L'INDUSTRIA FOTOGRAFICA ITALIANA 4
Danilo Cecchi, giugno 2002

FRA MINIFORMATI E GRANDI FORMATI DAL DOPOGUERRA AI GIORNI NOSTRI

Quarta ed ultima parte

Accanto alle fotocamere 35mm semplici o complesse, le industrie fotografiche italiane propongono a partire dal dopoguerra fotocamere di formato diverso, da quelle che impiegano film speciali a quelle che impiegano film da 16mm o in rulli tipo 127 o 120, fino alle lastre 6x9cm, 9x12cm, 13x18cm e 18x24cm. Accanto alle fotocamere tipo box per film in rullo, la cui produzione è ancora fiorente per tutti gli anni Cinquanta, vengono messe in cantiere fotocamere di medio formato con o senza telemetro, fotocamere di medio o grande formato portatili o a banco ottico, microcamere e perfino fotocamere per esposizioni multiple. Praticamente tutte le tipologie note, con la sola eccezione delle biottica di medio formato, vengono tentate prima o poi dall'industria italiana. Gli anni compresi fra il 1946 e il 1956 sono molto ricchi di proposte, diversificate sia sul piano tecnologico che sul piano dell'inventiva e della fantasia. Sono invece relativamente poche le industrie fotografiche attive nel dopoguerra che possono vantare radici nel periodo prebellico. Alcune delle maggiori industrie che si rivolgono nel dopoguerra alla fotografia provengono da esperienze di altro tipo e considerano il settore fotografico solo come un nuovo promettente campo di investimento e di diversificazione produttiva. La maggior parte delle industrie fotografiche che nascono nel dopoguerra provengono tuttavia da laboratori di artigiani o fotoriparatori che improvvisano la nuova attività produttiva industriale tentando il salto di qualità. Generalmente l'attività di queste piccole industrie è molto breve e circoscritta e non supera i pochi anni di vita. Anche le fotocamere che escono da queste aziende vengono costruite in un numero limitato di modelli, con una o due varianti al massimo ed una produzione di poche centinaia di pezzi. Nella seconda metà degli anni Cinquanta la maggior parte delle piccole industrie fotografiche italiane scompaiono o si rivolgono verso attività produttive diverse.

Nonostante queste caratteristiche di precarietà si registra un notevole fermento produttivo che coinvolge non solo il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, ma anche Pordenone, Firenze e perfino Roma. Si assiste inoltre ad una distinzione abbastanza netta fra i fabbricanti di fotocamere di tipo amatoriale per i formati 35mm o 16mm e per rulli di tipo 120 o 127 da una parte, e fra i fabbricanti di apparecchi professionali di medio e grande formato che rimangono i ferri del mestiere della maggior parte degli studi fotografici. Solo raramente all'interno della stessa azienda si registrano entrambi i tipi di produzione. Mentre la produzione delle fotocamere amatoriali da usare a mano libera è incostante, sottoposta a continue modifiche e cambiamenti e di breve durata, la produzione delle fotocamere professionali procede per lungo tempo senza apprezzabili mutamenti e viene affiancata dalla produzione di altre attrezzature da studio.


Fotocamere per i mini formati
Con lo scopo di ridurre i costi del materiale sensibile e dei prodotti chimici necessari per il trattamento nel dopoguerra, vengono rilanciati anche in Italia i formati minimi. Accanto al mezzo formato 18x24mm su film 35mm standard vengono costruite in Italia fotocamere per pellicola da 16mm o per formati ancora più piccoli, spesso con risultati interessanti.

SCAT
Nel 1947 la società romana SCAT (Società Costruzioni Articoli Tecnici) presenta una fotocamera per pellicole 16mm in caricatori metallici speciali per il formato 8x11mm. La piccola fotocamera dalla forma arrotondata utilizza un mirino a traguardo estraibile ed un obiettivo Aplanatic 25mm f/3.5 con messa a fuoco fino a un metro e mezzo su un otturatore con una sola velocità. La piccola fotocamera Scat viene costruita in una prima versione con obiettivo diaframmabile ed in una seconda versione senza diaframma fino ai primi anni Cinquanta.

GAMI OFFICINE GALILEO MILANO
Nel 1953, dopo la fine della produzione di fotocamere da parte delle Officine Galileo di Firenze, la filiale di Milano, resasi indipendente, comincia a costruire una piccola fotocamera per film da 16mm in caricatori speciali battezzandola GaMi (Galileo Milano) e con lo scopo evidente di fare concorrenza alle Minox tedesche. La GaMi fornisce negative di formato 12x17mm ed è equipaggiata con un mirino con telemetro accoppiato, con un otturatore a lamella metallica sul piano focale con una gamma di velocità completa da mezzo secondo fino a 1/1000, un esposimetro ad estinzione incorporato ed un motore a molla che si carica automaticamente aprendo la fotocamera. L'obiettivo a sei lenti è un Galileo Esamitar 25mm f/1.9 molto luminoso. La fotocamera GaMi viene costruita in due versioni diverse solo nella scala di messa a fuoco, graduata in metri o in piedi per il mercato statunitense, dove è molto apprezzata. Costruita per circa dieci anni, la GaMi viene equipaggiata con aggiuntivi tele 4x e 8x, adattatori per microscopio, flash, lenti addizionali, filtri, mirini angolari e con una serie di accessori come sviluppatrici, ingranditori e proiettori.

PARVA SAN GIORGIO
Prima di costruire la Janua la società genovese San Giorgio costruisce nel corso del 1946 in una serie molto limitata ed a titolo di prototipo funzionante la microcamera Parva, che utilizza film da 16mm per negativi di formato 15x15mm ed offre prestazioni interessanti. L'otturatore a tendina fornisce tre velocità (40, 100, 150) oltre alla posa T e l'obiettivo montato è un Essegi 20mm f/3.5 con messa a fuoco a partire da 30cm. Per le riprese alla distanza minima la Parva viene accessoriata con un treppiede che funge anche da stativo.


Fotocamere per film in rullo tipo 127 e tipo 120
Nel dopoguerra molte industrie fotografiche italiane, nonostante la popolarità del 35mm, preferiscono orientare la propria produzione verso fotocamere per film in rullo di tipo 120 o 127, più grandi e più semplici da utilizzare e soprattutto prive della complicazione della perforazione e dei meccanismi di arresto necessari dopo l'avanzamento di ogni singolo fotogramma. All'epoca il film in rullo. nonostante le ambizioni professionali manifestate dalle Rolleiflex e dalle altre fotocamere della stessa classe, è ancora considerato una scelta economica e popolare. I formati 6x6cm e 6x9cm permettono la stampa a contatto e vengono utilizzati sulle più semplici delle fotocamere, le fotocamere tipo box realizzate in metallo, bachelite o plastica fino a tutti gli anni Sessanta. Solo l'automatizzazione del trattamento del film da 35mm segnerà la fine del film in rullo come film economico e lo consegnerà ai soli impieghi professionali.

BENCINI
Nell'immediato dopoguerra Antonio Bencini, titolare della ditta milanese CMF (Costruzioni Meccaniche Fotografiche?) abbandona la produzione avviata nel periodo prebellico basata sulle fotocamere tipo box o a soffietto per dedicarsi alla costruzione di un nuovo tipo di fotocamere economiche. Poiché l'impiego del film da 35mm richiede una certa precisione meccanica e l'adozione di ingranaggi complessi, la scelta cade quasi forzatamente sul film in rullo di tipo 127, da utilizzare senza necessità di riavvolgimento o di comandi particolari. Il film di tipo 127 permette inoltre di ottenere negative abbastanza grandi, di formato 6x4cm, oppure più piccole, 4x4cm o 3x4cm. Si tratta sempre di formati più grandi del formato 24x36mm ma ancora paragonabili a quest'ultimo. La stessa scelta del film in rullo di tipo 127 viene effettuata da altri costruttori di fotocamere economiche che cercano di conquistare un mercato di massa molto promettente. Nel 1946 Bencini mette in produzione per il formato 6x4cm la fotocamera Rolet con corpo in metallo, mirino ottico e obiettivo Planetar Aplanatic da 75mm f/11, in montatura rientrante su un tubo telescopico ma non focheggiabile. L'otturatore a moto alternato offre l'istantanea e la posa e la fotocamera riporta sulla cassa oltre al nome Rolet il numero di brevetto 120785. Nel 1948 inizia la produzione di fotocamere in metallo con il corpo in pressofusione di lega d'alluminio. La prima della serie è la Comet di formato 3x4cm con obiettivo in montatura fissa non rientrante 55mm f/11 montato sullo stesso tipo di otturatore a moto alternato per istantanea e posa. L'obiettivo è focheggiabile da un metro all'infinito e il numero di brevetto è il 120921. La Comet 3x4cm è seguita dal modello Relex di formato 6x4cm che ne ripete lo stile ma monta un obiettivo 75mm f/11 focheggiabile su un tubo telescopico rientrante ed è equipaggiata con lo stesso tipo di otturatore. Il numero di brevetto della Relex è 120922. La strada è tracciata ed ai modelli per film 127 segue un modello battezzato Koroll per il formato quadrato 6x6cm su film 120. Anche in questo caso l'obiettivo focheggiabile 85mm f/11 è montato su un tubo telescopico rientrante ed utilizza un otturatore a un tempo oltre alla posa. La Koroll, più alta e massiccia delle altre pressofuse CMF Bencini, porta il numero di brevetto 120923. L'obiettivo su tubo telescopico rende le fotocamere tascabili facilitandone il trasporto, e nel 1951 anche la piccola Comet viene costruita nella versione con obiettivo rientrante. Così modificata la fotocamera viene ribattezzata Comet II e porta il numero di brevetto 120924. Le Comet, le Relex e le Koroll originali, prive di staffa e di sincronizzazione vengono seguite dai rispettivi modelli con staffa sul tettuccio e presa sincro. I modelli sincronizzati vengono battezzati Comet S, Relex S e Koroll S, ma non sempre e non in maniera omogenea. La Comet S ha l'obiettivo in montatura rigida come la Comet originale, ma ha modificato il disegno del frontale, mentre la Comet II sincronizzata mantiene il nome Comet II. In un primo momento la staffa viene riportata sul tettuccio in un alloggio poco profondo e viene fermata con due viti, in un secondo momento la staffa, del tipo senza viti e con un fermo a molla, viene alloggiata in un alloggio più profondo realizzato sul tettuccio direttamente nella fusione. Altre modifiche riguardano il piedino estraibile di stabilizzazione delle Relex e delle Koroll, che scompare e viene sostituito da un piedino fisso, e la possibilità di commutare la Koroll S dal formato 6x6cm al formato 6x4.5cm. La Relex S 6x4cm è la prima delle CMF Bencini pressofuse ad uscire di produzione e attorno al 1954 anche la Koroll S 6x6cm viene sostituita dal modello Koroll 24 o Koroll 24S, che continua ad utilizzare il film di tipo 120 ma per negative di formato 3x4.5, e utilizza un obiettivo 60mm f/11 in montatura rigida. Dalla cassa delle Koroll 24S scompare il marchio CMF. Nello stesso periodo le Comet S e le Comet II vengono affiancate dal modello Comet III che utilizza lo stesso film 127 per lo stesso formato 3x4cm ma possiede una carrozzeria assolutamente inedita sviluppata in verticale. secondo lo stile delle cineprese amatoriali dell'epoca. Anche sulla cassa delle Comet III la sigla CMF viene rimpiazzata dal nome Bencini. La produzione delle fotocamere Comet e Koroll continua fino ai primi anni Sessanta, ma la cassa viene modificata sia nell'estetica che nei materiali. La lega di alluminio lucida viene sostituita da una nuova lega metallica rifinita in maniera diversa e compaiono parti in plastica nella cornice esterna dei mirini, mentre i dorsi anziché essere incernierati diventano completamente amovibili. Gli otturatori cominciano ad offrire più di una velocità, 50 e 100 all'inizio, 30 60 125 in seguito, e gli obiettivi vengono portati a f/9 o f/8, ma possono essere diaframmati anche a f/16. Nel 1959 viene messa in produzione la fotocamera Cometa, una 3x4cm dalla carrozzeria estremamente originale che tuttavia non riesce a sostituire la Comet. Con gli ultimi anni Cinquanta Bencini inizia anche ad avventurarsi nel mondo del 35mm con le fotocamere Comet 35 e Koroll 35.

FERRANIA
Nel dopoguerra la società Ferrania, accanto allo sviluppo dei materiali sensibili per fotografia e cinematografia, si dedica in maniera seria e continuativa alla produzione di fotocamere di tipo economico, intendendo sviluppare così nello stesso tempo la promozione delle proprie pellicole. Per costruire in serie le fotocamere Ferrania viene utilizzato lo stabilimento milanese occupato in passato dalla Cappelli, ed a dirigere il settore fotocamere viene messo Ludovico d'Incerti. Le fotocamere Ferrania vengono costruite in metallo, in lega leggera ed in plastica. Nei primi anni del dopoguerra viene proseguita la costruzione delle semplici box camera Zeta e Zeta Duplex a cui si affiancano le fotocamere a soffietto 6x9cm Falco, Falco II e Falco S, che vengono equipaggiate con obiettivi Terog forniti dalle Officine Galileo, ma anche con obiettivi tedeschi Steinheil Cassar su otturatori Prontor S da 1/300 di secondo. Nei primi anni Quaranta la Ferrania aveva costruito anche delle semplici fotocamere con mirino ottico realizzate in lamierino metallico: le Alfa e le Eta per il formato 6x4cm su film in rullo di tipo 127, e le Beta per il formato 6x6cm su film in rullo di tipo 120. Questa esperienza viene in qualche modo ripresa nel dopoguerra ed il primo modello in pressofusione di lega di alluminio viene presentato nel 1945 con il nome Delta. La Delta è una fotocamera a sviluppo orizzontale con mirino ottico per il formato 6x4cm su film in rullo tipo 127, e monta un semplice obiettivo Biaplan 70mm f/8.8 su otturatore a moto alternato. Accanto alla Delta viene presentata nel 1947 la fotocamera Tanit, simile alla Delta ma per il formato 3x4cm. Nel 1947 la Ferrania inizia a pubblicare una rivista mensile dal titolo Ferrania, diretta da Guido Bezzola, che continuerà le pubblicazioni fino al 1967 occupandosi sia di fotografia che di cinema ed offrendo un valido supporto culturale alla produzione industriale dell'azienda. Nel 1948 inizia la produzione di una fotocamera tipo box realizzata in pressofusione di lega di alluminio per il formato 6x4cm su film di tipo 127. La fotocamera, battezzata a livello di prototipo Colibrì e successivamente Rondine, si caratterizza per la forma quasi cubica, per un mirino a riflessione posto in asse con l'obiettivo e per un secondo mirino pieghevole a traguardo. Equipaggiata con obiettivi Linear da 75mm f/11 e con semplici otturatori a moto alternato per istantanea e posa, la Rondine viene rifinita con rivestimenti di diversi colori e viene costruita in tre versioni diverse, con obiettivo a fuoco fisso, con obiettivo focheggiabile e con sincronizzazione per il flash. Accanto alla Rondine viene messa in produzione nel 1950 la falsa biottica Elioflex, per il formato 6x6cm su film in rullo tipo 120. Unico esempio di biottica 6x6cm italiana, la Elioflex è più alta della Rondine e viene equipaggiata con un grande mirino a riflessione mascherato da mirino reflex con tanto di cappuccio pieghevole. L'obiettivo di mira non è focheggiabile e non è collegato all'obiettivo da ripresa. La Elioflex viene costruita in due versioni, la prima con un obiettivo Monog Galileo da 85mm con diaframma regolabile e quattro velocità di otturazione. La seconda versione, o Elioflex 2, viene equipaggiata con un Anastigmatico Ferrania da 75mm f/6.3 e con lo stesso otturatore. La fotocamera più sofisticata costruita dalla Ferrania negli anni Cinquanta viene presentata alla Fiera di Milano del 1953 con il nome Astor. Si tratta di una fotocamera con mirino ottico per il formato 6x6cm su film in rullo di tipo 120 e con l'obiettivo in montatura rientrante su un tubo telescopico a molla. Il corpo macchina della Astor è in lega leggera rifinito in nero e l'obiettivo utilizzato è un Terog Galileo 75mm f/4.5 su otturatore Prontor da 1/300 di secondo. La Astor è in grado di offrire buone prestazioni ma è provvista del solo modo di messa a fuoco a stima su scala metrica, e questo ne limita le potenzialità. Nel corso della produzione l'obiettivo Terog viene sostituito da uno Steinheil Cassar di uguale focale e luminosità. L'idea dell'otturatore su tubo telescopico estraibile a molla viene ripresa sulle fotocamere economiche Ibis del 1953. Il primo modello di formato 6x4cm su film in rullo tipo 127 utilizza una cassa in pressofusione di lega leggera rifinita in nero o in grigio, un mirino ottico e un obiettivo Primar 75mm f/9 non focheggiabile su otturatore a moto alternato per istantanea e posa. Alla Ibis 6x4cm viene affiancata la Ibis 66, per il formato 6x6cm su film in rullo di tipo 120. Identica nella sagoma e nelle finiture alla Ibis 6x4cm, salvo le maggiori altezza e dimensioni, la Ibis 66 viene equipaggiata con un obiettivo Primar 85mm f/9. Della Ibis 6x4cm e della Ibis 6x6cm vengono costruire a partire dal 1955 le versioni con presa di sincronizzazione. Dopo il 1955 il nome Ibis viene imposto ad una fotocamera in lega di alluminio con finiture argentate che viene costruita in due versioni per il film in rullo di tipo 127, la Ibis 34 di formato 3x4cm e la Ibis 44 di formato 4x4cm. Le Ibis 34 e Ibis 44 sono esteticamente molto simili alle fotocamere Bella costruite nello stesso periodo dalla società tedesca Bilora nei formati 4x4cm e 6x4cm, ed hanno alimentato dubbi e sospetti che non sono mai stati chiariti circa il rapporto fra le due aziende. Ricordiamo che nel 1953 il rapporto fra Ferrania e Officine Galileo si era interrotto e che la Ferrania aveva cominciato a rifornirsi di obiettivi in Germania presso la società Steinheil di Monaco. Alla fine degli anni Cinquanta la tecnologia produttiva delle fotocamere cambia radicalmente anche presso la Ferrania e la lega di alluminio viene sostituita in maniera definitiva dalla plastica. Nel 1959 viene presentata la fotocamera Eura, per il formato 6x6cm su film in rullo tipo 120. La cassa ed il dorso amovibile sono in plastica nera, il mirino ottico è grande, l'obiettivo a menisco da 75mm è focheggiabile fino a due metri e può essere regolato sui diaframmi f/8 e f/12, ma la velocità di otturazione è unica senza la posa. Accanto alla Eura 6x6cm vengono presentate le fotocamere Euralux 44 ed Euralux 34, simili nella cassa alla Eura 6x6cm ma rispettivamente per i formati 4x4cm e 3x4cm su film in rullo di tipo 127. Entrambe le fotocamere Euralux vengono equipaggiate sul fondello con un piccolo flash a lampadine con parabola pieghevole.

FOTOTECNICA TORINO
Accanto a Bencini e Ferrania, negli anni Cinquanta nascono e muoiono diverse ditte che si dedicano alla costruzione di fotocamere di tipo economico. La Fototecnica d Torino costruisce diversi modelli di box camera in metallo di formato 6x9cm chiamate con nomi diversi, Filmor, Eaglet, Rayflex e Bandi. Nello stesso periodo l'azienda commerciale RoTo (Ropolo-Torino) commercializza altre box camera costruite dalla ditta Riber e battezzate con i nomi Juve, OK e Derby.

SIMBI
Nel 1946 la società Simbi di Como costruisce la prima fotocamera economica in plastica del dopoguerra per film di tipo 127. La fotocamera viene battezzata Simbi AC2 o Nea Fotos e monta un mirino ottico e un obiettivo Simbi Ritratto 54mm f/8 su otturatore a ghigliottina.

ALPHA PHOTO
Attorno al 1950 vengono commercializzate dalla Alpha Photo di Piacenza alcune fotocamere in plastica di formato 6x4cm su film in rullo tipo 127, battezzate Koret e Ikorette e caratterizzate dal mirino ottico, dall'obiettivo a menisco e dall'otturatore a ghigliottina.

DURST
Dopo i timidi tentativi fatti nel periodo prebellico con le Gil e nel primo dopoguerra con le Duca, la fabbrica di ingranditori Durst di Bolzano ripropone nei primi anni Cinquanta una fotocamera con mirino ottico per il formato 6x6cm battezzata Durst D66, equipaggiata con un obiettivo a menisco Color Duplon 80mm f/4, un otturatore a lamelle con velocità fino a 1/200 e con un esposimetro ad estinzione.

ISO DUPLEX
La società milanese ISO, dopo aver cessato la produzione delle impegnative fotocamere 35mm a telemetro Iso Reporter, si dedica con successo alla costruzione di una fotocamera stereoscopica abbastanza particolare, probabilmente ispirata al prototipo StereoMiniatur realizzato da Telemaco Corsi dopo la sua estromissione dalla società Rectaflex. Battezzata Iso Duplex 120 ed equipaggiata con un mirino ottico ed una coppia di obiettivi Iperang 25mm f/6.3 su otturatore a quattro tempi, 25 50 100 e 200, la fotocamera produceva sul film in rullo di tipo 120 coppie di negativi di formato 24x24mm. Il modello successivo ISO Duplex Super 120 era equipaggiato con una coppia di obiettivi Iriar 35mm f/3.5 e permetteva l'esecuzione di fotografie stereoscopiche o normali. Il sistema Iso Duplex comprendeva accessori come visori stereo, telaietti, taglierine e dispositivi per la ripresa ravvicinata.

Fotocamere professionali
Accanto alle copie Leica, alla Rectaflex ed alle fotocamere economiche per pellicola da 35mm o per pellicola in rullo, l'industria fotografica italiana degli anni Cinquanta tenta anche la strada del medio e del grande formato a livello professionale, con risultati talvolta effimeri ma quasi sempre originali e interessanti.

TIRANTI
Il fotoriparatore romano Cesare Tiranti realizza durante la guerra una serie di fotocamere per conto dei militari, e nel dopoguerra presenta una curiosa fotocamera multipla battezzata Cinefoto, o Roma 48, per l'esecuzione di dodici fotografie formato tessera su una singola lastra di formato 9x12cm. Segue la fotocamera Summa, con tre obiettivi di focale diversa montati su una torretta girevole e realizzata per la ripresa in studio di quattro immagini di formato 3x4cm, su lastre di formato 9x12cm o 6x9cm. Ma la realizzazione più interessante di Cesare Tiranti, presentata nel 1950 alla Fiera di Milano, è la Summa Reporter, una fotocamera portatile di formato 6x9cm con mirino a traguardo e con mirino reflex dotata di due coppie di obiettivi, di mira e da ripresa, montati su una torretta girevole. Gli obiettivi con focale di 65mm e di 105mm sono dei Galileo Reflar per la mira, e degli Schneider Angulon o Xenar per la ripresa. Questi ultimi sono montati su otturatori centrali Synchro Compur da 1/500 di secondo. La Summa Reporter viene costruita fino alla morte di Tiranti, avvenuta nel 1958, in un numero non elevato di esemplari.

BALLERIO
Agostino Ballerio, il costruttore milanese della sfortunata copia Leica battezzata Perseo, si cimenta nei primi anni Cinquanta con il medio formato con una 6x9cm per lastre e filmpack a telemetro, con corpo in pressofusione di lega leggera ed obiettivo intercambiabile con otturatore a tendina, ma con la possibilità di montare obiettivi con otturatore a lamelle incorporato. Equipaggiata di solito con obiettivi Schneider Xenar da 105mm, la fotocamera viene battezzata Kobell, e viene seguita dal modello Kobell Film per l'impiego di pellicola in rullo. Sembra che la Kobell sia stata costruita in meno di cinquecento pezzi. L'attività di Ballerio nel settore professionale continua nel corso degli anni Sessanta con la realizzazione delle fotocamere 9x12cm a soffietto Linear con struttura metallica in lega Anticorodal e dotate dei movimenti di decentramento e basculaggio dell'obiettivo.

BETTONI
Un altro fotoriparatore milanese, Cesare Bettoni, impegnato durante la guerra nella revisione delle fotocamere aeree militari, si associa con Rigamonti e comincia nel dopoguerra a costruire le fotocamere a telemetro di medio formato 6x9cm o 9x12cm Bectar, con corpo metallico in lega leggera e obiettivo intercambiabile. Equipaggiate con un otturatore a tendina ma anche con obiettivi con otturatore centrale sincronizzato con il flash, le fotocamere Bectar vengono costruite in piccola serie, sembra addirittura solo su richiesta e vengono personalizzate secondo le esigenze del cliente.


Gli anni Sessanta e successivi
Nonostante la regolare e massiccia importazione in Italia di fotocamere tedesche e giapponesi, ma anche americane, l'industria fotografica italiana sopravvive anche nel corso degli anni Sessanta e Settanta, con una produzione prevalentemente ma non esclusivamente di tipo economico. Accanto a Bencini e Ferrania che fanno la parte del leone nel settore economico, sono attive piccole industrie specializzate nel settore delle fotocamere professionali e da studio.

BENCINI
Nel 1955 Bencini affianca alle Comet e alle Koroll per film in rullo le sue prime fotocamere 35mm in pressofusione di lega di alluminio, tentando di ripetere in questo settore il grande successo commerciale del decennio precedente. La prima 35mm di Bencini viene battezzata Comet 35 ed è equipaggiata con un obiettivo Bluestar 50mm f/4.5 su un otturatore a due velocità e con una leva di carica rapida. Nel 1959 la Comet 35 viene sostituita dalla più semplice Koroll 35, con obiettivo Acromatico 55mm f/8 diaframmabile anche a f/16 e con un otturatore da due velocità, 50 e 100, oltre alla posa B. Per l'avanzamento del film e il ribobinamento la Koroll 35 utilizza due bottoni identici posti sul tettuccio. La Koroll 35 si evolve in un modello diaframmabile fino a f/22 e con un otturatore a tre velocità (30 60 e 125) e posa B, battezzato ancora Koroll 25, ed in un modello con obiettivo Bluestar 50mm f/3.5 battezzato Korolette. Le Koroll 35 e le Korolette sono le ultime fotocamere Bencini realizzate in lega metallica leggera.

Negli anni Sessanta la gestione dell'azienda di Antonio Bencini viene assunta dal figlio Roberto e si cominciano a costruire fotocamere in plastica, come la Minicomet del 1963, di formato 20x30mm su film in rullo tipo 127. Nel 1965 vengono costruite le fotocamere Comet Rapid per il mezzo formato 18x24mm su film da 35mm in caricatori Agfa Rapid, e nel 1966 inizia la produzione delle fotocamere Comet Unimatic per il formato 28x28mm su film in caricatori Kodak Instamatic 126. Le fotocamere Bencini per caricatori Instamatic vengono costruite in numerosi modelli e sotto numerose sigle, ma sono tutte caratterizzate dall'impiego di obiettivi a menisco, otturatori semplici e dall'innesto per il cubo flash sul tettuccio. Dai modelli Unimatic 200, 400, 600 e 800 si passa ai modelli Comet 100, 200 e 400 fino ai modelli Comet 555X e 800XL e nei primi anni Settanta ai modelli Discover 1000 e 2000 realizzati in diverse varietà di colore. Negli anni Settanta Bencini rivolge la propria attenzione anche al formato 13x17mm su caricatori tipo Pocket 110, realizzando numerose fotocamere economiche battezzate Comet 110, 210 e 310 ma anche 118, 218, 318 e 418.

Il ritorno di Bencini al formato 35mm intero avviene nei primi anni Settanta con fotocamere in plastica battezzate ancora con il nome Comet, ed individuate dalle sigle K35, K36, NK135, 235, 335, 435, 535, 635 e così via, fino ai modelli automatici con fotocellula al CdS e obiettivo Korimar 38mm f/2.8. Fra le Bencini degli ultimi anni Settanta vi solo le fotocamere Personal 35, realizzate in diverse varietà di colore ed equipaggiate con obiettivo Korimar 38mm f/4. La produzione di fotocamere negli anni Settanta viene accompagnata dalla produzione di cineprese 8mm Super 8. All'inizio degli anni Ottanta la produzione fotografica Bencini si interrompe definitivamente.

FERRANIA
Con i primi anni Sessanta la produzione di fotocamere Ferrania viene rinnovata e impostata su basi nuove. Si rinuncia al film in rullo e si punta sul 35mm facendo però ricorso a fotocamere costruite in Germania e commercializzate in esclusiva con il marchio italiano. La fotocamera Lince del 1960 è una 35mm con mirino ottico e leva di carica rapida equipaggiata con un obiettivo Dignar 45mm f/2.8 su otturatore a lamelle Vario con velocità da 1/25 a 1/200 e posa B. Sul modello Lince vengono elaborate parecchie varianti. Il modello successivo Lince 2 del 1961 utilizza una carrozzeria più moderna ed un obiettivo Steinheil Cassar 45mm f/2.8, ed il modello Lince 3 del 1963 utilizza un otturatore Prontor con velocità 30 60 125 e 250 oltre alla posa B. Il modello Lince Super T arriva a 1/500 mentre la Lince 3S è equipaggiata con l'autoscatto. Il modello Lince Super monta un esposimetro e la Lince Supermatic del 1963 con obiettivo Rodenstock Ysarex 45mm f/2.8 monta un esposimetro accoppiato per l'esposizione automatica. Accanto alla famiglia Lince vengono messe in produzione la famiglia Zephir e la famiglia Electa. Le Zephir hanno un mirino ottico e la Zephir 1 monta obiettivi Cassar 45mm f/2.8, mentre la Zephir 2 monta obiettivi Color Isconar 45mm f/2.8. Le Electa sono equipaggiate con un esposimetro accoppiato. Le Electa 1 montano obiettivi Isconar 40mm f/3.9 e le Electa 2 montano obiettivi più luminosi Isconar 45mm f/2.8. Per i caricatori Agfa Rapid la Ferrania mette in produzione nel 1960 la Eura Rapid di formato quadrato 24x24mm e nel 1963 la Lince Rapid di formato intero 24x36mm. Dopo l'incorporazione della Ferrania nella multinazionale 3M Minnesota avvenuta nel 1964, la società continua a produrre le fotocamere in plastica Veramatic e Euramatic per caricatori Instamatic 126 siglandole dapprima con il marchio Ferrania 3M e poi semplicemente 3M.

DURST
L'ultima fotocamera siglata con il marchio Durst è la Durst Automatica del 1959, una 35mm con leva di carica rapida equipaggiata con un obiettivo Radionar 45mm f/2.8 su otturatore Prontor da 1/300 di secondo collegato ad un esposimetro al selenio.

INVERNIZZI
Nel corso degli anni Sessanta l'artigiano milanese Invernizzi costruisce delle fotocamere 35mm subacquee battezzate Anfibian o Gagy Minisub, e commercializzate dalla Vega di Milano. L'obiettivo è un 35mm f/9.5 a fuoco fisso e l'otturatore offre la sola velocità di 1/90.

MUPI
Negli anni Settanta la società fiorentina Mupi costruisce alcune fotocamere economiche in plastica per caricatori Instamatic 126, la Mupi F6 e la Mupi S4, in realtà poco più che fotocamere giocattolo.

FERRO
Rinnovando una antica tradizione italiana all'inizio degli anni Ottanta l'artigiano udinese Giampaolo Ferro comincia a costruire delle piccole fotocamere miniaturizzate con una piccola impugnatura ad anello e con finitura dorata. Le minicamere vengono individuate con le sigle GF81 e GF82 e permettono di scattare sei foto di formato 4.5x6mm su un disco di pellicola ritagliato appositamente. Ogni minicamera viene equipaggiata con un obiettivo 10mm f/2.0 diaframmabile fino a f/8 e focheggiabile da 30cm all'infinito, e con un otturatore a ghigliottina con velocità da 1/30 a 1/500. Il mirino a forma di piccola parabola permette una inquadratura corretta e la minicamera deve essere caricata e scaricata in camera oscura. La produzione delle minicamere GF81 e GF82 è molto limitata ed è diretta verso il mondo del collezionismo. Nel corso degli anni Novanta è stata prodotta dallo stesso Ferro una nuova serie di minicamere dello stesso tipo, modificate e migliorate.


Fotocamere per fototessera
Per l'esecuzione rapida delle fotografie da applicare sui documenti, necessarie in più copie, alcune industrie italiane si dedicano nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta alla costruzione di fotocamere da studio, equipaggiate con quattro obiettivi identici per l'esecuzione contemporanea di quattro immagini su una unica lastra di tipo a sviluppo tradizionale, o su pellicola del tipo a sviluppo immediato.

IFF
La società IFF, Industria Fototecnica Firenze, viene fondata nel 1946 per costruire attrezzature fotografiche, ed in particolare ingranditori, ma negli anni Cinquanta costruisce anche accessori per fotocamere, come la torretta Liviar per quattro obiettivi da montare sulle Leica a vite, oppure la fotocamera per ritratti multipli Fototessera, equipaggiata con quattro obiettivi per la ripresa contemporanea di quattro immagini su una lastra unica.

LAIFE/ORMAF
Il Laboratorio Artigianale Italiano Foto Elaborazioni LAIFE di Padova, successivamente trasformato nella ditta ORMAF, costruisce negli anni Cinquanta un apparecchio da studio per ritratti multipli o fototessere per quattro immagini su pellicola a sviluppo istantaneo battezzato Snappy o Thora. Il modello successivo Celer viene equipaggiato con quattro obiettivi Galileo Terog 105mm f/6.3 da ritratto, sostituiti in seguito da obiettivi Lux Leight Lobre da 128mm di focale.

EFFEMME
La società Effemme (FM) Electronic di Borgosesia, in provincia di Vercelli, costruisce alla fine degli anni Cinquanta una fotocamera con quattro obiettivi da 125mm f/8 diaframmabili fino a f/45, per la ripresa di quattro immagini tipo fototessera su materiale a sviluppo immediato. La fotocamera con corpo in alluminio era collegata al flash per l'esposizione automatica in funzione della distanza.


Fotocamere professionali di medio e grande formato
L'attività delle più importanti fra le industrie fotografiche italiane che producono fotocamere professionali di grande formato non si interrompe con la parentesi della guerra. Al contrario la maggior parte delle società attive nel corso degli anni Trenta, come Piseroni e Mondini o Lamperti e Garbagnati, continuano nella loro attività per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta ed alcune arrivano oltre. Alla produzione di fotocamere spesso si accompagna la produzione di attrezzature da studio, illuminatori, fondali, stativi ed altre apparecchiature simili, come anche attrezzature per camera oscura. Anche se messi al riparo dall'incostanza delle mode e dei mercati, i costruttori di fotocamere professionali subiscono i cambiamenti della tecnologia e cominciano ad utilizzare nuovi materiali più conformi alle nuove esigenze, sostituendo il legno con le leghe metalliche.

CASTELLANI
Francesco Castellani è un fotoriparatore milanese attivo durante la prima guerra mondiale, che negli anni Trenta comincia a costruire in proprio fotocamere da studio e fotocamere da viaggio. Nel secondo dopoguerra il figlio Gaetano continua l'attività paterna e costruisce fotocamere professionali in lega metallica fino alla fine degli anni Sessanta.

LUPO
L'attività della società Fotomeccanica Lupo inizia a Torino nel 1932, e già nel 1935 viene messa in commercio la fotocamera da terrazza Victoria in lega metallica, per i formati 13x18cm e 18x24cm. Nel 1960 viene messa in produzione la fotocamera a banco ottico Aldina, di formato 13x18cm, seguita nel 1962 dai modelli Studio 7 dello stesso formato.

LUPA
Nel 1933 Luigi Patui fonda a Udine una società chiamata, dalle sue iniziali, Lupa, per la produzione di attrezzature fotografiche professionali. L'attività della Lupa prosegue fino all'epoca moderna, e negli anni Settanta si registra la produzione di fotocamere in lega leggera per i grandi formati 13x18cm e 4x5 pollici, da studio o da campagna. Nello stesso periodo viene realizzata una fotocamera istantanea da ritratto a quattro obiettivi per foto tessera. In epoca recente la Lupa ha presentato una fotocamera di formato 4x5 pollici con obiettivi intercambiabili dotata di decentramenti orizzontali e verticali per la fotografia di architettura e di interni. La fotocamera, estremamente interessante e versatile, è stata battezzata Lupa Fantuz.

FATIF
La ditta milanese FATIF inizia la propria attività nel 1944 e nel primo dopoguerra comincia a costruire fotocamere in legno di grande formato 13x18cm da studio o da viaggio. Alla fine degli anni Sessanta vengono presentate le fotocamere con struttura metallica 13x18cm Luxi Special Studio su doppio binario, la Mayor Color 13x18cm e la Mayorette Color 9x12 su binario unico. Nel corso degli anni Sessanta vengono costruite le fotocamere Standard 13x18cm, la Tecnic Master 9x12cm e 4x5 pollici e la più grande Super Color per i formati 13x18cm e 18x24cm. Nel corso degli anni Settanta vengono messe in produzione le fotocamere DS con doppio sistema di basculaggio nei formati 9x12cm, 13x18cm e 20x25cm.

ALBERTINI
A partire dal 1949 la ditta Albertini di Trento costruisce una fotocamera da studio per ritratti battezzata Reflex Studio. La fotocamera, di formato 12x16cm, si caratterizza per un mirino reflex, un otturatore a tendina e un otturatore a lamelle nell'obiettivo.

MANZOTTI
Nei primi anni Cinquanta la ditta dei fratelli Manzotti di Piacenza brevetta un telaio intercambiabile portalastra di formato dal 6x9cm al 12x16cm battezzato per la sua semplicità costruttiva e di impiego Colov (Uovo di Colombo). Successivamente, verso il 1956, la Manzotti inizia a costruire una serie di fotocamere in lega leggera per l'impiego dello stesso porta lastre. Gli apparecchi, leggeri e maneggevoli oltre che di estrema praticità, vengono battezzati Colovapp e vengono costruiti, anche se in quantità limitate non superiori a qualche decina di pezzi, fino alla metà degli anni Settanta.

ALF
La società fiorentina ALF (Apparecchi Luminosi Fototecnici) viene fondata nel 1952 per costruire attrezzature fotografiche da studio e alla fine degli anni Cinquanta costruisce fotocamere da studio nei formati 24x24cm e 30x30cm.

FRACO
La società milanese Fraco di Fogli e Reina presenta alla Fiera di Milano del 1960 la fotocamera da studio su stativo Studio A199 di formato 18x18cm convertibile per i formati più piccoli 13x18cm, 9x12cm e 6x9cm. Nello stesso periodo viene presentata la fotocamera a banco ottico Universale A119/C per lo stesso formato 18x18cm. La produzione della Fraco continua per tutti gli anni Sessanta.

SILVESTRI
L'ultimo costruttore italiano di fotocamere, tuttora in attività, è l'artigiano fiorentino Vincenzo Silvestri, che nei primi anni Ottanta comincia a costruire fotocamere di medio formato destinate in maniera particolare alla fotografia di architettura. Stimolato a quanto pare dalla "archicamera" costruita per uso personale dall'architetto fiorentino Luciano Nustrini, Silvestri costruisce la fotocamera SLV per i formati 6x7cm o 6x9cm che permette il decentramento della piastra porta ottica e la completa intercambiabilità dell'obiettivo come del dorso. Per la fotocamera SLV vengono realizzati numerosi accessori, dorsi e mirini e vengono resi disponibili numerosi obiettivi tedeschi o giapponesi montati su otturatori a lamelle. La fotocamera SLV viene seguita dal modello Hermes, più sofisticata, che permette di arrivare ai formati 6x12cm e 4x5 pollici. Come la SLV, anche la Hermes offre il decentramento per le riprese di architettura. La terza fotocamera di Silvestri è la panoramica SG612 realizzata per il formato 6x12cm ma compatibile con i formati 6x9cm, 6x7cm e 4x5 pollici. La quarta fotocamera è la S4, che nasce per coprire il formato 4x5 pollici ma può essere usata con i film in rullo tipo 120. Tutte le fotocamere di Silvestri sono equipaggiate sul dorso con un attacco universale tipo Graflock per i magazzini per film in rullo e recentemente anche per l'impiego dei dorsi digitali. Oggi la produzione di Silvestri, insieme a quella della Lupa Fantuz, è la sola produzione di fotocamere italiane presente sui mercati internazionali.

POSTFAZIONE
I testi e le descrizioni sopra riportati sono necessariamente incompleti e possono essere viziati da omissioni e perfino da errori di attribuzione o di datazione. Molte notizie sono riprese da riviste e da opere di autori diversi. Anche in queste opere si sono riscontrati errori e ove possibile sono stati corretti. Quando possibile sono stati consultati i materiali originali (libretti di istruzione, opuscoli informativi, pagine pubblicitarie), e quando possibile sono state esaminate le fotocamere descritte, confrontando i modelli, le varianti, i diversi equipaggiamenti ottici e meccanici. Si è riscontrata, a distanza di meno di mezzo secolo, la quasi totale scomparsa degli archivi aziendali delle ditte che hanno costruito fotocamere. Non solo non sono stati conservati i documenti delle piccole aziende poco più che familiari che si sono dissolte, ma neppure quelli delle aziende più grandi che sono sopravvissute. Ad esempio negli archivi della San Giorgio non risultano conservati né documenti né altri materiali relativi alla produzone fotografica. L'archivio delle Officine Galileo dopo il trasferimento della sede aziendale da Firenze a Campi Bisenzio è stato imballato e consegnato all'Archivio di Stato dove risulta ancora giacente e non è consultabile. L'archivio della Ferrania, che sembrava invece essere stato conservato presso il CIFE (Centro Informazioni Ferrania) di Milano, successivamente trasformato in Centro Informazioni 3M, non è raggiungibile né consultabile. Né la memoria dei protagonisti aiuta a colmare le lacune. Il libro scritto da Bruno Cavalieri Ducati sulla storia della Ducati dedica alle fotocamere Sogno due paginette scarne ed incomplete. La ricostruzione degli avvenimenti che hanno fatto la storia dell'industria fotografica italiana è possibile solo sulla base di documentazioni scarse e non omogenee, per interpolazioni e interpretazioni.

Il testo che precede, per scelta degli autori, è un testo sintetico ed è aperto a successive integrazioni, correzioni, ampliamenti. Per le ditte di importanza maggiore, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, si ipotizza l'apertura di nuovi testi autonomi e approfonditi. Si ringraziano tutti gli amici che vorranno contribuire sottoponendoci la descrizione del materiale in loro possesso e dei dati di cui sono a conoscenza. Lo scopo è quello di creare un archivio elettronico permanente sulla produzione fotografica italiana a disposizione di collezionisti, ricercatori, studiosi e semplici appassionati.

Danilo Cecchi © 06/2002
Riproduzione Riservata

Breve bibliografia sulle fotocamere italiane:

Marco Antonetto e Mario Malavolti: Made in Italy – Fotocamera Milano – 1983
Mario Malavolti: Fotocamere italiane – Fotocamera Milano - 1994
Mario Malavolti: Le Ferrania – Fotocamera Milano – 1995
Mario Malavolti: Le Bencini – Fotocamera Milano – 1995
Mario Malavolti: Le Murer – Fotocamera Milano – 1995
Mario Malavolti: Le fotocamere italiane subminiatura – Fotocamera Milano – 1995
Mario Malavolti: Le microcamere Ducati – Fotocamera Milano – 1997
Mario Malavolti: Le fotocamere delle Officine Galileo – Fotocamera Milano – 1997
Patrice Hervé-Pont: Rectaflex – Foto Saga Flassy - 1987
Patrice Hervé-Pont e Jean Loup Princelle: 300 Leica copies (capitolo 8 – Italy) Foto Saga Flassy – 1990
HPR: Leica Copies (capitolo 5 – Italian Leica copies) - Classic Camera Pubblications London – 1994

RIVISTE ITALIANE:

Il progresso Fotografico (dal 1894 a oggi)
Il corriere fotografico
Fotorivista (dal 1926)
Ferrania (dal 1947 al 1967)