Premessa
Questo quadro di riferimento generale vuole tracciare un percorso di ricerca, inquadrare e sistematizzare la materia, offrire una base ed uno schema da completare con informazioni più dettagliate, notizie più precise, dati più approfonditi. Il testo che segue prende origine da un articolo scritto nel 1997 da Marco Antonetto e Danilo Cecchi per una rivista giapponese. Il testo è rimasto finora inedito nelle lingue occidentali (italiano e inglese compresi) ed è stato opportunamente rivisto. La prima parte riguarda il periodo che va dalle origini della fotografia fino alla seconda guerra mondiale, mentre la seconda parte riguarda il periodo che va dal dopoguerra ai tempi nostri. I due periodi più fecondi per l'industria fotografica italiana sono gli anni Dieci e Venti del nuovo secolo e gli anni Cinquanta. Questi due periodi vengono trattati rispettivamente nella prima e nella seconda parte.
Le origini
La vicinanza geografica e culturale fra la Francia e le diverse regioni italiane favorisce nella prime metà dell'Ottocento il rapido scambio di informazioni e di notizie provenienti da Parigi, una delle maggiori capitali artistiche e culturali dell'Europa dell'epoca. L'annuncio di Arago sulla scoperta del procedimento dagherrotipico non passa per questo inosservato ma viene pubblicato da un periodico torinese il 23 febbraio del 1839. Con altrettanta rapidità ed entusiasmo nasce in Italia l'interesse per la nuova scoperta divulgata nella famosa conferenza tenuta dallo stesso Arago il 19 agosto del 1839 alla presenza dei membri dell'Académie des Sciences e dell'Académie des Beaux Arts. Il manuale di Daguerre stampato da Gaudin e le attrezzature dagherrotipiche commercializzate da Giroux vengono immediatamente importati in Italia ed è con queste attrezzature che il 2 settembre a Firenze viene ripetuto da Tito Puliti l'esperimento di Daguerre presso il Gabinetto di Fisica della locale Università. Esperimenti simili nei giorni seguenti vengono ripetuti anche a Pisa, a Venezia ed in altre città italiane. Esperimenti analoghi vengono ripetuti a Torino il giorno 8 ottobre da Enrico Federico Jest, ma questa volta con attrezzature costruite dallo stesso Jest, fornitore di apparecchiature ottiche per la Regia Università di Torino, insieme al meccanico Rasetti. Si tratta allo stato attuale delle conoscenze del primo apparecchio fotografico costruito artigianalmente in Italia. Di questo apparecchio rimane solamente l'obiettivo originale, realizzato a somiglianza degli obiettivi di Chevalier che equipaggiavano le fotocamere di Giroux.
Enrico Jest con l'aiuto del figlio Carlo si dedica alla costruzione ed alla commercializzazione di un certo numero di fotocamere per dagherrotipia nella Torino degli anni Quaranta e Cinquanta, arrivando a tradurre in italiano il manuale di Daguerre e ad offrire alla propria clientela un ricco catalogo comprendente quasi centocinquanta diversi articoli scientifici, ottici e per dagherrotipia. Analogamente in altre città italiane altri artigiani si dedicano alla costruzione di attrezzature per dagherrotipia seguendo le istruzioni dei ricchi appassionati fotografi dell'epoca, come Alessandro Duroni a Milano o Enrico Suscipj a Roma, facendo ricorso quasi sempre ad obiettivi importati dalla Francia.
Con il calo di interesse per la dagherrotipia su metallo a favore della calotipia su carta sensibilizzata la tecnologia costruttiva delle fotocamere cambia e molti bravi ebanisti si dedicano alla realizzazione di fotocamere in legno di grande formato, ma sempre in forma artigianale e con la fabbricazione di un numero di pezzi limitato. Le cronache dell'epoca riferiscono di numerosi premi aggiudicati ai costruttori di fotocamere per la loro abilità e l'accuratezza delle costruzioni, riportando i nomi dei vincitori, ma della produzione dell'epoca sembra non essere rimasto molto di più delle citazioni sulla stampa.
Negli anni Cinquanta a Torino Giovanni Zotto inizia la costruzione di fotocamere per collodio umido, continuando la propria attività fino alla fine dell'Ottocento. Nel 1859 a Milano Oscar Pettazzi e Carlo Antonini aprono un laboratorio per la costruzione di fotocamere in legno, e nel 1870 a Bologna Enrico Luzzi intraprende un'attività simile. Altri costruttori di fotocamere dello stesso periodo sono Vincenzo Seveso a Milano, Ignazio Nadalini a Reggio Emilia ed altri di minore importanza. A Napoli Antonio Montagna pubblica la "Rivista Fotografica Universale" in cui pubblica notizie sui costruttori italiani di fotocamere. Molti di questi artigiani sono ottici o negozianti che commercializzano sotto il proprio nome le realizzazioni probabilmente dovute ad artigiani anonimi. A Milano si ricordano i nomi di Emilio Resti, Pio Fatti, Edoardo Lepage, Celso Mantovani, Angelo Arnaboldi, Arturo Fumel e la società Garofoli, Martorelli e Mosconi. A Torino è attivo Felice Alman, a Venezia Acerboni, a Genova Pietro Speich, a Firenze Anchise Cappelletti, Pio Paganini, Pietro Sbisà e Parisio Cantini. Altri costruttori sono ricordati in altre città italiane, ma si tratta sempre di piccoli artigiani che lavorano sugli stessi modelli, senza proporre nessuna innovazione e senza mai raggiungere dimensioni industriali.
La nascita di una nuova industria
Nel periodo che va dal 1860 fino alla fine del secolo la tecnologia delle fotocamere è tutto sommato piuttosto semplice, con obiettivi ed otturatori costruiti e commercializzati in maniera autonoma. L'impiego amatoriale e professionale della fotografia in Italia esigeva ancora fotocamere in legno di grande formato, con dorso mobile e soffietti in pelle, mentre per gli obiettivi ed i primi otturatori si continuava a far riferimento alle importazioni da Francia o Inghilterra. Fra le fotocamere prive di fantasia realizzate all'epoca spicca per la propria originalità la fotocamera "Alpina" costruita a Torino da Felice Bardelli ispirandosi alla francese Scenographe a soffietto. Grazie al peso contenuto ed alla possibilità di essere compressa in poco spazio grazie al soffietto estensibile la fotocamera "Alpina" si dimostrava insuperabile per le gite in montagna e le riprese di paesaggio. Ancora a Torino Giuseppe Sacco costruiva fotocamere per i fotografi itineranti ed una curiosa fotocamera da ritratti di tipo automatico, stilizzata come una torre medioevale ma realizzata in legno.
Solamente dopo l'unificazione politica dell'Italia la produzione di fotocamere assume un carattere più propriamente di tipo industriale concentrandosi nelle regioni del centro nord. Contemporaneamente la grande diffusione delle lastre secche alla gelatina si dimostrò decisiva per lo sviluppo delle fotocamere di tipo portatile a mano mentre nascevano anche in Italia le prime industrie del sensibile come quella di Dringoli a Empoli e di Cappelli a Milano.
Attorno al 1880 due imprenditori milanesi, Lamperti e Garbagnati, accanto alla produzione di fotocamere da studio di alta qualità iniziano la produzione di fotocamere portatili su ispirazione delle contemporanee fotocamere inglesi. Una delle più originali è una fotocamera per ritratti multipli equipaggiata con sei obiettivi Darlot e con un otturatore a serranda, battezzata "Istantanea a ripetizione". L'esempio offerto dalla ditta Lamperti e Garbagnati viene seguito da altri artigiani e commercianti che cominciano ad organizzare la loro produzione su basi industriali. Le fotocamere maggiormente richieste all'epoca sono quelle tipo detective, a scatola, e quelle tipo jumelles simili a binocoli da teatro e facili da nascondere. Il centro industriale per eccellenza diventa Milano, dove operano già la ditta Lamperti e Garbagnati ma anche Angelo Pettazzi con il figlio Oscar. A Torino Berry mette in produzione le fotocamere tipo detective Eureka per lastre di formato 4.5x6cm 6x9cm o 9x12cm insieme alle fotocamere Eureka pieghevoli per lastre o per i primi film in rullo di celluloide. A Firenze Carlo Gallo costruisce numerose fotocamere di tipo detective per lastre e la prima monoreflex italiana con un magazzino per dodici lastre di 9x12cm equipaggiata con un otturatore sul piano focale.