo tirare, così la
polvere e l'umidità crearono delle irrimediabili
micro-rigature. Nelle stampe si notano, ma io li ho
considerati segni lasciati dalla guerra, come ferite
indelebili". L'asettica perfezione di un file
digitale, per quanto incomparabilmente più pratica,
difficilmente potrà mai ambire all'eloquenza della
pellicola, proprio in forza della capacità
di quest'ultima di rimanere materialmente 'ferita' dalla brutalità delle
circostanze. Certo, basta un click su un qualsiasi
programma di fotoritocco per imitare la sensibilità - o
ancor meglio: la vulnerabilità - della pellicola; ma, a
mio avviso, in tal caso non potrà che trattarsi di un
esito fine a se stesso, un capriccio estetico gratuito
quanto
desolatamente muto.
Successivamente, la carriera di Vaccaro spiccherà definitivamente il volo, grazie anche
all'abilità maturata nel campo della fotografia di moda, che gli varrà la
collaborazione con alcune tra le maggiori riviste americane - Flair, Look, Life, Venture - e condurrà davanti al suo obiettivo i
più grandi nomi nel campo del cinema, della moda,
dell'arte. Ma le immagini che ci interessa ora prendere
in maggiore considerazione sono quelle relative al suo
ritorno in Italia, all'indomani della fine della guerra:
a partire dal settembre 1946 Tony Vaccaro, reduce da
un'overdose di odio e violenza, cerca rifugio tra le
braccia malconce - ma non per questo meno accoglienti -
della sua seconda patria. Un pellegrinaggio che la
attraversa da Nord a Sud e che la vede intenta a
ricostruirsi - casa per casa, anima per anima -, come
una Fenice che non abbia altra scelta se non rinascere
dalle proprie ceneri. E' l'Italia della Ricostruzione.
Italia di macerie, di mura e vite crivellate dagli
spari, di povertà, di ferite aperte; Italia di volti e
affetti dispersi, la cui ricerca è affidata ai muri di
strada; Italia di grandi appuntamenti elettorali che
risvegliano un impegno collettivo umiliato dal Ventennio fascista. Ma, a dispetto di questo drammatico scenario, ciò che con più forza emerge dagli scatti di
Vaccaro è un senso tangibile di speranza, serenità e rinascita,
quasi che l'aver vissuto sulla propria pelle l'orrore
della guerra lo spinga a cercare negli occhi degli
uomini quel barlume tenace di bontà, necessario per
continuare a sperare in una realtà alternativa.
Italo Zannier, nel breve saggio che introduce le
immagini nel catalogo della mostra La mia Italia,
colloca idealmente il lavoro di Vaccaro nell'ambito
della corrente fotografica 'umanista', caratteristica
del secondo dopoguerra e alla quale sono genericamente
riconducibili altre importanti personalità italiane
quali Roiter, Donzelli, De Biasi, Berengo Gardin. Nata
in Francia - dove fu rappresentata soprattutto
dall'opera di Doisneau e Brassaï -, la fotografia
umanista è caratterizzata da un'attenzione esclusiva nei
confronti dell'uomo e della sua vita quotidiana, ritratta
con uno stile a cavallo tra documentazione e 'realismo
magico', prodigo di atmosfere sospese e vagamente
surreali.

Basta uno sguardo alle poche immagini qui presentate
per cogliere la delicata poesia che le anima, e che in
più di un caso riporta alla mente celebri capolavori
della storia dell'arte, stimolando un interessante
confronto tra rappresentazione fotografica e pittorica. Prendiamo per esempio la foto Occhi
stanchi (qui sopra): un'immagine che - pur nella sua
naturalezza priva di manierismi - non può non rimandare
a certi effetti di luce propri del Seicento fiammingo
(il paragone con alcuni quadri di Vermeer è inevitabile: La merlettaia prima di tutto, non foss'altro per
l'identità dei soggetti); e il gioco di macchie scure che
anima la dinamica scena di Ragazzi con ombrelli non evoca forse la
struttura che sta alla base di due capolavori quali Strada di Parigi in un giorno di pioggia di Gustave
Caillebotte, o la tela di Renoir intitolata, appunto, Ombrelli? La
malinconica figura del Violinista in una calle, infine, sconfina nel
fiabesco: ci spiazza con la sua presenza vaga e
improbabile quanto può esserlo un'apparizione a cui non
si è certi se credere o meno; è un'immagine 'da sogno',
che con la sua miscela di nostalgia e immaginazione diviene l'ideale
corrispettivo fotografico di un quadro come Il
violinista di Chagall (per la visione delle opere
pittoriche citate si veda il box in fondo all'articolo).
Rimandi tanto più significativi quanto non
volontariamente ricercati dal fotografo al momento dello
scatto: il lavoro di Vaccaro è infatti consacrato ad un
regime di 'istantaneità' proprio del reportage, e non
prevede quindi l'imposizione di alcuna 'posa' (che
comporterebbe inevitabilmente un'alterazione
dell'identità originaria del reale fotografato).

Al di là di più o meno dotti
riferimenti individuati 'a posteriori', dunque, ciò che
più conta è l'immediatezza di queste immagini, che
parlano di un lento ritorno alla normalità, e lo fanno
cogliendone il riflesso nei volti e nei gesti delle
persone ritratte, con infinita semplicità e inesauribile
sentimento. Scatti in cui non c'è traccia di superbia o
presunzione da parte di chi guarda e che sembrano
scaturire essenzialmente da una calorosa quanto umile
apertura del fotografo nei confronti della gente:
un'umanità generosa, che investe democraticamente scorci
di città e campagne, animali, volti e storie. La guerra
è finita. Si volta pagina. Una pagina, però, talmente
pesante, da richiedere lo sforzo indiscriminato di tutti
per essere oltrepassata; gente comune o stars del
cinema, pittoreschi personaggi, artisti di strada o di
studio: ognuna di queste categorie ha un posto d'onore
nell'Italia di Tony Vaccaro (che è poi la stessa
identica nostra); ognuna investita da un ruolo preciso,
ognuna indispensabile alla rinascita del paese. Conta il
sorriso di un bambino, allora, tanto quanto quello -
ancora intorpidito dal sonno - di un'Anna Magnani
sorpresa in veste da camera; conta l'alacre ripresa
delle consuete occupazioni da parte di contadini e
artigiani così come la ritrovata spinta creativa che
rimette in moto la macchina del cinema e dell'arte,
segno di un paese che va pian piano riscoprendo il gusto
di ridar spazio - e credito - ai sogni. Un'emozione che,
nonostante il tempo passato, continua ad abitare immagini come
quelle di Tony Vaccaro: ricordi di un singolo uomo,
trasformatisi - grazie alla loro non comune intensità evocativa
- in patrimonio di memorie collettive ad uso di un
intero paese.
Serena Effe © 03/2007
Tutte le citazioni e le immagini sono tratte dal catalogo "Tony Vaccaro. La mia Italia. Fotografie
1945-1955", pubblicato in occasione della mostra omonima, promossa dall'Associazione Culturale abruzzese-molisana "Balbino del Nunzio" di Padova, sponsorizzata dalla Fischer Italia Srl e dalla Banca di Teramo. Un ringraziamento particolare va ad Andrea Morelli - curatore - per la gentilezza e la disponibilità dimostrate.

Ci sarebbe piaciuto inserire
all'interno dell'articolo le riproduzioni delle
opere citate, al fine di rendere più immediato e
proficuo il riscontro tra quadri e fotografie. Se
l'avessimo fatto, però, ci saremmo messi nella
condizione di venir multati per migliaia di euro
dalla SIAE, con l'accusa di "Sfruttamento
dell'ingegno altrui". Continueremo a riportare la
vostra attenzione su questo malaugurato stato di
cose in quanto crediamo che sia fondamentale
sensibilizzare anche i 'non addetti ai lavori' su
questa che noi consideriamo una vergognosa
speculazione a discapito della libera e
disinteressata diffusione della cultura sul web.
Nel frattempo, non possiamo far altro se non
indirizzarvi verso siti esterni a Nadir. I links
sottostanti rimandano all'archivio spagnolo di immagini Ciudad de la Pintura; cliccate sulle miniature
presenti nelle varie pagine per
ingrandire le immagini di vostro interesse.
La merlettaia (1669-70) di Vermeer
(seconda immagine dall'alto)
Strada di Parigi in un giorno di pioggia (1877) di Caillebotte
(sesta immagine dall'alto)
Ombrelli (1881-85) di Renoir
(prima immagine dall'alto)
Il violinista (1912-13) di Chagall
(quinta immagine dall'alto)
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